La Shangri-La dei buoni propositi? Diventare la versione migliore di noi stesse. Che, tradotto, spesso significa smettere di stare a sonnecchiare sul sedile del passeggero per afferrare il volante e iniziare a guidare. Vale nella vita come nel mondo del cinema. Negli ultimi anni, sempre più attrici – da Kate Winslet ad Angelina Jolie – hanno sentito la voglia di spostarsi da davanti a dietro la macchina da presa. Un upgrade professionale e profondamente simbolico. Perché occuparsi della regia non vuol dire solo cambiare punto di vista, ma assumere il comando, decidere la rotta, il ritmo e l’intenzione della storia. Come diceva Alfred Hitchcock, «fare un film è come dirigere un’intera orchestra». Impegnativo, sì. Ma anche straordinariamente appagante.
Kate Winslet: l’ultima tra le attrici-registe

L’ultima a buttarsi nell’avventura della regia è stata Kate Winslet. La sua decisione è nata dal cuore: Goodbye June, ora su Netflix, ha preso forma da una sceneggiatura scritta dal figlio 22enne Joe Anders (il papà è il regista Sam Mendes). Ambientato nei giorni che precedono il Natale, il film racconta la commovente storia di una famiglia che si stringe attorno a June (Helen Mirren), madre saggia e ironica, che sta morendo. Winslet interpreta Julia, una delle figlie. Amatissima dai tempi di Titanic, premio Oscar 2009 per The Reader, Kate Winslet ha sempre privilegiato la sostanza dei personaggi al côté glamour della fama. E ha usato il proprio ruolo pubblico per combattere ingiustizie e pregiudizi. Durante il podcast di Variety Awards Circuit ha raccontato: «Per le donne fare film è difficile persino come attrici. Le registe devono difendere se stesse con una forza incredibile (…), ritrovarmi in quella comunità è entusiasmante. Non credo di aver mai davvero immaginato di arrivare fino a qui».
Kristen Stewart: l’esordio è una dichiarazione d’intenti

Il debutto alla regia di Kristen Stewart è stato tutto fuorché un capriccio: The Chronology of Water è un film su cui ha lavorato per anni. Presentato all’ultimo Festival di Cannes, è l’adattamento dell’autobiografia della scrittrice ed ex nuotatrice Lidia Yuknavitch (interpretata da Imogen Poots), che segue dall’infanzia segnata dagli abusi all’età adulta, tra alcol e droghe, relazioni distruttive e il lento approdo alla scrittura come forma di salvezza. Non una narrazione lineare, ma il susseguirsi di frammenti di memoria, gare, allenamenti e momenti di crollo. Bambina prodigio a Hollywood, cresciuta tra la saga vampiresca di Twilight e il cinema d’autore – e candidata all’Oscar per l’interpretazione di Lady Diana in Spencer – Stewart porta nella regia lo stesso temperamento che la definisce: riservato, ostinato e controcorrente. Il suo prossimo progetto da film-maker? Forse il remake di Twilight, come ha appena rivelato al Palm Springs Film Festival.
Angelina Jolie: il cuore delle attrici-registe

Volto iconico del cinema, braccata dai paparazzi – a caccia di un flirt, una debolezza, l’ombra lunga di Brad Pitt – Angelina Jolie potrebbe ritirarsi a bordo piscina e lasciare che il suo mito si autoalimenti. Invece sceglie altro. Da tempo, dietro la macchina da presa, porta storie importanti, lontanissime dal comfort hollywoodiano. Il suo esordio alla regia nel 2011 con Nella terra del sangue e del miele ha raccontato i conflitti nei Balcani dal punto di vista delle vittime. Poi sono arrivati Unbroken, storia vera di resistenza estrema, e Per primo hanno ucciso mio padre, sulle atrocità commesse dai khmer rossi. Il progetto più recente, Senza sangue, tratto dal romanzo di Alessandro Baricco, è ancora una volta una riflessione sul trauma della guerra, il desiderio di vendetta, la possibilità di una riconciliazione. Ma l’impegno umanitario della Jolie non si ferma sul set: ambasciatrice dell’UNHCR, l’attrice ha all’attivo decine di missioni nei luoghi straziati dalla violenza e dai soprusi. Ultima, la visita a sostegno del popolo palestinese al valico di Rafah, tra Egitto e Striscia di Gaza.
Olivia Wilde: la regia come strumento di autonomia

«Ai ragazzi che amano il cinema viene detto di fare i registi, alle ragazze di fare le attrici» spiega Olivia Wilde. Femminista dichiarata, considera la regia uno strumento di autonomia in un settore che svaluta le donne, specie quando non sono più giovanissime. Prima del debutto da film-maker, affianca il lavoro da attrice alla produzione di documentari, firmando, tra gli altri, Fear Us Women, epopea di una soldatessa volontaria in Siria. Il primo titolo diretto, La rivincita delle sfigate (2019), è la storia di due studentesse che vogliono recuperare, in una notte, il divertimento sacrificato allo studio. Un inno all’amicizia e all’ambizione femminile. Tre anni dopo, esce Don’t Worry Darling, thriller ambientato in una misteriosa comunità anni 50. Durante la promozione, il gossip impazza: si straparla della relazione della Wilde con Harry Styles e del presunto gelo con l’attrice Florence Pugh (sarebbe capitato a un regista uomo?). È atteso entro fine anno il suo nuovo film, The Invite, con Penélope Cruz ed Edward Norton.
Greta Gerwig: dietro il sorriso, temi che scottano

La luminosa Greta Gerwig ha capito presto che recitare non le bastava. Sceneggiatrice e volto-simbolo del cinema indie, desiderava governare il caos emotivo dei personaggi. Il suo debutto alla regia con Lady Bird (2017) è fulminante: un racconto di formazione intimo e affilato, candidato a cinque premi Oscar, che descrive il rapporto madre-figlia, la fine dell’adolescenza e la vita nella provincia americana con sguardo disincantato e, insieme, tenero e ironico. Con Piccole donne la Gerwig rilegge un classico sull’emancipazione femminile rendendolo ancora più attuale ed emozionante, e con Barbie fa il salto definitivo: un film mainstream, diventato strafamoso prima di entrare in sala, le consente di usare un linguaggio pop per parlare di ruoli, pregiudizi e stereotipi di genere. Un dito medio rivolto al patriarcato, con l’unghia dipinta di rosa. La prossima regia? Una versione rivoluzionata della saga fantasy Le Cronache di Narnia.
Maggie Gyllenhall: avanti tutta, senza giudicare

Figlia d’arte, cresciuta sui set, come attrice Maggie Gyllenhaal è sempre stata attratta da ruoli complessi, inquieti e un po’ strambi, lontani da un’idea rassicurante di femminilità – vedi Secretary, il film che l’ha lanciata nel 2002. Il passaggio alla regia è arrivato in modo coerente: per mettere in scena desideri nascosti, inciampi e contraddizioni sospendendo il giudizio. La sua prima volta dietro la macchina da presa è con La figlia oscura del 2021, adattamento del libro di Elena Ferrante ambientato durante una vacanza solitaria al mare. La protagonista (Olivia Colman) è una professoressa universitaria che, osservando una giovane madre e sua figlia, viene risucchiata nei propri ricordi. La verità che emerge? La maternità è una questione incandescente, tutti sbagliano e nessuno può puntare il dito. Dopo quest’esordio premiatissimo, Gyllenhaal dirige La sposa!, una rilettura audace e in chiave horror del film del 1935 La moglie di Frankenstein, dove per fare compagnia alla Creatura (qui interpretata da Christian Bale) viene riportata in vita una giovane donna (Jessie Buckley). Uscirà prossimamente e promette faville.