Uno specchio enorme e uno più piccolo, di quelli che ingrandiscono con schietta crudeltà permettendoci di individuare brufolini e peletti ribelli anche mentre la presbiopia galoppa. Un impianto di riscaldamento regolato da un mago della termologia (per un effetto primavera a Saint-Tropez), asciugamani soffici come panna montata, una distesa di barattoli e flaconi che manco al duty free. E poi tutti e due gli elementi che dividono il mondo in scuole di pensiero: la vasca e la doccia. La prima, candida e gigantesca, pronta ad accoglierci comodamente distese, a mollo tra le bolle. La seconda, con quel getto avvolgente che in pochi minuti resetta corpo e spirito. Eccoli i bagni da Oscar, versione domestica del Valhalla. Isole di relax dove restaurare il volto disorganizzato dalla stanchezza, rigenerare la pelle e le buone intenzioni, occuparci di noi stesse senza fretta. Ovviamente, un’utopia.

Bagni da Oscar: il paradiso può attendere

Chi è genitore lo sa. Quando i bambini sono piccoli e vanno tenuti sotto controllo, le opzioni sono due: o si impara ad andare in bagno in modalità pit stop o ci si rassegna a tenere la porta aperta. Sempre. Poi i figli crescono, smettono di infilarsi in bocca le pile e quella benedetta porta può tornare a chiudersi. Magari addirittura a chiave. E allora accade la magia: il bagno – a lungo fagocitato dall’entropia familiare, che nella realtà è un 4 metri quadrati tirati al millimetro, con finestra sul cavedio – per molti diventa la stanza del cuore. Rifugio, zona franca, checkpoint emotivo. Un luogo piccolo ma potente dove sfogarsi, riprendere fiato, riflettere. Non stupisce che il cinema e le serie tv l’abbiano trasformato in palcoscenico per un numero impressionante di scene clou, tra lacrime, risate, chiacchiere e drammi. È una certezza: quando la macchina da presa varca la soglia di una toilette, qualcosa sta per accadere.

Nella vasca il comfort diventa cool

Secondo alcuni studi, passiamo in bagno almeno tre anni della nostra vita. Se Cleopatra fosse vissuta ai giorni nostri, avrebbe alzato sensibilmente la media. Nell’omonimo film del 1963, Elizabeth Taylor se ne sta immersa in una vasca-piscina marmorea. Il film rischiò di mandare in bancarotta la 20th Century Fox, ma quella scena vale mezzo colossal: pura opulenza, potere e vanità.

Elizabeth Taylor nel film “Cleopatra” (1963). Foto: IPA

Da una sovrana all’altra, con Marie Antoinette (2006) Sofia Coppola trasforma Versailles in un sogno pop: il bagno è uno dei pochi luoghi in cui la regina (Kirsten Dunst) può starsene finalmente da sola, nella vasca smaltata, libera da parrucche e protocolli di corte. Poi saltiamo a Manhattan, versione Sex and the City: il bagno di Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker) è una mini comfort zone. Bicchiere di vino, candele, telefono a portata di mano: quando la vita sentimentale si ingarbuglia, lei riparte da lì. E infine Pretty Woman, che nel 1990 ci ha forse regalato la “bathtub scene” più iconica: Vivian (Julia Roberts), in mezzo alla schiuma con gli occhi chiusi e le cuffie del Walkman sulle orecchie, canta a squarciagola Kiss di Prince. Edward (Richard Gere) la osserva, rapito. Bastava quello sguardo per scommettere sull’happy end.

Julia Roberts e Richard Gere in “Pretty Woman” (1990). Foto: IPA

Bagni da Oscar, tra tenerezza e passione

Il bagno, quando si è in due, diventa un teatro di intimità: dolce, sensuale, a volte destabilizzante. Alcune scene lo raccontano meglio di mille discorsi. Nei tempi d’oro di Grey’s Anatomy, quando Derek (Patrick Dempsey) era ancora vivo e per vederlo non serviva supplicare Shonda Rhimes, lui e Meredith (Ellen Pompeo) si stringevano spesso nella vasca, tra baci, promesse e quella leggerezza che fa sembrare l’amore la cosa più semplice del mondo. Un’atmosfera differente animava The Dreamers, diretto nel 2003 da Bernardo Bertolucci, dove Matthew (Michael Pitt), studente americano a Parigi, restava impigliato in un legame complesso con i gemelli Isabelle e Théo (Eva Green e Louis Garrel). Qui la vasca non era un nido romantico, ma il territorio bollente di un triangolo super trasgressivo.

Michael Pitt, Louis Garrel ed Eva Green in “The Dreamers” (2003). Foto: IPA

E quando si passa a La pianista (2001), la tensione sale alle stelle: Erika (Isabelle Huppert), insegnante di pianoforte repressa e tormentata, e il giovane Walter (Benoît Magimel) facevano sesso sul pavimento del bagno, freddo e duro come il clima emotivo del film. Anche perché in questa stanza tutto si amplifica e non si mente (quasi) mai.

Dall’ufficio di Fonzie al confessionale di Otis

Chiarimenti, rivelazioni, pillole di saggezza: il bagno invita a scoprirsi. In ogni senso. Prima di tutti, negli anni Settanta, c’è stato Fonzie. Nel telefilm Happy Days, il bagno della paninoteca Arnold’s era il suo quartier generale: tra specchi e lavandini, si aggiustava il ciuffo e dispensava consigli di vita. Un’ideale staffetta arriva nel 2019 con Sex Education. Nella serie su Netflix, il protagonista Otis (Asa Butterfield) trasforma le vecchie toilette della scuola nel suo studio di terapia clandestino. Figlio di una sessuologa, assorbe il suo sapere e poi fa consulenze – a pagamento – a compagni impacciati che gli chiedono di masturbazione e pillola del giorno dopo seduti sul water, al riparo da occhi indiscreti, stile confessionale. E a proposito di confronti serrati: nel film Malcolm & Marie (2021) il bagno diventa il campo di battaglia più intimo della casa tra i partner sul piede di guerra interpretati da Zendaya e John David Washington. Lei è immersa nella vasca, mentre Malcolm gliene dice di tutti i colori (vedi la stilettata: «Tu sei solo un peso piuma, un mostro di livello due»).

Zendaya in “Malcolm & Marie” (2021). Foto: IPA

Bagni da Oscar: santuari della solidarietà femminile

Non c’è uomo che non se lo sia chiesto: perché le donne vanno in bagno insieme così spesso? Ma per mille ragioni: per tenersi la porta chiusa, per sfogarsi, ridere, dirsi quelle cose che di là, tra la gente, nessuno deve sentire. In Friends la toilette di Monica e Rachel (Courteney Cox e Jennifer Aniston) si trasforma all’occorrenza in mini sala strategica dove fare squadra. C’è lo stesso spirito, ma l’energia esplosiva del liceo americano nel film Mean Girls (2004). Per chi non l’ha visto: è la storia di Cady (Lindsay Lohan), nuova arrivata in un liceo dominato dalle “Barbie”, ragazze impeccabili e terribili. Qui i bagni scolastici fanno da sfondo a chiacchiere e confidenze a raffica. E poi c’è Le amiche della sposa (2011), dove la toilette del negozio di abiti da cerimonia si trasforma in un disastro epico: l’intossicazione alimentare colpisce il gruppetto, senza pietà. Niente rivelazioni sussurrate, zero risate: solo donne che stanno malissimo… Ma almeno lo fanno insieme.

Wendi McLendon-Covey e Melissa McCarthy in “Le amiche della sposa” (2011). Foto: IPA

Il terrore dietro la porta della toilette

Forse perché lì dentro ci si sente un po’ vulnerabili – nudi, distratti, senza difese – il bagno è anche lo sfondo perfetto per scene da brividi. Nel capolavoro Shining (1980), Stanley Kubrick ci costruisce tre momenti cult: nel bagno rosso sangue Jack Torrance (Jack Nicholson) incontra Mr. Grady, il vecchio custode (defunto) dell’Overlook Hotel; in quello verde, nella stanza 237, una donna nella vasca, splendida e poi marcescente, lo attira come in un incubo al rallentatore; e nel terzo bagno, quello della porta sfondata a colpi d’accetta, la follia diventa leggenda del grande schermo. Ben diverso ma altrettanto memorabile, il “peggior bagno di Scozia” di Trainspotting, diretto nel 1996 da Danny Boyle: Renton (Ewan McGregor) ci si tuffa di testa per recuperare delle supposte d’oppio.

Janet Leigh in “Psycho” (1960). Foto: IPA

Gran finale con Psycho (1960) di Alfred Hitchcock: la doccia del Bates Motel, 7 giorni di riprese e 52 tagli di montaggio per una sequenza che ha cambiato per sempre il nostro rapporto con la tendina del bagno. Janet Leigh, dopo averla interpretata, smise di fare la doccia. E come darle torto?