C’è una generazione che non si nasconde più dietro un “tutto bene” detto per cortesia. È quella dei ragazzi che parlano di ansia, burnout e attacchi di panico senza fingere, forti di una naturalezza simile a quella con cui i loro genitori parlano del tempo previsto nel weekend. Sono coraggiosi, sono tanti: secondo l’OMS, un giovane su sette tra i 10 e i 19 anni soffre di un disturbo mentale e, in Italia, la percentuale di under 25 che chiede aiuto a uno psicologo è in costante aumento. Contrastare le discriminazioni associate ai disturbi psichici e diffondere l’idea che il benessere a 360 gradi è un diritto fondamentale: è nata per questo la Giornata mondiale della salute mentale, che si celebra il 10 ottobre. Un obiettivo che film e serie tv contribuiscono a raggiungere. Per stimolare la riflessione e mostrare che nessuno è “diverso”. O che, forse, lo siamo tutti.
Quello che tu non vedi: «Io ho una malattia, ma non sono la malattia»

Adam (Charlie Plummer) ha 18 anni, il sogno di diventare chef e un segreto: soffre di schizofrenia paranoide ed è costretto a convivere con amici immaginari, voci inquietanti e ombre che, quando arrivano, sembrano volersi inghiottire tutto il suo mondo. Espulso dal liceo, isolato e preso in giro, trova una nuova possibilità in un istituto cattolico, dove incontra la tenace Maya (Taylor Russell). I due si innamorano, ma la schizofrenia che Adam cerca di tenere nascosta per sentirsi accettato emerge con violenza. Il film di Prime Video racconta con delicatezza la difficoltà di convivere con una malattia mentale, il carico di paura, il desiderio di normalità. La morale è semplice ma potente, e la riassume il protagonista quando sale sul palco dell’aula magna della scuola per prendersi quel diploma a cui tiene tanto: «Io ho una malattia, ma non sono la malattia».
Beautiful boy: la salute mentale e l’amore di chi ci circonda

Basato su due libri autobiografici — scritti del giornalista David Sheff e dal figlio Nic — Beautiful Boy (Prime Video) racconta la storia vera di un adolescente brillante e sensibile (Timothée Chalamet), che scivola nella dipendenza da droghe, e di suo padre (Steve Carell) che fa di tutto per aiutarlo a venirne fuori. Per Nic, metanfetamine ed eroina sono una via fuga da un malessere interiore profondo, quell’enorme “buco nero” che si sente dentro, che niente sembra poter riempire. La tossicodipendenza e le tendenze autodistruttive sono il problema e, al tempo stesso, i sintomi della perdita di sé, dell’ansia di non essere abbastanza in un mondo che richiede perfezione. Lo spunto di riflessione, qui, è devastante e insieme luminoso: quando stiamo male, l’amore di chi ci circonda non basta a guarirci, ma è assolutamente necessario.
Tutto chiede salvezza: anime in cerca di ascolto

Daniele (Federico Cesari) ha vent’anni, una sensibilità fuori misura e una sofferenza a cui non sa dare un nome. Dopo una crisi psicotica, viene ricoverato in un reparto psichiatrico per un trattamento sanitario obbligatorio. In quel luogo sospeso, popolato da medici disillusi e pazienti che diventano amici, Daniele scopre che la “follia” ha molte forme: spesso è un S.O.S. inascoltato, lanciato da chi chiede la considerazione e il rispetto che ognuno di noi merita. Tratta dal romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli, la serie di Netflix racchiude nel titolo il suo insegnamento: Tutto chiede salvezza è un invito a guardare la fragilità come parte della condizione umana. Ogni persona, anche chi appare forte o “guarito”, nasconde il desiderio di non essere lasciata da sola.
The son: quando la salute mentale è lontana e i grandi non sanno che fare

È un pugno nello stomaco la storia di Nicholas (Zen McGrath), diciassettenne che, dopo la separazione dei genitori, sembra spegnersi lentamente. Vive con la madre (Laura Dern), poi decide di trasferirsi dal padre (Hugh Jackman), un uomo di successo che ha una nuova compagna e un bambino piccolo, e che tenta di ricostruire con lui un rapporto ormai spezzato. Nicholas non ha amici e non va a scuola, soffre di una depressione profonda che nessuno capisce davvero: non è svogliatezza né ribellione, la sua, ma un dolore invisibile che lo consuma. Una malattia che lo disorienta e che fa sentire impotente chi la osserva da fuori. The Son (Prime Video) ci ricorda che chiedere aiuto non è una debolezza e che, di fronte a qualcuno che soffre di una malattia mentale, dobbiamo affinare empatia e capacità di ascolto, resistendo alla tentazione di dire e dirci “non è nulla, passerà”.
Euphoria: quel male di vivere che porta a strafarsi

Euphoria fotografa la vita di Rue (Zendaya), adolescente intelligente e ironica ma profondamente inquieta, che lotta contro la dipendenza da droghe e l’incapacità di gestire l’ansia. Intorno a lei, un gruppo di adolescenti – tra cui Hunter Schafer, Sydney Sweeney e Jacob Elordi – alla disperata ricerca della propria identità e di un posto decente nel mondo. La serie di Sky è senza filtri: amori tossici, sesso sfrenato, depressione e autolesionismo diventano il linguaggio crudo di una generazione iperconnessa ma emotivamente persa. La spirale di eccessi che inghiotte Rue è un’anestesia contro il dolore. L’insegnamento è duro ma necessario: non basta sopravvivere, bisogna imparare ad affrontare la vita, anche quando è una schifezza.
Fino all’osso: la salute mentale tra empatia e determinazione

Vent’anni e un corpo che si sta consumando: Ellen (Lily Collins) soffre di anoressia. Dopo numerosi tentativi di cura, tutti falliti, accetta malvolentieri di entrare in una clinica gestita dal dottor Beckham (Keanu Reeves), medico anticonvenzionale che adotta un approccio empatico più che clinico. Lì incontra altri ragazzi che, come lei, vivono prigionieri dei disturbi alimentari, tra la paura di crescere e la sensazione di non essere mai abbastanza per gli standard richiesti dalle famiglie e dalla società. Anche grazie a Luke, ex ballerino che affronta la malattia con energia e speranza, Ellen comincia a interrogarsi sul desiderio di controllo che la sfianca, fino a un momento di crisi che segna l’inizio della svolta. Perché la guarigione, suggerisce il film di Netflix, non è un atto eroico o improvviso, ma un percorso lungo e fragile, da affrontare ogni giorno con la stessa determinazione.
Raccontami di un giorno perfetto: quando un legame si fa salvifico

Finch (Justice Smith) corre con la musica in cuffia, quando vede Violet (Elle Fanning) in piedi sul parapetto di un ponte, che sembra sul punto di buttarsi. Parte così Raccontami di un giorno perfetto (Netflix), storia d’amore e molto altro tra due adolescenti che frequentano la stessa scuola e hanno in comune un intenso malessere. Lei è sopravvissuta alla morte della sorella, si sente schiacciata dalla mancanza e dai sensi di colpa, lui – chiamato “lo schizzato” – lotta contro un passato macchiato dagli abusi e una profonda depressione, che cerca di mascherare con ironia (e a tratti, ci riesce). Nel loro legame trovano entrambi un rifugio, un modo per tornare a scoprire la bellezza della vita. Ma la malattia mentale non si lascia addomesticare facilmente. Tra le frasi d’ispirazione che ci regalano i protagonisti, c’è una piccola chicca, da tenere a mente: “Ci sono posti luminosi anche nei giorni più bui”.
Ragazze interrotte: capostipite dei titoli sulla salute mentale

Capostipite dei titoli che affrontano di petto la malattia mentale, Ragazze interrotte è un film del 1999, tratto dal memoir di Susanna Kaysen. Protagonista, una diciottenne (interpretata da Winona Ryder) ricoverata in un ospedale psichiatrico negli anni Sessanta dopo un tentato suicidio. In reparto, incontra altre giovani donne con diagnosi diverse, tra le quali spicca Lisa (Angelina Jolie), una sociopatica carismatica e imprevedibile, che la mette costantemente di fronte ai propri limiti. Jolie vinse l’Oscar per il ruolo, e non a caso: il suo personaggio è il motore del film, la voce disturbante che rivolge a ogni spettatore la domanda-chiave: chi decide dove passa il confine tra la sofferenza e la follia? Ragazze interrotte mostra come l’etichetta psichiatrica possa diventare, a volte, una gabbia identitaria, un modo per rendere gestibile — e silenziosa — una persona che sta cercando di capire chi è.