È andato tutto bene è il film che va in onda martedì 14 luglio, alle 21.10 su Rai 3 e affronta uno dei temi più delicati e controversi degli ultimi anni: il diritto all’autodeterminazione nel fine vita e le conseguenze che una simile scelta ha sui rapporti familiari.

Diretto da François Ozon, regista tra i più autorevoli del cinema francese contemporaneo, il film è tratto dall’omonima opera autobiografica di Emmanuelle Bernheim. Nel cast figurano Sophie Marceau nel ruolo della protagonista, André Dussollier nei panni del padre André e Charlotte Rampling, che interpreta la madre Claude, dando vita a un racconto intenso che intreccia memoria personale e riflessione etica.

La trama del film

La protagonista è Emmanuèle Bernheim, scrittrice e sceneggiatrice che vede la propria vita cambiare improvvisamente quando il padre André viene colpito da un grave ictus. L’uomo, rimasto con importanti limitazioni fisiche ma perfettamente lucido, comunica alle figlie Emmanuèle e Pascale il desiderio di porre fine alla propria esistenza attraverso il suicidio assistito.

La richiesta costringe entrambe ad affrontare un percorso difficile, fatto di dubbi morali, ostacoli burocratici e profonde tensioni familiari. Poiché la pratica è vietata in Francia, le due sorelle cercano una soluzione in Svizzera, dove il suicidio assistito è consentito entro specifiche condizioni.

Durante il viaggio emergono vecchi conflitti, rapporti mai davvero risolti e il carattere complesso del padre, uomo brillante ma anche profondamente egoista, che continua a influenzare la vita delle persone che gli stanno intorno.

Parallelamente il film ripercorre i rapporti con la madre Claude, ormai separata da André da molti anni, e con le altre figure che fanno parte della famiglia, mostrando come la decisione dell’uomo finisca per coinvolgere tutti in modo inevitabile.

Il film è tratto da una storia vera

È andato tutto bene prende ispirazione da una vicenda realmente accaduta. Il film è infatti tratto dall’omonimo libro autobiografico di Emmanuelle Bernheim, pubblicato nel 2021, nel quale la scrittrice racconta l’ultimo periodo di vita del padre André Bernheim e il difficile percorso che portò la famiglia ad accompagnarlo in Svizzera per ottenere il suicidio assistito.

Bernheim, scomparsa nel 2017, è stata una delle più importanti scrittrici e sceneggiatrici francesi della sua generazione. Negli anni aveva instaurato uno stretto sodalizio artistico con François Ozon, collaborando alla sceneggiatura di diversi suoi film.

Dopo la morte dell’autrice, il regista ha scelto di portare sullo schermo uno dei suoi testi più personali, mantenendo intatta la sostanza degli eventi realmente vissuti ma adattandoli alle esigenze del racconto cinematografico.

Tono asciutto vs ironia

Uno degli aspetti che differenziano maggiormente il libro dal film riguarda il tono della narrazione. Nel volume di Emmanuelle Bernheim prevale una scrittura estremamente asciutta, precisa e quasi priva di qualsiasi concessione al sentimentalismo. I fatti vengono raccontati con lucidità e con una distanza emotiva che rende ancora più evidente il peso delle decisioni affrontate dalla famiglia.

François Ozon conserva questa impostazione ma introduce alcuni momenti di ironia, spesso affidati proprio al personaggio del padre. Le sue battute, il suo carattere provocatorio e il suo sarcasmo alleggeriscono in parte la tensione senza mai sminuire la portata etica della vicenda. Il risultato è un equilibrio tra dramma e umorismo nero che costituisce una delle principali differenze rispetto all’opera autobiografica.

Rapporti familiari

Il romanzo è costruito quasi interamente attraverso il punto di vista di Emmanuelle e privilegia la dimensione interiore della protagonista. Il lettore segue soprattutto i suoi pensieri, le sue esitazioni e il rapporto personale con il padre.

Nel film Ozon amplia invece lo sguardo sull’intera famiglia. Viene dato maggiore spazio al legame tra Emmanuèle e la sorella Pascale, che affrontano insieme il difficile percorso verso la Svizzera, ma anche ai rapporti tra André e l’ex moglie Claude. Il regista approfondisce inoltre la relazione dell’uomo con il compagno dell’ex moglie, costruendo un quadro familiare più corale rispetto all’impostazione fortemente introspettiva del libro.

Il suicidio assistito

Il percorso verso il suicidio assistito rappresenta il cuore sia del libro sia del film, un tema molto importante e tornato al centro del dibattito pubblico anche di recente dopo che le gemelle Kessler vi hanno fatto ricorso.

La scrittrice e il regista scelgono sfumature differenti per parlarne. Bernheim descrive la preparazione del viaggio in Svizzera e tutti gli aspetti burocratici vengono con un linguaggio quasi clinico, privo di enfasi e fortemente ancorato ai fatti.

Ozon rimane fedele agli eventi realmente accaduti, ma accentua il senso di clandestinità dell’intera operazione. Il regista costruisce alcune sequenze con una tensione vicina a quella del thriller, evidenziando il contrasto tra la determinazione della famiglia e il fatto che quella scelta non possa essere legalmente realizzata in Francia.

Con il film del regista francese non è la prima volta che questo tema viene affrontato al cinema, basti pensare a Il mare dentro o al più recente Buon viaggio Marie.

Struttura e flashback

Il libro segue uno sviluppo rigorosamente cronologico. Dopo l’ictus di André, gli eventi vengono raccontati in successione, con uno stile lineare che accompagna il lettore attraverso tutte le fasi della vicenda.

Il film rompe invece questa struttura introducendo numerosi flashback. Attraverso i ricordi di Emmanuèle emergono episodi dell’infanzia e della giovinezza che aiutano a comprendere il carattere del padre, descritto come autoritario, egoista e spesso difficile da affrontare. Questa scelta amplia la prospettiva narrativa e rende più articolata la costruzione psicologica dei personaggi.

La descrizione dei personaggi

Anche nella caratterizzazione dei protagonisti emergono alcune delle differenze più evidenti tra il libro e il film.

Nell’autobiografia di Emmanuelle Bernheim i ritratti sono più duri e privi di attenuanti: André appare come un uomo profondamente egocentrico e distruttivo, mentre la madre Claude e Serge, indicato come “L’Innominato”, sono descritti attraverso lo sguardo critico e spesso doloroso della protagonista.

François Ozon sceglie invece di rendere tutti i personaggi più sfaccettati.

André conserva il suo egoismo ma acquista anche fascino, ironia ed eccentricità. Claude, scultrice affetta da depressione cronica e morbo di Parkinson, grazie a Charlotte Rampling assume un ruolo più centrale e il suo rapporto conflittuale con l’ex marito viene approfondito visivamente. Anche Serge risulta meno ostile rispetto al romanzo e viene mostrato con maggiore umanità.

Il tema dell’omosessualità

Il È andato tutto bene un’ulteriore variazione tra la pagina scritta e la storia su pellicola riguarda il passato di André e il tema dell’omosessualità.

Nel libro emergono con maggiore durezza l’omofobia interiorizzata del padre e le tensioni legate alle sue relazioni passate. Le figlie indicano ironicamente il suo compagno con l’acronimo “G.M.”, abbreviazione di Grosse Merde, espressione offensiva che testimonia il clima familiare.

Nel film Ozon approfondisce invece il contesto della subcultura gay parigina dell’epoca e trasforma l’ex amante in una figura meno caricaturale, concentrandosi soprattutto sul peso sociale del tabù dell’omosessualità vissuto dalla generazione di André.