Mi è capitato questa estate, in una serata di afa e zanzare, di rivedere in tv Thelma & Louise. Nel palinsesto sonnacchioso e canterino della stagione di mezzo capita a volte di incappare in vere chicche effetto nostalgia. Quel film di Ridley Scott uscì nelle sale nel 1991. Io avevo 22 anni e rimasi folgorata dalla parabola inaspettata e parossistica delle due amiche partite per un tranquillo weekend di svago e bisbocce e tramutate per caso, in seguito a una serie di spiacevoli incidenti, in pericolose fuorilegge in fuga verso il Messico. Non solo un road movie adrenalinico, ma un vero manifesto femminista sulla sorellanza e il valore della libertà. Thelma scappava da un marito violento e controllante, Louise da una relazione inconcludente e da un passato da dimenticare. A incasinare il tutto, un giovane autostoppista col cappello da cowboy e una vaga somiglianza con James Dean.

Come nasce un sex symbol

Era la prima volta che lo incontravamo sullo schermo e ci lasciò letteralmente senza fiato. Mi prendo la responsabilità di usare il plurale perché, in quel rito collettivo che era il cinema, non era difficile cogliere l’apprezzamento del pubblico in sala, lanciatosi, almeno per la quota femminile, in una sinfonia di “Oooh” e di “Uuuh”, di cui si sente l’eco ancora ora. Grazie a quel film Brad Pitt divenne Brad Pitt, il sogno proibito della Generazione X. Ancora un paio d’anni e il suo primato sarebbe stato scalfito da un altro sconosciuto, passato da sit-com e film non memorabili a una delle serie più seguite di sempre: E.R. – Medici in prima linea, medical drama andato in onda dal 1994 al 2009, per un totale di 15 stagioni e 331 episodi. Lui, Doug Ross, pediatra premuroso e sciupafemmine, aveva la faccia di George Clooney, 33enne del Kentucky, destinato a diventare nel giro di pochi anni, “quel” George Clooney. Il più sornione, garbato, piacione e simpatico sex symbol di tutti i tempi.

La vita va avanti per tutti

Ora che la Mostra del Cinema di Venezia gli rende omaggio con il Leone alla carriera, realizzo non solo che ha 65 anni, età solitamente più associata ai nonni che alle icone erotiche, ma anche che siamo invecchiati insieme. E questo mi rende stranamente serena. Perché vuol dire che la vita va avanti per tutti, persino per le nostre fantasie e per i divi dei giornali che, visti lì, ci sembrano immortali e inattaccabili. Un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma in qualche modo confortante e ovviamente applicabile a tutti i miti della nostra gioventù.

Un divo “normale”

Noi c’eravamo quando lui è stato scapolo d’oro, flirt paparazzato di Elisabetta Canalis, frequentatore assiduo del lago di Como, supereroe in calzamaglia e messaggero di pace per l’Onu; abbiamo pianto insieme a lui la morte dell’amato maialino Max, brindato al matrimonio con l’avvocatessa per i diritti umani Amal Alamuddin, gioito all’arrivo dei due gemellini Ella e Alexander. Insomma, tolti i Golden Globe, le statuette e le nomination agli Oscar, l’amicizia con gli Obama e i tappeti rossi, praticamente uno di noi.

Quei capelli sale e pepe

Più fortunato dell’amico Brad – incappato in quel tritacarne del Brangelismo che l’ha masticato e risputato nell’Olimpo dei belli più splendido che mai, ma un po’ stazzonato – e decisamente più umano, più terreno, più vero. Con quei capelli sale e pepe (ormai più sale che pepe) che sono diventati il suo marchio di fabbrica, i modi affabili, il savoir faire da uomo di mondo che gli hanno permesso di attraversare la mezza età in modo trionfale e senza rigurgiti giovanilistici. Dando decisamente il lungo ai Johnny e ai Leo, che hanno dovuto far ricorso a tinte per capelli e fidanzate under 35 per illudersi che il tempo, passando, non li avesse trovati.

I miti non invecchiano

Già solo per questo il nostro George, “artista completo, capace di unire talento, carisma e un forte impegno civile”, come lo ha definito il direttore artistico della Mostra Alberto Barbera, meriterebbe un Leone d’Oro. Per tutte noi fan della prima ora resterà sempre il numero uno. Ma per le altre, le Zoomer infatuate dei tratti efebici di Timothée Chalamet e delle borsette di Jacob Elordi, è lo stesso? Si resta sex symbol per tutta la vita oppure a un certo punto si “scade”? Pensando a Cary Grant, Paul Newman, Robert Redford, Steve McQueen, mi dico che il “titolo” resiste per sempre. E siamo noi a tenerlo in vita. Restando sempre, in fondo al cuore, le ragazzine che li hanno amati e beatificati. Capaci ancora di cogliere dietro gli occhiali scuri che nascondono le rughe la luce che irradiavano dai poster delle nostre camerette.