La filosofa Michela Marzano dice che nella storia complicata tra adolescenza e ansia c’è un prima e un dopo. In mezzo, il Covid. Oggi la salute mentale, di cui il 10 ottobre ricorre la Giornata mondiale, è un’urgenza per chiunque viva accanto a un adolescente. «Tutti parlano dei ragazzi, ma pochi li ascoltano. E invece si parte da lì».
Intervista a Michela Marzano
Lei l’ha fatto da docente, in università a Parigi, e poi da scrittrice con Qualcosa che brilla (Rizzoli): un romanzo che dà voce ai ragazzi in dialogo con uno psichiatra capace di vederli davvero.
Cosa c’è di nuovo nell’ansia di oggi?
«Le proporzioni. In Francia il suicidio è la prima causa di morte tra i 14 e i 24 anni, con 9.000 suicidi e 200.000 tentativi l’anno. Tornando in università dopo il lockdown, ho trovato ragazzi fragilissimi: crisi d’ansia, disturbi alimentari, episodi di cutting».
L’ansia degli adolescenti
È “colpa” della pandemia?
«Anche. Ma noi adulti abbiamo smesso di ascoltare. Molte ragazze mi dicono: “Vorrei parlare con mamma, però lei risponde: dopo”. E quel dopo non arriva mai. Non accuso: anche gli adulti hanno le loro fragilità».
Quali?
«Io, per esempio, ho avuto disturbi del comportamento alimentare e vengo da 20 anni di psicoanalisi: mi sono dovuta smontare e ricostruire. Molti della mia generazione hanno ingoiato tutto, specialmente le donne, strette tra lavoro, genitori anziani, figli. Hanno chiuso in un cassetto molti bisogni. Ma se non ascoltiamo noi stessi, come ascoltiamo i ragazzi?».
Come parlare con un adolescente
Come si parla bene con un adolescente?
«Ascoltandolo, appunto. Vuol dire vederlo, riconoscerlo, accettarlo, esserci. A volte serve più il silenzio delle domande perché le parole emergano».
In Italia la risposta è spesso il farmaco.
«In certi momenti è indispensabile: toglie il sintomo, permette di respirare. Ma il farmaco non è la soluzione e l’idea del “curati e guarisci”, come se ci fosse qualcosa di rotto, è pericolosa. La vita è difficile e dolorosa: non si guarisce, si attraversa. La cura è rimettersi in contatto con se stessi».
Perché il corpo è un campo di battaglia?
«Quando la parola non è accolta, il corpo urla. Nel taglio c’è rabbia che non trova sbocco, nel vomito ciò che non si riesce a dire. Non è un capriccio: è l’unico modo per gridare “Ci sono”».
Tra guerre e crisi climatica, cresce l’ansia.
«I giovani hanno l’impressione di non contare e che gli adulti non stiano facendo nulla».
Come se ne esce?
«Ascoltandoli, restando, aiutandoli a ritrovare contatto con se stessi. Quando smettono di urlare col corpo e possono parlare, succede la cosa più semplice e più difficile: ricominciano a brillare.
