La salute mentale è sempre più al centro dell’attenzione a livello globale, con segnali di crescita preoccupanti. E a pagarne il prezzo più caro sono le donne: sebbene gli uomini mostrino tassi più alti di disturbi antisociali e dipendenze, le donne hanno dal 20 al 40% di probabilità in più di soffrire di un disturbo mentale. Sono il doppio più a rischio di essere diagnosticate con ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress e disturbi alimentari.

La situazione sta peggiorando. Un esempio? L’abuso di alcol, un tempo più comune negli uomini, sta aumentando vertiginosamente tra le donne: tra il 2001 e il 2013, i casi maschili sono cresciuti del 35%, mentre quelli femminili dell’84%. Perché succede? E soprattutto: perché la scienza medica è ancora così indietro nella comprensione delle dinamiche del cervello femminile?

Il gender gap nella ricerca medica

Uno dei principali problemi è la storica sotto-rappresentazione delle donne negli studi clinici e nei modelli sperimentali. Per decenni, la ricerca biomedica ha considerato il corpo maschile come «norma» evitando quello femminile per paura che gli ormoni potessero rendere i risultati «più variabili».

Cio ha avuto conseguenze enormi:

  • I farmaci per la salute mentale sono stati sviluppati e testati quasi esclusivamente su uomini e poi estesi alle donne;
  • Le differenze biologiche femminili – come metabolismo, risposta agli ormoni, effetti collaterali – non sono state prese in considerazione;
  • Le terapie sono risultate meno efficaci e spesso più pericolose per le donne.

Solo negli ultimi anni si sta iniziando a correggere queste storture, ma il divario resta profondo. Ad esempio, tra il 2015 e il 2019 solo il 20% degli studi sugli animali sull’alcol includeva entrambi i generi; mentre nei trial clinici sull’alcolismo, solo il 29% dei partecipanti erano donne.

Nuove ricerche: la risposta all’alcol del cervello femminile

Una delle ricerche più promettenti per colmare questo divario è stata pubblicata recentemente su Nature Communications da un team dell’Università di Melbourne. Gli scienziati hanno usato un modello murino (topi) per studiare come il cervello regola il comportamento del binge drinking – cioè l’assunzione smodata di alcol in breve tempo – e hanno scoperto differenze fondamentali tra maschi e femmine.

Salute mentale femminile: i ritardi della ricerca scientifica

Il ruolo della grelina

La protagonista è la grelina, conosciuta come l’ormone della fame. È prodotta nello stomaco e invia segnali al cervello per stimolare l’appetito. Ma studi recenti dimostrano che la grelina è anche coinvolta nel consumo di alcol. In particolare, la nuova ricerca ha analizzato una regione cerebrale chiamata nucleo di Edinger-Westphal, che ha una delle più alte concentrazioni di recettori per la grelina. Quando gli scienziati hanno ridotto l’attività dei recettori della grelina in questa zona, il binge drinking è diminuito significativamente solo nelle femmine, mentre nei maschi non si sono registrati risultati degni di nota. Ciò suggerisce che il cervello femminile risponde in modo specifico ad alcuni segnali neurobiologici legati all’alcol e che escludere il genere femminile dai test, come accaduto in passato, significa perdere pezzi cruciali della comprensione scientifica.

Serve un cambiamento sistemico

Fortunatamente, alcuni enti di ricerca stanno iniziando ad affrontare il problema. Il National Institutes of Health (NIH) statunitense, ad esempio, impone l’inclusione del sesso biologico come variabile obbligatoria negli studi finanziati. In Australia, il National Health and Medical Research Council (NHMRC) ha recentemente emesso una raccomandazione simile, un primo passo per sanare decenni di squilibri.

L’obiettivo ora è chiaro: colmare il gender gap nella ricerca sulla salute mentale per arrivare a trattamenti più efficaci e sicuri per tutti, a terapie personalizzate che tengano conto del sesso biologico e a una medicina più giusta, inclusiva ed efficace, che non si basi su modelli unici.