C’è una serata a Sanremo in cui ogni anno calano le maschere. Chi non riesce a mostrare autenticità e si perde in narrazioni forzate, viene scoperto subito. La serata dei duetti è la più attesa perché è una pausa dalla kermesse, l’occasione per reinterpretare grandi successi o inventare medley impensabili, ma soprattutto il momento in cui dimostrare davvero di meritare la vittoria. Alla serata dei duetti non serve strafare, i tecnicismi annoiano, le performance patinate e seriose non emergono. Emerge chi è sé stesso, chi sceglie la canzone con coerenza, chi chiama amici veri e non solo chi può far fare bella figura. E, in un’edizione come questa, è proprio quello che ci serve.
La serata duetti mette in pace tutti
Donne e uomini, boomer e GenZ, persino cantanti con ideali politici opposti. Uniti con l’obiettivo di regalare al pubblico performance che restino nella storia del Festival, i cantanti mettono da parte tutto. Con il brano giusto, ci ricordano che quando la musica fa la sua magia, il resto non conta più. Si sente quando Tredici Pietro porta sul palco, a sorpresa, il papà Gianni Morandi per cantare Vita. Ma anche nel tour des forces che è l’esibizione di LDA&AKA7 insieme all’ottantenne Tullio De Piscopo, che ha dimostrato che un vero showman non ha età.
La più grande sorpresa dell’edizione 2026 è la cover di Su di noi di Pupo, Fabrizio Bosso e Dargen D’Amico, che l’artista ha trasformato la hit in un manifesto sociopolitico (e anti-war, nonostante Pupo sia al momento un nemico politico dell’Ucraina…). Anche tutti i dubbi legati alla scelta di Ditonellapiaga si sono sciolti: resta l’amarezza nel vedere una donna ricorrere a un personaggio controverso per regalare emozioni, sì, ma è innegabile che l’energia sia arrivata tutta. E davanti a una performance così, ogni commento e ogni opinione sono superflui.
La (falsa) banalità del trash
E se esibizioni come quella di Malika Ayane con Claudio Santamaria mettono in mostra il talento, la cura, l’abilità con gli arrangiamenti, a rubare il cuore è tutt’altro. Perché per i virtuosismi c’è il resto del tempo, alla serata delle cover ci vogliono emozioni immediate, show. La regina assoluta, con l’onore e onere di aprire le danze, è Elettra Lamborghini: con le Las Ketchup porta un’Asereje che ci fa fare un tuffo nell’estate spensierata del 2001. Non si resiste ad imitarne il balletto (che l’ha messa non poco alla prova, ma Elettra non si scompone), volano voti alti e l’engagement social – morto nelle serate precedenti – torna col botto.
Il trash, o almeno quello che viene raccontato così, non è poi così semplice da realizzare. Ci vuole leggerezza, voglia di divertirsi, ma anche coerenza: per questo ha “bucato” Francesca Fagnani – che di meme e trash ne sa qualcosa – in coppia con Fulminacci. Una cover di Parole, parole cantata e parlata con lei fin troppo sorridente per poter risultare credibile come la fredda Mina, e un’atmosfera troppo impegnata per poter risultare intrattenente nel suo imbarazzo. Un altro flop sconvolgente è quello delle Bambole di Pezza, forse le uniche in tutta Sanremo a non sapere a memoria Occhi di gatto, viste le gaffes.
La qualità ha stancato?
Non si tratta di non essere più abituati alla musica fatta per bene, come pensa qualcuno. Ma in un Festival dove tutto è apparenza, dove tutto è studiato minuziosamente e l’emozione è inesistente, la cura risulta opprimente. Serve imperfezione, come l’esibizione completamente fuori controllo di J-Ax e Ligera County Fam. Serve qualcuno che osi, o perlomeno che sorprenda, come Ditonellapiaga e Tredici Pietro.
Non basta una serata a salvare un’edizione, ormai si può dire, da dimenticare. Ma in questa serata gli artisti ci hanno dimostrato, per la maggior parte, di avere un’identità forte. Di avere un’anima, aver scelto i loro brani spinti dall’amore per la musica e non la volontà di esserci per esserci. E, alla fine, è questa la cosa più importante.