Stasera su Canale 5, alle 21:20, va in onda in prima tv il film con Fabio De Luigi e Virginia Raffaele che, sotto la superficie della commedia, nasconde uno sguardo lucidissimo sulla genitorialità. Marco e Giulia sono la coppia che molti riconoscono tra gli amici, o forse in se stessi: vivono bene, benissimo, in un equilibrio fatto di complicità, passione, lavoro, interessi e rituali che rendono le loro giornate ordinate e prevedibili.
Non è un caso che il film li introduca mentre osservano con ironia – e un pizzico di pietà – gli amici genitori, sempre trafelati, sempre con l’aria di chi è sopravvissuto a una battaglia. Per loro, il mondo dei bambini è un pianeta lontano, dove l’ordine scompare, i ritmi saltano e l’identità personale si annacqua nel ruolo. E loro, di quel mondo, non vogliono far parte. Non per disamore, ma per una chiarezza che si sono conquistati: stanno bene così.
«Tre di troppo», quando il destino decide di farsi sentire (anche nelle commedie)
«Tre di troppo» gioca con un espediente fantastico – una sorta di «maledizione» lanciata da un’amica sfinita dai bambini – che trasforma la loro vita dall’oggi al domani: Marco e Giulia si svegliano e trovano in casa tre bambini che li chiamano mamma e papà. Non neonati, non creature adorabili da abbracciare: bambini nel pieno delle loro richieste, dei loro bisogni, dei loro capricci, delle loro energie inesauribili.
Il bello del film è che questa svolta non serve solo a far ridere. Serve soprattutto a far crollare, una per una, le certezze della coppia. Perché la loro vita «pre-incantesimo» non viene descritta come sbagliata. Anzi, il film è bravo nel mostrarla come una felicità autentica, non come un egoismo da punire. È esattamente da lì che nasce il vero tema: cosa succede quando la vita ti chiede un’identità che non hai scelto?
La genitorialità come paura: un tabù finalmente raccontato
Nel raccontare la fuga disperata dai tre bambini, Tre di troppo mette in scena una verità che spesso non viene detta ad alta voce: la genitorialità fa paura. Non perché i figli siano un problema, ma perché rappresentano un cambiamento che, oggi, è percepito come un salto nel vuoto.
Il film non punta il dito contro nessuno. Anzi, restituisce con leggerezza sentimenti che molte persone vivono davvero: il timore di perdere la libertà, la paura di non riconoscersi più, l’ansia di non essere all’altezza, il peso sociale di scelte che ancora dividono tra «buoni» e «cattivi». È un nodo profondamente contemporaneo: la generazione che ha più strumenti per scegliere è anche quella che si sente più fragile davanti alle scelte definitive.
Dal rifiuto alla trasformazione: quando il caos diventa maestro
La parte più bella del film è forse la più silenziosa. Non ci sono dichiarazioni epiche o momenti in cui Marco e Giulia diventano improvvisamente genitori perfetti. Accadono, piuttosto, piccole cose. Una carezza data quasi per sbaglio o una frase che esce dalla bocca prima ancora di capirla. Una coperta sistemata sul bambino che dorme o un gesto di protezione che arriva spontaneo.
Senza accorgersene, i protagonisti attraversano il caos e scoprono che quel disordine che tanto temevano può anche essere un luogo dove imparare una forma diversa di amore. Non un amore ideale, non un amore da poster, ma un amore che si misura nella capacità di accogliere l’altro senza perdere sé stessi.
Una storia che parla all’Italia di oggi
Quello che rende Tre di troppo particolarmente attuale è che sembra capire una verità sociale del nostro tempo: molte coppie vivono la scelta di avere o non avere figli come un esame identitario, come un confine che definisce chi sei e quanto vali. Il film prende questa pressione e la sgonfia con dolcezza. Non dice «fate figli», ma dice «non giudicatevi». E in un Paese come il nostro, contraddistinto da denatalità crescente, il tema toccato dal film è più che mai attuale.
Il finale di Tre di troppo
Senza svelare troppo, il finale porta Marco e Giulia verso una decisione che non nasce dal dovere, né dalla magia, ma da una consapevolezza nuova. Non diventano persone diverse: diventano solo persone che non hanno più bisogno di proteggersi a tutti i costi.

Il film suggerisce una conclusione semplice e profondissima: la genitorialità non è un obbligo che ti toglie, ma una scelta che può aggiungere, se e solo se è desiderata. E se non lo è, resta valida e dignitosa la libertà di non volerla.