Nell’anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, il 2 novembre 1975, bisognerebbe darsi un compito: prendere o riprendere in mano alcune delle sue opere. Per esempio, quegli Scritti corsari così lucidi, attenti e ribelli, in cui si rivolgeva ai giovani negli anni ’70. O l’articolo pubblicato nel gennaio del 1975 sul Corriere della Sera, giudicato scandaloso dal movimento femminista. «Il problema non è di essere contro o a favore dell’aborto, ma a favore o no della sua legalizzazione» scriveva. «Ebbene, io mi sono pronunciato contro l’aborto e a favore della sua legalizzazione».

Pasolini, che aveva firmato il referendum, diceva in sostanza: le leggi sono giuste, ma la frustrazione sessuale e la violenza contro le donne restano e non sarà una legge sull’aborto ad abolirle perché le donne sono considerate cittadini inferiori. Parole così profetiche da provocare un’amara, tardiva consapevolezza a leggerle oggi, anno 2025. Dobbiamo rileggere e meditare Pasolini perché è stato l’unico grande intellettuale che abbia parlato senza false ipocrisie di temi femminili allora tabù. L’unico capace di intessere quel rapporto di “intelletto d’amore” tra sé e le donne. Amiche, compagne di lavoro, confidenti, esempi di resistenza, intellettuali coraggiose, fieramente diverse e sempre in rivolta. Sono state molte le donne non addomesticate dalla società patriarcale che gli sono state accanto. Qui ne raccontiamo alcune.

Susanna Colussi, la madre

Pasolini, in versione poetica, la chiamava “capinera solitaria”, oppure alternativamente “mammetta”, “pitinicia”, “picinina”. Susanna, maestra di Casarsa, in Friuli-Venezia Giulia, era fuggita a Roma con quel figlio amatissimo quando, solo e senza un soldo, era stato cacciato dalla scuola dove insegnava perché “corruttore di minorenni”. Ovvero, perché omosessuale. Pur di aiutarlo a sopravvivere si era messa a fare la cameriera. Pasolini povero e reietto o Pasolini famoso intellettuale sente che a comprenderlo c’è solo lei, sua madre.

Se lui soffre di ulcera, anche lei avverte dolore al ventre; se lei ha l’emicrania, anche a lui viene mal di testa. «Telepatici, quasi fossero una creatura sola» hanno detto di loro. «Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore» scriverà lui nella celebre Supplica a mia madre, poesia in cui emerge la figura di un amore materno indissolubile, ma anche tirannico e freudianamente traumatico. Vuole lei come Vergine Maria quando gira Il Vangelo secondo Matteo (1964) E sempre lei nel ruolo della contadina che levita nell’aria come una santa alla fine di Teorema (1968). Hanno scritto: «Lo sguardo di Susanna sotto la croce è lo stesso con cui ogni sera, all’imbrunire, accompagnava dalla finestra il calvario di quel figlio alla ricerca disperata di amore».

A lei tocca il peggior destino che possa colpire una madre: perdere i figli. Il più giovane, Guido, nell’eccidio di Porzûs, nel 1945; Pier Paolo, ucciso tra le baraccopoli dell’idroscalo di Ostia. Gli sopravviverà 6 anni.

Laura Betti, la musa

Voce roca, occhi bistrati, fisicità intensa, carattere aspro, ma anche vitale e ribelle. Fuggita da una famiglia borghese che la voleva moglie e madre, Laura approda a Roma, fa teatro, incontra tutti gli artisti e gli intellettuali degli anni ’50. Lei è cuoca sopraffina, la sua casa è aperta a tutti e un giorno vi approda anche Pasolini. Laura ne diventa la musa in un sodalizio di arte e pensiero senza fine. Lui dice: «Si è messa una maschera inalterabile di pupattola bionda». Lei risponde: «Dietro quella maschera c’è una tragica Marlene, una vera Garbo».

Una diva tanto intensa quanto sorprendente. E Pasolini lo sa. La fa lavorare con lui in La ricotta, episodio di RoGo.Pa.G. (1967), in Le streghe (1967), le fa vincere la Coppa Volpi a Venezia per il ruolo della serva di Teorema (1968) e poi le regala un altro ruolo perfetto: la comare di Bath che si prende beffe dei personaggi moraleggianti dei Racconti di Canterbury (1972). Ecco il perfetto sodalizio, che lei si ostinerà a definire “una coppia” e di cui sarà gelosissima quando comparirà Maria Callas. Un’unione che lascerà un vuoto incolmabile alla morte di lui. Laura per quasi 30 anni continuerà a farlo vivere, ricordandolo, scrivendone (Teta Veleta, 1979), dirigendo documentari (Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno, 2001). Ed è a lei che si deve l’ideazione del Fondo Pier Paolo Pasolini e il Centro Studi Archivio a Bologna con oltre 1.000 volumi a lui dedicati.

Maria Callas, l’amore impossibile

Un amore struggente e incompiuto tra due anime fragili e inquiete. A farli incontrare erano stati Franco Rossellini e Marina Cicogna, che dovevano produrre Medea. Lei era reduce dall’abbandono da parte di Onassis, lui innamorato infelice di Ninetto Davoli. Come ha raccontato Dacia Maraini, «Maria si illudeva di convertirlo all’eterosessualità… Sul palco era un drago, ma nella vita era una bambina di un’ingenuità sconfinata…Non capiva che anche lui l’amava, ma di amore platonico». Pasolini giunse a regalarle un anello con incastonata un’antica corniola, trascorsero un’estate insieme a Tragonisi, isola dell’Egeo, ma di quei giorni e quelle notti in riva al mare rimangono solo i 14 ritratti che lui le fece e 10 poesie a lei ispirate (pubblicate nella raccolta Trasumanar e organizzar). Nulla di più nacque da quella loro intimità, anche se lui le aveva scritto:«Tu sei come una pietra preziosa».

Elsa Morante, l’amica esigente

Quando Alberto Moravia li fece conoscere all’inizio degli anni ’50, per lei Pier Paolo era un giovane, nuovo Rimbaud: ne possedeva lo stesso sprezzo della borghesia e del pericolo, lo stesso genio rivoluzionario. Per lui Elsa poteva essere la “Regina esigente” se delusa da certi suoi comportamenti, o “la Madre consolatrice”, quando Ninetto Davoli lo faceva soffrire. Lei ne tracciò un ritratto sincero e profondo nel romanzo Aracoeli (1982) tratteggiandone virtù e debolezze nel personaggio del protagonista Manuele. Pasolini in Petrolio (romanzo incompiuto pubblicato postumo nel 1992) fece un suggestivo ritratto di questa amica «con il viso di giovane gatta… Padrona del proprio pensare, per quanto il suo fondo potesse essere passionale, viscerale e tempestoso».