Nonostante le critiche, i meme, le stroncature. Nonostante le esibizioni andate male, le volte in cui ripensa a quello che ha detto e non si riconosce, le volte in cui avrebbe potuto apprezzare di più le opportunità della vita. Non è facile per Arisa guardare oltre, vedersi allo specchio e dirsi che sì, alla fine va bene così. Ma oggi ha imparato a farlo, e si sente: quella di Magica Favola è un’artista che ha una voce diversa, una sicurezza che traspare dalla prima nota, una voglia di raccontarsi senza cercare di fare ridere, senza fare uno show. Forse ha abbandonato i panni di Arisa – in tutti i sensi, persino i vestiti da sera a cui ci ha abituati – lasciando spazio a una donna che non teme più di mettersi a nudo: Rosalba, quella vera. Vedendola ringiovanita, slanciata dal trucco perfetto, l’acconciatura, l’outfit sensuale e i tacchi alti, sembra un’altra donna. E forse lo è. Conoscerla è stato un piacere.
Arisa, pronta per Sanremo 2026
Una domanda scontata, che pure non lo è mai: come stai?
«Bene, tu?»
Anche io sto bene. Com’è tornare a Sanremo? Mi sembri serena.
«Sì, sono serena, sono tranquilla. Tornare a Sanremo è un privilegio, a volte questa opportunità è un po’ sottovalutata, invece ti dà la possibilità di ricevere attenzione e di poter parlare del tuo progetto – tutto il lavoro e la squadra che c’è dietro – in maniera esaustiva».
Parliamo di Magica Favola, appunto, che nasce dall’unione di una squadra pazzesca: il tuo ex compagno Giuseppe Anastasi, il cantautore Galeffi e i Mamakass. Com’è nata?
«Magica Favola nasce dalla volontà di fare un resoconto onesto della mia vita che possa “raccontare” al mio pubblico in maniera sincera e autentica quello che è stato il mio percorso in questi anni. Soprattutto nei confronti dell’amore, che è stato sempre il mio sentimento cardine, la cosa per cui io ho davvero pensato di morire. Mi dicevano “per amore non si muore”, e io pensavo: “No, no, si muore eccome”… E invece, in questo momento della mia vita, ho capito».
Una pausa dall’amore e l’importanza di “coltivarsi”
Cosa hai capito?
«Lo dicevo a una collega poco tempo fa mentre eravamo a mangiare una pizza: io ho capito di essere allergica a un albero, non so bene quale sia, ma ogni volta che mi ci trovo a contatto comincio a starnutire, mi vengono delle crisi respiratorie. La stessa cosa avviene anche con l’amore romantico: io attraggo sempre un certo tipo di uomini che purtroppo per me sono deleteri, quindi ho capito che per adesso ho bisogno di astenermi per un po’. E, nel mentre, mi coltivo. Capisco chi sono, perché probabilmente, nonostante il percorso che ho fatto fino ad ora, ho ricevuto degli esempi e ho formato il mio carattere e la mia personalità in base a dei canoni che mi portano a scegliere sempre la cosa sbagliata».
Forse mi sbaglio, ma credo che questa volta sul palco invece di Arisa ci sarà Rosalba.
«Sì, ci sarà Rosalba: una donna, semplicemente».
Che fase della tua vita fotografa questo brano in particolare?
«Sicuramente racconta quella che sto vivendo, i miei 43 anni: una fase di consapevolezza rispetto al fatto che non posso più giocare con me stessa. Non posso più permettermi di vivere degli sconvolgimenti così profondi da compromettere tutto quello che ho intorno.
Io vivo così intensamente l’amore, amo così tanto che il sentimento mi cambia tutto. Mi cambia gli equilibri, la personalità: io divento quello che l’altra persona richiede.
E penso che l’amore romantico in un certo senso sia questo, diventare un po’ l’altra persona. Anche attraverso la sessualità, si diventa un tutt’uno. Ma in questo momento della mia vita io voglio essere me, scoprire chi sono io senza che nessuno possa interferire con la mia identità».

Ognuno di noi si deve la cura, perché il tempo non è infinito
E mi sembra di capire che ci sia stato un lavoro anche dal lato dal lato estetico, sui social: ci mostri una nuova faccia che forse non era mai arrivata prima. Questo nuovo modo di mostrarti come lo stai vivendo, c’è un ragionamento dietro o ti è venuto naturale?
«Mi è venuto naturale. Ti racconto questa cosa: durante una storia, negli ultimi anni, mi è capitato un episodio spiacevole. Un litigio molto pesante, in cui mi sono sentita impotente. Nonostante portassi avanti le mie ragioni e fossi sicura della mia posizione, mi sentivo continuamente ostacolata. Questo mi ha fatto reagire con una forza fuori dal comune. Non mi sono piaciuta, e ho chiamato subito aiuto: mi sono stati prescritti dei farmaci, sono ingrassata di 7 chili. Dopo essere uscita da questa relazione, mi sono guardata allo specchio e mi sono resa conto che chi ero diventata non mi piaceva più. Allora, ho finito di assumere farmaci – naturalmente gradualmente – e mi sono dedicata a me stessa. Non con l’obiettivo di diventare qualcos’altro, ma con la volontà di prendermi cura di me. E questo è il risultato».
Cosa hai imparato?
«Che nessuno può curarci più e meglio di noi stessi, e ce lo dobbiamo perché non abbiamo tantissimo tempo. Il tempo che abbiamo davanti sembra infinito, in realtà non è così: te ne accorgi dopo i 40 anni che bisogna prendere coscienza di quello che si è e di quello che ci si deve. E io mi merito la cura: sinceramente, è quello che si meritano tutti».
Cosa aspettarci dai live a Sanremo
In questi anni, anche se forse come mindset eri più improntata sulla cura di te, hai continuato a fare tantissime cose. Sei stata giudice a The Voice Kids, hai continuato a scrivere e fare musica, e non hai mai smesso di candidarti per Sanremo. C’è stata un’esperienza in particolare che ti ha fatto capire che era il momento di tornare col botto?
«Il brano, semplicemente il fatto che la mia canzone sia stata accettata mi ha dato la forza per cogliere l’occasione in maniera efficace».
E invece per quanto riguarda i duetti, come mai questo brano e come mai il coro del Teatro Regio di Parma per accompagnarti?
«Io ho dichiarato in tempi non sospetti che se fossi ritornata a Sanremo avrei portato Quello che le donne non dicono. Perché è una canzone che mi ha fatto compagnia per tantissimo tempo, amo Fiorella come artista, è un punto di riferimento per tutte noi anche per l’impegno sociale che mette nella sua produzione artistica. E ho deciso di portare questo brano perché rappresenta una donna, una donna comune, straordinariamente comune, che non è né martire sconfitta dalla vita e né vincente. Non pone un muro tra se stessa e gli altri, non fa di tutta l’erba un fascio. Vive e conosce la realtà, ma non soffoca il suo femminile: per me rappresenta la dimensione femminile nella sua essenza più profonda».
Arisa: l’amore per il femminile, per l’umanità
Torni a parlare di donne, nonostante per molte posizioni tu sia stata criticata. Senti di non essere mai stata capita? C’è qualcosa che, oggi, speri di chiarire?
«Io penso che quando si tratta di “Arisa” faccia sempre più comodo vederla, vedermi, come una svampita. È più comodo vedere Arisa e tradurla come qualcosa di scomodo, ed è davvero faticoso, non lo nego. Credo che non ci sia mai la possibilità di percepire un essere umano per quello che è, senza che cerchiamo di suddividerlo in compartimenti stagni. Certo, la mia stramberia esiste, ma a volte è percepita come mancanza di sostanza. E invece, come in tutti, c’è una parte leggera di me e una parte più profonda. E io ho cercato di esprimere naturalmente questa mia passione per l’umanità e per il femminile in particolare. Con brani come Canta ancora (che ho scritto nel 2012), con Nuvole (uscita quest’anno, ndr) o Ortica, in napoletano (del 2021, ndr)».
Cosa cerchi di comunicare?
«In Nuvole parlo dell’importanza di avere una propria indipendenza economica: oggi il 37% delle donne non possiede un conto in banca, il 40% non ha ancora un’indipendenza economica. E quello che io descrivo è l’importanza di costruire, attraverso le lacrime, la propria libertà. Le donne devono assolutamente pensare alla loro identità senza dipendere dal loro compagno, devono essere indipendenti economicamente. Mia madre lo ha sempre insegnato a me e alle mie sorelle, e infatti ho cominciato a lavorare già a 13 anni».
Dopo Nuvole, in un’intervista hai dichiarato di volerti finalmente bene. Oggi è così? Ti vuoi bene?
«Mi voglio bene, mi voglio bene per quello che sono. Non mi faccio più troppi problemi. Comunque, quando torno a casa mi sento sempre vuota, mi faccio mille domande su come avrei potuto agire, cosa ho detto, cosa non ho detto, come sono stata… Ma oggi questa cosa dura meno delle altre volte. Rispetto a prima, questo processo di inquisizione dura meno: ho imparato a cambiare prospettiva, a fare altro».