Con La vendetta è un ballo in maschera. Un anno con il Conte di Montecristo Francesca Crescentini, traduttrice e content creator nota come @Tegamini, firma il suo esordio al romanzo. Si sa che negli anni in cui Conan Doyle pubblicava i romanzi su Sherlock Holmes c’erano lettori che andavano a Londra sperando di avvistare il geniale investigatore. La stessa cosa avvenne a Marsiglia dopo il successo di Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas.

Di cosa parla “La vendetta è un ballo in maschera”

È una delle curiosità di questo romanzo-memoir in cui l’autrice racconta le sue esperienze personali parallelamente a quelle di Edmond Dantès, confermando il potere trasformativo, quasi salvifico, delle storie. Far dialogare i classici con il presente si può: Francesca Crescentini trova riparo nella lettura mentre cerca di superare il dolore per la perdita della madre e le difficoltà legate alla malattia del secondo figlio, nato con una malformazione cardiaca. Si piange ma si ride anche, ci si diverte con test, quiz e altre trovate creative in questo romanzo intimo e corale che, soprattutto a chi non ha ancora letto il capolavoro di Dumas, fa venir voglia di affrontare le mitiche avventure del conte più famoso della letteratura per trovare insieme l’isola del tesoro.

Francesca Crescentini non pensava di pubblicare questo libro

Ha detto: «Ho scritto il libro per capire se Dantès, che aveva bersagli chiari per la sua vendetta, potesse insegnarmi a ricomporre la mia realtà».

«Dantès vuole vendicarsi con quelli che lo hanno fatto finire in prigione, io non potevo vendicarmi con il destino per la terribile morte di mia madre e per la malattia di mio figlio, potevo solo levare i pugni contro il cielo. Ma non ho iniziato il libro con l’idea di pubblicarlo, per me era un esperimento: mentre leggevo il romanzo di Dumas, continuavo a fare parallelismi con la mia vita in quei momenti bui e alla fine ho deciso di allargare il fuoco della narrazione anche a chi mi stava accompagnando, Dantès e gli altri protagonisti. E sono cascata bene, perché Il Conte di Montecristo è un serbatoio di meraviglie».

La letteratura ha il potere di creare mondi e unire persone

Uno dei passaggi più divertenti è quello del turismo immaginario intorno al castello d’If.

«Dumas torna al castello d’If nel 1858, perché vuole vedere anche lui le celle anonime che, a furor di popolo, sono diventate quelle in cui erano stati imprigionati i suoi personaggi. Poi disse: “Il mio trionfo è completo: non solo ho creato ciò che non esiste, ma ho annientato ciò che esisteva”. Il turismo di Marsiglia ne beneficiò a tal punto che il sindaco gli conferì un’onorificenza. Trovo commovente che i lettori partissero per vedere luoghi che non erano mai esistiti. La lettura è un’attività solitaria ma, se ci si aggrega per qualcosa che ci fa immaginare altri mondi, si crea una comunità. Da piccola non avevo nessuno con cui parlare di libri, vivevo in provincia e leggevo da sola nella mia cameretta, ma quando è nato Internet ho potuto condividere la mia passione con altri lettori come me».

Dumas ha avuto una vita quasi più avventurosa dei suoi personaggi.

«Dumas veniva dal basso, però aveva molta sicurezza in se stesso e partì per Parigi in cerca di fortuna. Ha iniziato da drammaturgo, divertente e irriverente com’era, poi ha scritto drammoni storici che hanno funzionato e si è goduto la fama in vita. Era un vulcano di idee, oggi scriverebbe fiction tv. “Dialogando” con lui, mi sono resa conto che anch’io ho un approccio surreale verso le cose, non mi sconvolge se gli eventi non hanno coerenza o logica, penso che questo atteggiamento aiuti ad affrontare meglio la vita. Infatti nel libro ho inserito anche giochi divertenti, come il Test degli infami per capire che infame del romanzo sei. Poi ci sono le parti più intime e perfino cupe, come nelle vite di tutti».

La copertina del romanzo di Francesca Crescentini "La vendetta è un ballo in maschera" (Einaudi)

Nel romanzo Francesca Crescentini parla anche delle malattie della madre e del figlio

Parla della malattia di sua madre e di suo figlio. Per lei, che per professione condivide molto con i suoi follower, è stato facile mettersi a nudo?

«Da Millennial, ricordo il mondo prima di Internet e mi rendo conto di aver attraversato cambiamenti rivoluzionari. Ho sempre vissuto la Rete come una possibilità: online possiamo raccontarci, condividere i nostri interessi. Ho avuto blog e siti, ora comunico prevalentemente sui social: mi sono costruita negli anni, cercando di dimostrare professionalità e affidabilità, e oggi ho una comunità che si fida di me».

Non mai troppo tardi per (ri)leggere i classici

Ha scelto una sfida difficile: far riscoprire un classico senza essere didascalica.

«Ho sempre abitato i libri, sono il mio “luogo felice”: volevo scriverne uno con cui i lettori potessero dialogare e dire loro che non è mai tardi per leggere i classici. Anzi, fortunato chi non li ha letti, perché ha ancora tanti incontri fertili da fare».

Francesca Crescentini: «Le difficoltà della vita ci spingono a reagire»

«La felicità fa finire le storie, sono rodimenti e ingiustizie a farle marciare». È nei momenti critici che impariamo a reinventarci, come accade a lei nel romanzo?

«Nel dialogo tra l’abate Faria e Dantès, prigionieri nel castello d’If, il primo chiede: “Cosa avresti fatto con questi doni se fossi stato fuori da qui?”. “Probabilmente niente” risponde il secondo. “Ci vuole una miccia per far accendere le reazioni”. I momenti di lotta ci obbligano a reagire, è umano non voler restare nel dolore».

Nel finale, molto toccante, dice che sua madre ha spento la sua luce per accenderla in suo figlio.

«Nell’anno e mezzo di malattia in cui io e mia madre non siamo riuscite neanche a dirci che ci volevamo bene, lei è stata comunque portentosa. Alla fine è andata via al posto di mio figlio. Credo che, accettando la morte, abbia pensato: “Lascio la luce della mia vita a questo piccolo essere che sta soffrendo”. E che, per fortuna, oggi sta bene».