«Dicono che quando sto in silenzio ho l’aria di una che riflette sull’ordine del mondo o sull’opera di Proust. Invece magari sto solo pensando a cosa cucinare per cena». Se c’è qualcosa che non manca a Gillian Anderson, oltre a talento e carisma, è lo humour. E che sia una tipa piuttosto originale lo si percepisce a pelle. Cresciuta tra l’America e Londra, dov’è tornata da oltre 20 anni, risulta un po’ esotica – per non dire aliena – su entrambi i lati dell’Oceano. Perfino a 58 anni conserva qualcosa della ragazza ribelle che è stata. «Una punk coi piercing, la testa rasata o la cresta.. E quell’allergia al conformismo che sento tuttora» ha raccontato lei.

È la prima a sdrammatizzare il suo successo (che le è valso due Emmy, due Golden Globe e molti altri riconoscimenti), a ironizzare sulla bellezza che porta con nonchalance o sui personaggi intensi che ha interpretato, dalla Dana Scully di X-Files alla terapeuta di Sex Education, passando per una strepitosa Margaret Thatcher nella quarta stagione di The Crown. L’ultimo lavoro è forse il più stravagante di tutti: Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte di Jane Schoenbrun, presentato all’ultimo Festival di Cannes e al cinema dal 19 agosto, è un horror d’autrice e al tempo stesso un film sulla scoperta del piacere.

Camp Miasma, il nuovo film di Gillian Anderson

Gillian interpreta Billy, iconica attrice di un film slasher diventato di culto 30 anni prima – il Camp Miasma del titolo – che si è ritirata a vivere da eremita proprio nel luogo delle riprese, sul lago dal quale usciva l’essere che terrorizzava un gruppo di adolescenti in vacanza. A rintracciarla arriva la giovane regista Kris (Hannah Einbinder), incaricata di girare un reboot e desiderosa di riportarla sul set. La ragazza non teme nulla se non la propria omosessualità inespressa, che esploderà proprio all’incontro con la fascinosa diva in un climax di paura e sangue. Le due protagoniste non sono state scelte a caso: Jane Schoenbrun è nota per prediligere interpreti le cui storie personali risuonano con quelle dei personaggi. Einbinder, comica e attrice 31enne americana (da Emmy per Hacks), non ha mai nascosto la sua bisessualità («e da bisessuale ho sempre trovato Gillian molto cool»), Anderson ha fatto coming out come bisessuale dopo aver avuto tre figli da partner diversi (Piper Maru nel 1994, Oscar nel 2006 e Felix nel 2008).

Intervista a Gillian Anderson

Com’è stato creare una relazione al femminile?

«Interessante, ma al tempo stesso naturale. Non è una cosa che si possa costruire a tavolino, neppure tra attrici. Il feeling c’è o non c’è. Io e Hannah non ci conoscevamo, ma ci siamo sentite in sintonia e proprio su questo ci siamo concentrate già durante le prove».

L’esplorazione della sessualità, tema che questo film declina in chiave horror, è nelle sue corde. Anni fa ha invitato le donne di tutto il mondo a condividere anonimamente le proprie fantasie erotiche, pubblicandone poi oltre 170 in un libro di grande successo: Want, uscito in Italia per Feltrinelli nel 2024. Camp Miasma potrebbe esserne un’evoluzione?

«A settembre arriverà negli Usa il seguito del libro, More: Sexual Fantasies by Anonymous, con altre testimonianze dei nostri mondi interiori. Nel primo volume ho condiviso anche una mia fantasia, sempre in anonimato perché non volevo centrarlo su di me o prestarmi al gossip. II tutto ha senso proprio perché corale. Ed è vero che tra il libro e questo film c’è un filo rosso».

Più precisamente?

«Entrambi sondano il senso di mistero, e a volte di vergogna, con il quale noi donne viviamo l’esperienza sessuale. C’è ancora un’autocensura nell’esprimere quello che desideriamo. Invece chiedersi cosa si vuole è una forma di empowerment, non solo nel sesso ma anche nella vita. L’anonimato ha fatto sentire molte donne libere di raccontarsi e, proprio durante la promozione del libro, mi è stato offerto Camp Miasma: tocca l’argomento da un’angolazione inedita e attraverso l’horror trasfigura traumi e tabù, perciò è liberatorio».

L’idea dei libri le è venuta dopo Sex Education?

«Probabilmente non mi avrebbero chiesto di scriverli se non avessi recitato nella serie, io stessa non avrei mai pensato di muovermi nel mondo dell’editoria. Oggi sono molto grata a chi ha accettato di condividere fantasie е desideri. Non avrei mai immaginato un’adesione così trasversale, hanno risposto persone di ogni età».

Le ispirazioni per il film

In Camp Miasma interpreta un’icona del cinema. Si è ispirata a una figura reale del grande schermo?

«La regista mi ha detto di aver pensato a Norma Desmond, il personaggio immaginario di Viale del tramonto, anche se nel film non ci sono riferimenti espliciti. In realtà, non ho avuto bisogno di ispirarmi a lei o ad altre, erché la sceneggiatura delinea la mia Billy con molta precisione».

È mai stata una fan degli horror?

«Per niente, anzi. Da ragazzina ho avuto un’esperienza che mi ha allontanato dal genere. E successo a una specie di pigiama party: era la prima volta che fumavo marijuana e qualcuno stava guardando Non aprite quella porta. Il risultato è stato un “trip” terribile, dopo il quale mi sono tenuta alla larga da horror e altre esperienze simili».

Gillian Anderson si diventa

È vero che da adolescente non pensava di fare l’attrice?

«Vero. E successo per due motivi: un professore che mi ha incoraggiato, quando ero all’università, e Meryl Streep. Mi ha ispirato vederla in La mia Africa e ho iniziato a pensare sul serio di recitare. Mi sono iscritta a un’accademia di Chicago, ho iniziato con il teatro. Non avrei mai fatto televisione se non fosse stato per X-Files e Dana Scully, che mi sembrava di conoscere e capire benissimo. Anche se lei, a differenza di me, fa sempre scelte di buon senso».

Ne è nato un successo enorme e improvviso. E stato difficile gestirlo?

«L’impatto è stato notevole, ma a 25 anni ho avuto la mia prima figlia e questo ha fatto la differenza».

A parte l’agente Scully, c’è qualcuno dei suoi personaggi al quale si è sentita particolarmente vicina?

«La Blanche di Un tram chiamato desiderio, che ho portato nel 2014 sul palco del teatro Young Vic di Londra: mi ci sono immersa così profondamente da sentirmi in un’altra dimensione. È il potere dell’autore Tennessee Williams: una parte di te resta nelle sue storie».

Molti hanno parlato di “brand Gillian” riferendosi anche al marchio di bevande vegane che lei ha creato nel 2023, battezzato G Spot. Che effetto le ha fatto?

«All’inizio la definizione mi metteva a disagio ma, ripensandoci, devo accettare il fatto di essere io stessa un brand: ho creato certi personaggi e un’alchimia con il pubblico che li ha apprezzati attraverso di me. E, in fondo, di questo vado fiera».