Il 10 agosto di tre anni fa, come molti altri, ho pianto quasi tutto il giorno. La morte di Michela Murgia era ormai un fatto, annunciato per quanto possibile da lei che persino sulla malattia era riuscita a dire qualcosa di nuovo. Le sue parole di conforto ai cari e a noi, spettatori senza volto della sua vita ormai multi-mediatica, non ci hanno comunque preparati. L’anno scorso, quasi nella stessa data, le ho dedicato un angolo di pelle: a lei e alla prima frase con la quale mi ha aperto un mondo, che a sua volta (come era solita fare, da lettrice e fan quale era) aveva rubato a Forence Welch. Run fast for you mother: corri forte, fallo per tua madre. Un manifesto del suo attivismo, una promessa che voglio continuare a farle: come molti compagni della mia generazione mi considero figlia di Michela Murgia – del suo pensiero, delle sue parole, del suo attivismo. Che oggi è più vivo e necessario che mai, e lo dimostrano tutti i video delle sue “comparsate” o gli screen dei suoi commenti che ancora facciamo girare, prendendo in prestito le sue parole. Come se, ancora una volta, potesse metterci la faccia lei.
Michela Murgia, a tre anni dalla morte
Era questo che faceva Michela in vita: ci metteva la faccia. Sentendosi dire – da viva e da morta – che quella faccia faceva schifo e che era questo a renderla così agguerrita. Che doveva stare zitta, doveva curarsi di più. Per fortuna non ha mai ascoltato nessuna di queste voci, almeno non da quando l’abbiamo “conosciuta” noi, e ha continuato per la sua strada. Di lei si dice, ancora oggi che non può rispondere, che era una rompicoglioni.
Lo era: non era sempre la voce della ragione, non era perfetta, eppure non c’era faccenda sulla quale facesse silenzio. Non si entrava mai su Instagram senza vedere quel cerchietto intorno alla sua immagine del profilo da strega. D’altronde, come insegna Sarah Ahmed ne Il Manuale della femminista guastafeste, essere attiviste significa prepararsi a rompere i coglioni. Rovinare cene, rovinare feste, rovinare il mood.
Morgana, come Michela Murgia ci ha insegnato il femminismo
Michela Murgia ha scelto la guastafeste per eccellenza, Morgana, per spiegarci il femminismo. Il suo podcast, nato nel 2018 dalla collaborazione tra lei e Chiara Tagliaferri, era una collezione di racconti. Le protagoniste erano donne complesse, impossibili da considerare solo buone o cattive, fate o streghe, proprio come la Morgana del ciclo bretone.
Col tempo, le Morgane sono state anche uomini, persone fluide, transgender, perché la complessità e la scelta di vivere secondo regole proprie trascende ogni genere. E resta un insegnamento potente, una scelta personale (eppure politica).
Con le sue storie, raccontate come in una chiacchiera tra amiche, Michela ci ha regalato icone del passato che non conoscevamo. O star del presente che eravamo abituati a vedere con prospettive imposte. La prospettiva sua è sempre stata la mia preferita. Lo sarà per sempre.
Leggere e ascoltare Michela Murgia
Emergeva anche nei romanzi, come Accabadora sulla sua terra e la tradizione delle figlie d’anima (quanto ci abbiamo messo per capirla davvero!) o Tre Ciotole, era al centro di saggi come Ave Mary, Stai zitta, God save the queer. Ma era con la sua voce, con le sue espressioni, che quella prospettiva si infilava persino fin sotto la pelle, anche – ne sono convinta – di chi non la sopportava.
Per questo periodicamente torna nella mia home di TikTok la sua filippica a Fabio Volo, che si conclude con “Gli alberi si vendicheranno, non passare nei boschi” o i suoi tanti discorsi agli studenti, soprattutto alle studentesse.
Non erano istruzioni per il successo, ma racconti di vita, fotografie della bambina e della ragazza che è stata prima di salire su quei palchi e dominare le discussioni in tv. Dei suoi giorni da centralinista, prima di quelli da scrittrice – pensatrice però lo è stata sempre. Murgia infatti, che passerà alla storia come una delle poche intellettuali del nostro tempo, non aveva terminato gli studi.
E quelli che aveva frequentato erano presso l’istituto di scienze religiose della diocesi di Oristano: percorso insolito per “una delle ultime vere voci della Sinistra”, che con l’educazione cattolica ha sempre faticato a fare i conti. Lei della sua Fede non si è mai vergognata, ne ha sempre parlato come di un’ennesima scelta personale-politica, una delle sue tante moltitudini che pur non è in conflitto col resto.
Michela Murgia: insegnaci ancora
Michela Murgia non ha ancora finito di insegnarci cose: i libri postumi, ad oggi quattro, non saranno certo gli ultimi. I podcast, le foto inedite, i frammenti di video mai pubblicati, continueranno ad uscire ogni tanto e a farci dire: “Non ne fanno più, di teste così”. Lei forse direbbe: “E meno male”, ridendo.
È difficile pensare cosa faccia là dove si trova ora – certamente del casino – è difficile soprattutto accettare di stare qui, costretti a dover indovinare cosa penserebbe di quello che scriviamo, dei commenti che facciamo, delle scelte (anche nostre) che plasmano oggi il mondo di domani. Ma in fondo Murgia non era una guru, non era una madre (almeno non nel senso “tradizionale”), non era una maestra: non c’è nessun testimone da afferrare, solo un’eco da continuare a far risuonare così che il suono delle sue parole arrivi sempre più in là.
Verso un’era in cui forse saranno ovvietà, in cui non saranno insegnamenti ma lezioni assodate. Un’era lontana, in cui certe accortezze saranno la norma, certi linguaggi saranno diffusi, le storie di Morgane di tutti i tempi tramandate. E in cui ci si troverà comodamente sulle spalle di giganti, ormai nomi sparsi tra le pagine della storia. Allora, spero, ci si considererà figli della lotta, della penna e del sangue di tutti quelli che ci hanno messo la faccia quando era proibito, malvisto, una cosa da rompiscatole. Dunque figli, consapevoli o meno, di Michela Murgia.