Porterò il fuoco con me è il terzo e ultimo capitolo della trilogia Il paese degli altri in cui l’autrice franco-marocchina Leila Slimani racconta le vicende di una famiglia di Rabat, ispirata alla sua, dagli anni Quaranta del secolo scorso fino a oggi. Pubblicato in Italia, come gli altri due, da La nave di Teseo (traduzione di Anna D’Elia e Anna Maria Lorusso) il romanzo segue in particolare le vite delle sorelle Inès e Mia, nate negli anni Ottanta. È un avvincente affresco del Marocco moderno, tra eredità coloniali, sogni e contraddizioni.

Inizierei dalla frase che dà il titolo al romanzo, quella che il padre di Mia, vorrebbe dirle prima che lei vada a studiare in Francia. «Le storie sulle radici non sono altro che un modo per inchiodarti a terra; il passato, la casa, gli oggetti, i ricordi non importano. Fai un grande incendio e porta via il fuoco». Che cos’è questo fuoco?
«Mia si accinge a vivere la grande avventura della migrazione. Si costruirà una nuova vita e il padre la invita a non essere troppo nostalgica, a non farsi ostacolare da ciò che si lascia alle spalle. La esorta a fare un falò del passato per andare verso il futuro. Il fuoco, dunque, è qualcosa che brucia, ma permette anche di brillare, diventare se stessi»
Le radici, l’identità, sono temi fondamentali nel suo lavoro. Qui la nonna Mathilde, di origini alsaziane, dopo una vita in Marocco si interroga: «Quand’è che il tuo Paese smette di essere il tuo?».
«Quando si emigra per molto tempo, al ritorno ci si può sentire stranieri. Succede dalla notte dei tempi, è la questione al centro dell’Odissea, il dilemma di Ulisse: Itaca sarà ancora la sua terra, la riconoscerà? E ne sarà riconosciuto? Percepirsi stranieri dopo quindici, venti, trent’anni di assenza può provocare malinconia, frustrazione. Ma è inevitabile».
Non sarebbe forse meglio dare meno peso all’identità, che sia nazionale o religiosa?
«Sono una scrittrice e non è mio compito proporre scenari morali. Penso però che si dovrebbe dare più spazio a un’idea di universalità, alla consapevolezza che sì, abbiamo un Paese di origine, ma siamo tutti parte della grande famiglia umana. Condividiamo diritti ed emozioni universali. Possiamo sentire l’appartenenza a una comunità, senza che questa si contrapponga all’appartenenza al genere umano».
La scuola francese di Rabat che frequentano Mia e Inès, dove si studia poco e male l’arabo e si legge solo letteratura francese, sembra racchiudere la prepotenza della colonizzazione culturale.
«La colonizzazione è una violenza intima, che va ben oltre il fatto di assumere il potere in un Paese. Influenza il rapporto con il corpo e con se stessi, si insinua nelle famiglie, nel modo di parlare, in tutto ciò che vi è di essenziale nella vita. C’è anche una questione di classe: dopo l’indipendenza, in molti Paesi le élite borghesi hanno fatto proprie le logiche dei colonizzatori, perpetuando un sistema di dominazione e la scelta del francese come lingua principale, isolandosi in una bolla. È ciò che succede a Mia e Inès».
La madre Aisha è una donna forte, una ginecologa che sceglie di curare anche donne che non possono pagare. Eppure: «Voleva che le sue figlie fossero delle vigliacche a cui non venisse in mente di indignarsi, di ribellarsi». Ci spiega questa contraddizione?
«Credo che molte madri possano comprenderla. La sua grande ossessione è che le figlie siano al sicuro, stiano bene. È consapevole dei rischi del mondo, di quanto gli uomini possano costituire un pericolo, di quanto sia duro lo sguardo conservatore sulle ragazze troppo libere. Crede nei suoi valori, ma spera che le figlie facciano di tutto per restare al sicuro. Mia si arrabbia con lei, non capisce perché la ostacoli. Ma comprende anche che quello di Aisha è un amore immenso, più forte della razionalità».
Qualche anno fa ha partecipato al progetto Ma nuit au musée, trascorrendo una notte, da sola, al museo veneziano di Punta della Dogana e scrivendone poi in Il profumo che i fiori hanno la notte. Che emozioni ha provato?
«Mi sono sentita come una bambina a cui viene concesso di fare qualcosa che a chiunque altro è vietato. Ho passato ore a camminare tra le stanze del museo, godendomi questo senso del proibito».
Nel 2026 invece è stata selezionata per Writing the Prado, iniziativa dell’omonimo museo madrileno: queste esperienze hanno modificato il suo rapporto con l’arte?
«Sono progetti molto diversi: a Madrid lo scrittore frequenta gli spazi del museo, ma non vi dorme all’interno. Sì, la mia relazione con l’arte è diventata più libera. Ho iniziato a vedere molte connessioni tra letteratura e pittura. Oggi prima di scrivere un testo mi capita di cercare ispirazione in una fotografia, in un quadro».
Nel romanzo lei solleva la nota questione del conflitto tra vita e letteratura, ovvero: cosa succede là fuori, mentre si sta chiusi in casa a scrivere?
«Esiste da sempre, ne hanno parlato tanti scrittori, da Proust a Kundera. I libri sono mondi meravigliosi nei quali si ha voglia di tuffarsi, di perdersi, ma il rischio, lo sappiamo, è quello di limitarsi a sfiorare l’esistenza, passarle accanto. La vita è nei romanzi o altrove? Non esiste una risposta, bisogna convivere con questa tensione».
In più occasioni lei si è espressa in favore della comunità LGBTQ+ in Marocco. L’omosessualità di Mia è conseguenza del suo attivismo?
«No, piuttosto il contrario. Milito a favore dei diritti delle persone omosessuali perché sono cresciuta tra loro: i miei migliori amici, quando ero ragazzina, erano gay, queer. Ho vissuto con loro dolori e difficoltà, sono stata testimone delle ingiustizie di cui erano vittime. Mia la conosco da sempre. Non è a causa della militanza che lei esiste, ma è la sua esistenza ad avermi spinto verso la militanza».
In Marocco è stata da poco nominata una donna a capo del governo: Fatima Ezzahra El Mansouri. Lo ritiene un passo avanti?
«Certo, come sempre quando una donna assume un incarico importante per la prima volta. Diventa un simbolo. Un esempio. Le nuove generazioni di ragazze cresceranno pensando che in Marocco sia possibile anche per loro ricevere dal re l’incarico di guidare il governo. Naturalmente conteranno le scelte politiche che farà El Mansouri. La seguo da anni, so che ha sempre lavorato sul campo. Mi auguro che possa agire per il bene delle donne».