Nuova bufera mediatica per Sydney Sweeney, che nella campagna del suo brand di lingerie SYRN accosta icone dell’infanzia a completi succinti. La provocazione dovrebbe avere un limite?

Dimenticate pigiami di pile o vestaglie comode. Con l’ultima campagna del suo brand di lingerie SYRN, lanciata in occasione delle festività natalizie, Sydney Sweeney punta dritta sulla provocazione pura — scatenando immediate accuse di sessualizzazione — e dimostrando ancora una volta che il target di riferimento sembra strizzare l’occhio più al pubblico maschile che a quello femminile.

Il precedente “sportivo”

Che l’attrice sappia far parlare di sé è un dato di fatto. Solo poco tempo fa era finita nell’occhio del ciclone per la sua collaborazione con un brand di scommesse sportive. In quell’occasione, l’opinione pubblica e molte figure femminili l’avevano accusata di ipocrisia e di sminuire il ruolo delle donne nello sport, riducendole a mero veicolo d’attrazione visiva. La reazione del web non si era fatta attendere, con atlete e campionesse internazionali che avevano pubblicato video di denuncia per ribadire il valore del talento femminile rispetto alla sola oggettificazione. Ma Sydney sembra aver capito la regola aurea del marketing: nel bene o nel male, purché se ne parli. Sempre lei, che in passato ha ricevuto il plauso di Donald Trump per le sue scelte di posizionamento politico e che, durante diverse interviste, lamentava di non voler essere considerata unicamente per la sua avvenenza fisica.

La controversa campagna natalizia

Nel video promozionale della Holiday Campaign, l’attrice ricrea alcune scene cult di famosi film natalizi, interpretando personaggi che nelle pellicole originali erano chiaramente bambini: Kevin McCallister di Mamma, ho perso l’aereo (interpretato da Macaulay Culkin che all’epoca aveva 10 anni) e Cindy Lou Who de Il Grinch (impersonata da Taylor Momsen di appena 7 anni). La messa in scena prende inevitabilmente una piega decisamente adulta e lontana dall’innocenza originale. Sebbene Sweeney indossi inizialmente dei pigiami simili a quelli dei film, la transizione la vede subito dopo sfoggiare completi intimi succinti e trasparenze che lasciano poco all’immaginazione. Di innocente e festivo, insomma, non resta praticamente nulla, e verrebbe quasi da dire che allo spot servirebbe un content warning riservato a un pubblico adulto.

Le accuse di sessualizzazione

Mentre i suoi fedelissimi sostenitori hanno difeso l’attrice sostenendo che i costumi da bambini e la lingerie siano nettamente separati nel montaggio, la maggioranza degli utenti sui social ha reagito con sdegno. L’accusa principale è quella di aver deliberatamente accostato l’immaginario infantile a un contesto ipersessualizzato, sconfinando nel terreno scivoloso dell’age-play (una pratica feticista legata ai comportamenti tipici di neonati/bambini).

L’ipotesi che l’age-play venga utilizzato come leva di marketing non è nuova e rievoca immediatamente uno dei più grandi scandali del mondo della moda recente: il caso Balenciaga del 2022. In quell’occasione, la maison di moda fu travolta da una bufera mediatica globale per una campagna pubblicitaria che ritraeva bambini con in mano orsetti di peluche vestiti con imbracature bondage e dettagli feticisti. L’episodio provocò un’ondata di boicottaggi e costrinse il brand a pubbliche scuse e al ritiro immediato del materiale.

Semplice provocazione o marketing spregiudicato?

Spesso si tende a derubricare queste operazioni a semplici “provocazioni artistiche”, finendo per giustificarle in nome della libertà espressiva o del mero profitto. Ma qui non c’è nulla di artistico. Quando si permette al marketing di sdoganare ed erotizzare l’immaginario infantile — anche solo tramite citazioni visive o riferimenti apparentemente innocui — si contribuisce a desensibilizzare il pubblico su un tema estremamente delicato. Accettare che personaggi o estetiche legate all’infanzia vengano strumentalizzati per vendere intimo o per generare indignazione significa abbassare l’asticella del tollerabile. La provocazione non può essere una licenza per normalizzare ogni atteggiamento al limite, e l’opinione pubblica ha il dovere di continuare a tracciare una linea di confine netta.

Sydney è intrappolata nel personaggio di Cassie?

In molti casi sembra che Sydney Sweeney finisca per sovrapporsi al personaggio di Cassie Howard, da lei interpretato in Euphoria. L’associazione sorge spontanea soprattutto alla luce degli sviluppi della trama: nell’ultima stagione, Cassie sceglie infatti di intraprendere l’attività di sex worker, comparendo in scene in cui indossa abiti succinti, una culotte bianca che ricorda un pannolino, i capelli raccolti in due codini e un ciuccio in bocca. A questo si aggiungono le storiche critiche rivolte al creatore della serie, Sam Levinson, più volte accusato dalla critica e da parte del cast di promuovere una visione tossica, degradante e voyeuristica dell’adolescenza. Levinson è stato spesso al centro di polemiche per un’incessante ipersessualizzazione dei personaggi giovanili che trascende la semplice necessità narrativa.

La strategia del silenzio stampa

Sotto la pubblicazione del teaser della campagna si susseguono commenti di donne che scrivono: “Quando il tuo corpo diventa la tua intera personalità” oppure “Ehi ragazza, non è troppo tardi per cancellarlo!!”. Quelli degli uomini, beh, ve li risparmiamo. La strategia di Sydney Sweeney, invece, resta la solita: il silenzio o la minimizzazione. L’attrice tende a non rilasciare mai dichiarazioni, preferendo far scivolare via l’attenzione o liquidare le critiche come incomprensioni dell’autoironia femminile. Resta da capire se spingere costantemente sull’ambiguità continuerà a ripagare in termini di vendite o se invece rischierà di incrinare la sua reputazione e la sua credibilità. Forse la prossima mossa di Sydney Sweeney sarà quella di aggiungere al suo brand l’underwear maschile (rigorosamente indossato da lei).