Quando mi connetto su Zoom, sono appena tornata da una lunga giornata in ufficio e una spesa d’emergenza. Ho ancora la carta igienica e lo Scottex in borsa, e mi sento in colpa di aver pure fatto attendere Sam Claflin, che è connesso da una New York praticamente in lockdown – c’è una tempesta di neve di cui parlano tutti i telegiornali. Con il suo charme da vero lord inglese, invece che sbuffare per il ritardo, mi sussurra un saluto mentre il team che coordina la chiamata ci dà le indicazioni. Capisco così che quella che ci aspetta è una chiamata di quelle in cui sembra di essere seduti vicini, anche ai lati opposti del mondo. «Qui è davvero magico», inizia, come se guardasse al mondo con gli occhi di un vero sognatore. Del mistero di Tom, il suo personaggio in Vanished, l’ultima serie di MGM+ disponibile su Amazon Prime dal 1 febbraio, il vero motivo di questa chiamata, non ha nulla, penso. «Ma non è come sembra».

Intervista a Sam Claflin, tra Vanished e i prossimi progetti

È strano vedere una stanza da letto come sfondo: sei a casa tua?

«In realtà no, sono in una stanza d’hotel a New York. Sta nevicando molto qui, c’è proprio un’atmosfera invernale. È magico!»

Sei già al lavoro su altri progetti?

«Possiamo dire così, sì! È una fase di transizione: stiamo per cominciare a lavorare a un progetto Regno Unito, mentre quello che ho appena finito, a novembre, era qui a New York. Ho finito da un po’, ma mi sono concesso una piccola vacanza newyorkese».

Sam Claflin e Kaley Cuoco in una scena di Vanished

Hai fatto bene: sono curiosa di sapere com’è stato girare Vanished, la serie thriller di MGM+ in cui sei protagonista. La storia vede te e Kayley Cuoco (nella serie, Alice, ndr) in giro per l’Europa. Avete viaggiato molto per girare le scene?

«In realtà la maggior parte delle mie scene era a Marsiglia, con un giorno solo – se ricordo bene – a Parigi».

Eri già stato a Marsiglia?

«No, infatti sono felice di aver potuto fare esperienza del Sud della Francia in tutta la sua gloria. Il clima era fantastico, caldo il giusto, ed è davvero una città fantastica. Mi avevano detto tutti che era un luogo molto particolare, ma l’ho capito davvero passandoci del tempo: è un posto pieno di creatività, ci sono tantissimi artisti e graffiti ovunque. Restarci per un mese è stato molto divertente».

L’esperienza sul set, la magia di Marsiglia e il rapporto con Kaley Cuoco

Marsiglia è un porto tra i più importanti in Europa, si sente il mix di culture e influenze?

«Decisamente sì! Si respira davvero la sua storia in ogni angolo, credo sia una delle città più antiche della Francia. Sai, sono stato diverse volte a Parigi, ma avere l’opportunità di vedere altre facce della Francia è stato prezioso».

Per quanto riguarda il tuo personaggio, invece, com’è stato dargli vita? Non si sa molto di lui prima della sua scomparsa…

«Parlare del mio personaggio senza fare spoiler è difficilissimo, perché alla sua storia si legano tutti i misteri della serie, che è un thriller davvero pieno di sorprese e avvenimenti inaspettati. Posso dire che è stato molto divertente giocare con i diversi aspetti del suo carattere e della sua storia: è un personaggio molto complesso, ha più strati di quello che sembra e mi ha dato l’opportunità di mettermi davvero in gioco come attore. Ma, sin dal primo momento in cui ho letto il copione, ad attrarmi è stata la storia, così ricca di colpi di scena».

Immagino sia stata importante anche la chimica con Kaley sul set, con lei come ti sei trovato?

«Soprattutto per la prima puntata era necessario che tra noi ci fosse un bel rapporto, dovevamo creare un’atmosfera simile a quella di una rom-com. Gli spettatori dovevano aspettarsi la storia di una coppia felice che vive un momento perfetto, così da essere colpiti poi dall’intensità delle scene thriller successive. Creare tutto ciò con Kayley è stato semplice, perché lei è fantastica! È simpatica e gioiosa».

Con il resto del cast com’è andata?

«Eravamo un mix veramente internazionale, con attori provenienti da Germania, Francia, Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna… Questo mix ha influenzato positivamente sia la storia che l’atmosfera sul set: non sono abituato a un contesto così pieno di prospettive e credo che tutti questi elementi abbiano reso Vanished unica, anche dietro le quinte».

L’amore per l’Italia

Da italiana, non posso non chiederti se ti ha ricordato l’esperienza sul set de Il Conte di Montecristo.

«Certo! Il Conte di Montecristo è una serie che mi è davvero rimasta nel cuore, anche perché io amo l’Italia e Roma è forse la mia città europea preferita. La storia, l’energia delle persone, il cibo… Ogni volta che vengo in Italia mi sento così benvoluto e fortunato, sinceramente non vedo l’ora di tornare!»

Dove sei stato, oltre a Roma?

«Ho visto tantissimi posti! La Toscana, la Costa Amalfitana, Roma, Firenze… Ogni luogo è diverso, ma si sente proprio la ricchezza della cultura italiana, si respira ovunque. Sono fortunatissimo ad essere vicino, dal Regno Unito, quindi torno appena posso».

Sam Claflin: «A guidarmi sono le storie, non dico di no a nessun genere a priori»

Con Vanished sei tornato nel mondo thriller, dove ormai immagino tu ti senta a casa. Ma nel futuro, cosa ti aspetta? Ti rivedremo in qualche rom-com?

«In realtà, sento di aver fatto troppi pochi progetti action e vorrei esplorare meglio questo genere. Sì, all’inizio della mia carriera, soprattutto con Hunger Games ho familiarizzato col mondo dell’azione, ma poi mi sono buttato su generi più drammatici. Per questo, devo dire che mi è piaciuto molto “tornare alle origini”. Ma non mentirò, adoro i film romantici! Sto lavorando per tornare a fare progetti simili, ma sono diventato molto selettivo nell’ultimo periodo: voglio fare commedie che mi divertano realmente o progetti in cui mi rivedo, altrimenti “passo”!».

Qualche proposta di rom-com è arrivata?

«Sono arrivate molte proposte in questi anni, ma sto ancora aspettando quella giusta. Non dico di no a nessun genere a priori, semplicemente voglio fare qualcosa in cui credo davvero, investire il mio tempo in film e serie tv che so che guarderei».

Quali sono i tuoi criteri?

«Ogni lavoro è diverso e non penso mai al genere quando devo scegliere, solo alla storia. Che sia un romance, un film d’azione, un horror: se mi attrae il copione e mi sento a mio agio con il cast, io ci sono!»

E se la musica diventasse un progetto serio?

Uno dei tuoi progetti che mi sono rimasti nel cuore è Daisy Jones & the Six: hai pensato anche di spostarti sulla musica e magari fare un tour?

«Mi fate spesso questa domanda voi giornalisti (ride), e purtroppo devo dare a tutti la stessa risposta: io vorrei tantissimo portare sul palco quella colonna sonora fantastica, anche tornare a impersonare Billy (il protagonista della serie, ndr)».

Se arrivasse una chiamata da Amazon per un sequel, risponderesti?

«Assolutamente sì: Daisy Jones ha segnato un momento incredibile anche per la mia carriera, è stato un ruolo che mi ha davvero cambiato. Purtroppo non sono io a prendere le decisioni, ma se qualcuno “ai piani alti” volesse portare avanti il progetto, ci sarei di sicuro! Mi piacerebbe anche rivedere il cast, tornare a lavorare insieme: ora ognuno ha i suoi impegni e organizzare un progetto simile richiederebbe un grande investimento – molto più di quello che guadagno io! (ride) – ma assolutamente ci sarei».

Ci conosciamo mai davvero?

Tornando a Vanished, credo che alla fine la domanda che la serie ci pone è: “Conosciamo mai davvero le persone che amiamo?”. Una domanda forse generazionale, visto che i social media filtrano molto le nostre vite: tu che ne pensi?

«Questa è davvero una bella domanda! Non credo sia una questione generazionale, perché se penso al modo in cui i nostri genitori o nonni gestivano i loro problemi – tante volte senza parlarne, specialmente noi inglesi che tendiamo a “bere una tazza di tè e andare avanti” – credo che a volte i social ci diano una marcia in più».

In che modo?

«Ci sono tanti lati positivi dell’essere così connessi: ci aiuta a farci vedere dagli altri, a farci sentire riconosciuti per quelli che siamo. Certo, è sempre più difficile esprimersi con autenticità, mostrare una versione della nostra vita che non sia solo quella conveniente. Credo che il vero tema sia: conosciamo davvero noi stessi? È già difficile rispondere di sì, figuriamoci se possiamo conoscere gli altri!»

È un tema su cui rifletti anche tu?

«Sì, in particolare quest’anno ho davvero passato il tempo a “dissezionarmi” e cercare di capire chi sono davvero. So che tutti evolviamo e cambiamo continuamente, nessuno di noi smette mai di imparare, non sapremo mai tutto, ma è importante che ci prendiamo del tempo per essere presenti, capire davvero a che punto della vita siamo. Ed essere – con noi stessi e con gli altri – più pazienti e pronti a perdonare».

Sam Claflin, oggi

A che punto ti senti, quindi, nella tua vita e nella tua carriera?

«Sai, ho passato tanto tempo a rincorrere la felicità a tutti i costi senza mai fermarmi e apprezzare quello che avevo realmente, la vita che mi sono costruito. Credo che in molti, come me, vivano cercando di rincorrere i sogni. Questa ovviamente è una cosa bella, ma bisogna anche fermarsi e apprezzare ogni fase della vita. Io non avevo mai pensato di arrivare fino a qui: avevo aspettative molto basse per me stesso. Ma oggi sono davvero felice. Credo di essere migliorato nell’apprezzare quello che ho: le persone intorno a me sono meravigliose, e mi preoccupo sempre meno di quello che succederà o no nel futuro».

È il tuo consiglio anche per i più giovani?

«Assolutamente, anche se non sono nessuno per dare lezioni: apprezziamoci di più, stressiamoci di meno. Io sono molto fortunato, me ne rendo conto, ma ci sono così tante cose nella vita di cui essere grati, dovremmo tutti allenarci ad apprezzarle di più».