Lei è Viola Ardone, classe 1974, napoletana, docente di italiano e latino, una delle autrici più amate della narrativa italiana. Il suo nuovo romanzo Tanta ancora Vita (Einaudi) è andato a ruba già in pre-order. Lo stesso era successo con i precedenti bestseller: Il treno dei bambini (2019), diventato l’acclamato film diretto da Cristina Comencini; Oliva Denaro (2021), da cui è stato tratto un monologo teatrale portato in scena da Ambra Angiolini; Grande meraviglia (2023), storia intensa e poetica che racconta la legge Basaglia, il manicomio e la salute mentale.
La trama di “Tanta ancora Vita”
Anche la nuova storia è un piccolo miracolo di umanità: narra di Kostya, 10 anni, messo su un treno in Ucraina dal padre per cercare salvezza in Italia. La speranza è di raggiungere nonna Irina, domestica a casa di Vita, una donna separata che ha perso un figlio e vive nella borghese piazza Medaglie d’Oro a Napoli. Nelle tasche di Kostya solo qualche spicciolo e la foto sgualcita della madre morta. Alla fine arriverà a Napoli, ma il destino costringerà Irina a tornare in Ucraina, con Vita, sulle tracce del figlio disperso in guerra, perché «tentare di salvare un altro, spesso, è l’unico modo per salvare se stessi».
Com’è nato il nuovo romanzo di Viola Ardone
Come nasce questo romanzo che parla di un conflitto che il 24 febbraio 2026 arriverà al suo quarto anno?
«Venivo da una sorta di trilogia di storie del secondo ’900. Sentivo di voler dire qualcosa su quello che stiamo vivendo: siamo precipitati in un libro di storia, con la guerra ai confini dell’Europa e il conflitto in Palestina. All’inizio ho pensato che è rischioso parlare del presente, perché è scivoloso, tuttavia credo che una delle soluzioni all’angoscia che proviamo quando la storia arriva nelle nostre vite sia quella di parlarne, scriverne. Io ho fiducia nei lettori e con questo romanzo propongo a chi mi leggerà di confrontarsi con la paura del presente».
Si è ispirata a una storia vera?
«Nelle prime settimane del conflitto tra Russia e Ucraina avevo scritto per il quotidiano La Stampa la storia di un bambino dell’età di Kostya che era arrivato da solo, con un numero di telefono scritto sul braccio, fino a Bratislava, capitale della Slovacchia. Quella storia mi ha fatto pensare ad Amerigo, il protagonista del mio romanzo Il treno dei bambini, in cui parlavo dei piccoli in difficoltà del Sud Italia che venivano mandati al Nord per essere ospitati da famiglie agiate. Nel dopoguerra ad accoglierli c’erano le volontarie dell’Udi, l’Unione Donne Italiane, una catena di solidarietà sociale, mentre oggi i bambini sono lasciati soli, come nel caso di Kostya».

Un piccolo cresciuto troppo in fretta
Kostya chiama gli invasori “faccia di peste”. Raccontata da lui, la guerra sembra un videogioco.
«È un bambino contemporaneo, nella sua cameretta di Kyiv gioca con i videogiochi come i nostri figli. Ha sempre in mano il telefonino, sogna di diventare un influencer di YouTube. Volevo far capire che i bambini ucraini sono occidentali, hanno le stesse passioni dei nostri. Lui è più sveglio solo perché ha vissuto senza madre, con un papà giovane e un po’ sprovveduto, in una zona dell’Ucraina in guerra perenne, quindi ha dovuto crescere in fretta».
Alla fine raggiunge nonna Irina che, come tante, ha lasciato il suo Paese per provvedere alla famiglia.
«Quelle come Irina sono donne che vivono tutta la vita nella contraddizione tra scelta, rinuncia e sacrificio. Sacrificano il loro ruolo di madri e mogli per andare a fare le domestiche e le badanti e mandare i soldi ai familiari rimasti in patria. Sentono il peso dell’abbandono, vivono di sensi di colpa per non aver visto crescere i loro figli. Per questo Irina si muove alla ricerca del padre di Kostya, il figlio disperso in guerra che vuole ritrovare a tutti i costi».
Le donne e i bambini sono le prime vittime delle guerre
Vita è una donna ripiegata sul suo dolore. Ma alla fine Kostya le toccherà il cuore.
«Vita è una donna che vive, tra delusioni e dolori, nella sua quasi inattaccabile sicurezza borghese. All’inizio sente la presenza del bambino come una violenza, perché a lei è stato strappato il figlio in maniera dura e incomprensibile. Poi però Kostya la riporta nell’ingranaggio della vita. Del resto, essere madri o padri non è un filo genetico, è una funzione che si attiva quando siamo messi nella condizione di doverlo fare».
Kostya, Irina, Vita. Tre voci per tre solitudini…
«Ognuno dei tre ha un pezzo mancante, una solitudine diversa. Danno voce a quelle che sono le vittime collaterali dei conflitti: donne e bambini. Ma sono tre solitudini che si uniscono, insieme riescono a fare una cosa importante: rendersi conto delle altre vite oltre la propria. Perché, alla fine, la speranza rimane l’altro».
Una protagonista quasi immancabile dei suoi libri è la guerra.
«Cito una frase indimenticabile di Joseph Conrad: “Se non c’è tempesta, non c’è romanzo”. La guerra è la tempesta per eccellenza, quella che provoca grandi cambiamenti nei destini delle persone. La grande tradizione letteraria del secondo ’900, la letteratura e il cinema di guerra e della Resistenza: è la parola che si fa testimonianza e poi memoria».
Nel romanzo c’è anche la pandemia.
«Stiamo vivendo un remake distopico delle peggiori tragedie del ’900: persecuzioni, guerre, genocidio, contrapposizioni di due parti di mondo. Il nostro passato irrisolto è tornato a battere cassa».
Altri protagonisti quasi immancabili sono i bambini. Perché?
«Perché, anche ora che ho un figlio di 13 anni, sono rimasta piccola, tanto che mi manca passare il tempo giocando con lui. Io ero una bambina estremamente timida. Mi vedo ancora a 5 anni, nella mia cameretta, mentre mi nascondo e creo i miei mondi immaginifici».
Definisce i bambini l’ultimo anello della catena delle guerre. Perché non riusciamo più a vederli, ascoltarli, proteggerli?
«In generale, noi umani non riusciamo più a praticare l’incontro e l’ascolto. La maggioranza delle persone, in questo momento storico, non vuole vedere i bambini. Sarebbe facile farlo, se si riuscisse a pensare a se stessi piccoli. Allora ci si renderebbe conto che ogni bambino del mondo è figlio di tutti».