«Abbiamo dieci anni, ma a me nel ricordo sembriamo due adulte. Io e lei non siamo come i nostri compagni di classe, i nostri coetanei. Le nostre famiglie sono diverse dalle altre, i nostri genitori sono diversi dagli altri» scrive Antonella Lattanzi nel suo nuovo romanzo Chiara (Einaudi).
La trama di “Chiara”, il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi
Anni ’90. A Bari Chiara e Marianna frequentano la stessa scuola, ma vengono da famiglie molto diverse. Numerosa e inquieta quella di Chiara, borghese e colta quella di Marianna. Ma quelle famiglie hanno qualcosa in comune: sono abitate da “mostri”, e le due bambine condividono la quotidianità vissuta sotto lo scacco della paura. Chiara di Antonella Lattanzi , ha il ritmo incalzante a cui ci ha abituato quest’autrice che non fa sconti al lettore. Dalla violenza contro gli altri o contro se stessi al sesso come ambigua rivelazione, alle derive della disperazione familiare. Eppure, tra tensioni e tragedie, aleggia la poesia dell’amicizia struggente tra due ragazzine inseparabili. Che diventeranno delle sopravvissute rimanendo fedeli alla consegna di una promessa indelebile, un comandamento che recita: «Sei pronta a combattere?».
Due protagoniste diverse ma unitissime
Dopo Cose che non si raccontano un romanzo ugualmente potente.
«Pensavo di scriverlo da anni, poi la realtà ha fatto irruzione nella mia vita e ha scompaginato tutto. Ho raccontato i miei tentativi di diventare madre, anche se farlo non mi ha fatto venire a patti con il fatto di non esserci riuscita. Scalpitavo per scrivere questa storia e sono felice che stia ricevendo quell’abbraccio che ho sentito per il romanzo precedente».
Il libro mostra i danni delle famiglie sulle adolescenti Marianna e Chiara.
«Il danno delle famiglie disfunzionali sui giovani è poco descritto. Penso che una storia valga la pena di essere raccontata quando diventa universale: non essere “visti” a quell’età segna per sempre».
Chiara è studiosa, timida. Marianna trasgressiva, fuori dalle righe. Nonostante le diversità, diventano unitissime.
«Le ragazze si confessano reciprocamente la paura che vivono con i loro padri “mostri”. Si scambiano lettere in cui raccontano cose che non possono condividere con il mondo fuori. Diventano talmente unite che l’amicizia si confonde con l’amore, perché per fortuna a quell’età niente ha un nome. In quel momento irripetibile che è l’adolescenza è giusto vivere tutto all’eccesso».
Un’amicizia che è antidoto alla paura
Scrive: «La paura ha infinite abilità, una più spaventosa dell’altra. Ma noi eravamo piccole e più che capire cercavamo di stare in campana».
«La paura a quell’età è un mostro da film dell’orrore. Marianna ha paura della sua balbuzie, di non essere accettata dai coetanei, e che il padre esploda in una delle sue crisi di autolesionismo. Anche Chiara vive nel terrore del padre violento. Io però volevo scrivere anche un libro di luce, perché le due ragazze cercano di non indugiare nel dolore ma di trovare, insieme, la gioia, la leggerezza della loro età. Come persona che prova paura, anch’io passo la vita a cercare antidoti e squarci di luce».
La madre di Marianna non la vede, ma anche Marianna sembra non riuscire a vedere la mamma.
«Come direbbe Samuele Bersani, “l’amore spacca il cuore”. In stato di guerra l’amore ti rende debole; se sei in guerra non puoi pensare all’amore. L’arte della gioia per me è impegnarsi a coltivare la gioia: se Marianna si fermasse a guardare sua madre, che comunque non la vede perché è troppo impegnata nella missione di salvare suo marito, non riuscirebbe più a combattere per se stessa. I momenti in cui si sfiora con la madre sono i più commoventi: Marianna la ama tantissimo, ma non lo può dire, perché altrimenti si ridurrebbe in frantumi».

Sopravvivere alla violenza che si nasconde nella normalità
Spesso la violenza si nasconde dietro un’apparente normalità.
«Quando tuo padre ti organizza feste bellissime, ti fa regali, ti porta in vacanza, gli amici ti dicono che è meraviglioso. Il padre di Marianna è un mostro simile a quelli degli horror, perché sembra normale. Se un padre ti picchia, come quello di Chiara, puoi odiarlo in modo diretto e cristallino. Se invece lo fa contro se stesso per non farlo contro di te, se ti dice che non devi mai avere figli perché prima di te lui stava meglio, tu ti senti in colpa, diventi ansioso, per tutta la vita avrai paura di perdere le persone».
L’amicizia non regge al tempo che passa.
«Entrambe combattono per anni, pur di rimanere insieme: Chiara sposando un po’ gli eccessi di Marianna; Marianna rimanendo fedele all’enigma Chiara, che non si capisce mai se agisce in un certo modo perché lo vuole o perché è condizionata dal padre-padrone. A un certo punto, però, l’amicizia si spezza».
Quando la vita le divide, Marianna scappa di casa. La fuga da ciò che fa soffrire è un’illusione?
«Io sono scappata dalla mia città, Bari, lasciando indietro affetti e passato, per rifarmi una vita a Roma. Rimane la sensazione di essere fuggiti invece di affrontare ma, allo stesso tempo, nel cambiamento c’è vitalità, nella sperimentazione c’è voglia sfrenata di vita».
La libertà di fare ciò che ci rende felici
Marianna ama il suo ragazzo Lorenzo e la sua amica Chiara con la stessa intensità.
«Volevo raccontare emozioni libere, senza preferenze sessuali. Mi piace l’idea che siamo liberi di fare ciò che ci rende felici. Il desiderio sessuale si manifesta per la prima volta con l’amica, ma poi fa sesso con Lorenzo perché lo ama, ama entrambi. La libertà dovrebbe essere un cardine della vita, ma spesso non lo è».
A 40 anni le amiche si confidano: “Non ho mai avuto nessuno come te”. L’amicizia è salvifica?
«Negli anni ho capito che nessuno ci può salvare, che l’unico che può salvarti sei tu. Però credo all’amicizia come a una fede, con i veri amici puoi formare una famiglia. Io sono dell’idea che non è vero che bisogna dire tutto. Quello che bisognerebbe fare è entrare nella loro testa, mettersi nei loro panni, senza giudizio. Un vero amico non deve giudicarti ma comprenderti, capire come poterti aiutare».
Antonella Lattanzi; «Io sono i miei libri»
Scrive: «Non bisognerebbe avere figli, né genitori, né amori». Saremmo più sereni?
«Lo pensiamo quando ci sentiamo in colpa con i genitori o con i figli. E se i figli non ce li hai, stai male ugualmente: non è che raccontando la mia storia io abbia superato quella mancanza. L’amore, in ogni caso, ti mette in stato di sudditanza. Ma come potremmo vivere senza?».
Nel finale chiede: «Dio, salvami dai miei ricordi». Quanta memoria autobiografica c’è nel libro?
«Gustave Flaubert disse: “Madame Bovary c’est moi” e io sono della stessa idea. Gli scrittori mettono nei libri il loro vissuto. Io, come sempre, ci sono con tutta me stessa. Non voglio dire la verità ma scrivere la verità, non schermandomi, avendo fiducia nel lettore. L’atto coraggioso della lettura va premiato dallo scrittore con l’atto della sincerità».