Fake news, condivisione di contenuti e dati personali, Intelligenza Artificiale che spoglia, manipola e costruisce realtà parallele. Il web oggi spaventa noi adulti, mentre i ragazzi apparentemente ci navigano sicuri. Ma la loro sicurezza, appunto, è solo apparente perché, se padroneggiano la tecnologia, non sono consapevoli dei rischi legati al suo uso e abuso.
Il libro per ragazzi di Sigfrido Ranucci
Nasce da questa riflessione il nuovo libro Navigare senza paura (ed. Ap Junior) di Sigfrido Ranucci, il popolarissimo giornalista e conduttore della trasmissione Report, che in questa avventura si è fatto guidare da uno dei suoi figli, insegnante di sostegno. Il libro, pensato per i ragazzi, è una sorta di mappa in cui a ogni decisione corrisponde un evento concreto, con conseguenze precise. Una guida agile e chiara utile anche a insegnanti, educatori e genitori che vogliano affrontare le nuove sfide della Rete senza restarci intrappolati.
Ranucci, da dove nasce l’idea di questo libro?
«Nasce dal principio per cui tutte le problematiche del web sono legate all’uso che se ne fa, che dovrebbe essere un uso civico. Questo bisogna ispirare nei ragazzi. Ormai tutti accettiamo l’ambiguità per cui la Rete e i social network siano una specie di zona franca dove vale tutto, dove i peggiori istinti si possano liberare, tanto nessuno ci perde. Invece le persone ci perdono la loro dignità, e con essa tante vite: pensiamo ai suicidi delle vittime di cyberbullismo, o di revenge porn. Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi prima di tutto ad avere cura della dignità altrui.
Come si impara il civismo online?
Dobbiamo insegnare ai nostri figli come usare i social media e gli altri media digitali sin dalla scuola primaria. Non si tratta solo di trasferire conoscenze tecniche, ma di incidere dal punto di vista della coscienza ed etica nell’uso di questi strumenti. Non abbiamo bisogno solo di regole, ma ovviamente di un piano educativo che copra questo aspetto, per insegnare ai cittadini di domani come diventare anche cittadini digitali.

Come possiamo noi adulti, distanti anni luce dai nativi digitali, recuperare questo gap?
«Stiamo vivendo un cortocircuito generazionale che non ha precedenti nella storia dell’umanità: per la prima volta i più giovani sono in grado di insegnare qualcosa ai più anziani. Approfittiamo di questo, e intanto insegniamo loro che ogni singola azione sul web ha delle ricadute nella vita reale inimmaginabili. Che di ogni nostro dato immesso in rete perdiamo la proprietà. Che, una volta fatto circolare un dato, la sua propagazione è incontrollabile. E che la velocità con cui le informazioni possono viaggiare, non ha confronti. La rete dà un potere enorme, ma dobbiamo conoscerlo per non esserne vittime.
La dipendenza dalla Rete
Secondo lei i giovani sono dipendenti dalla Rete?
I ragazzi hanno abdicato alle loro aspettative e ambizioni circoscrivendole nel recinto del supporto digitale. Per questo se lo perdono o gli viene rubato si sentono smarriti. La loro identità è tutta lì. Per cui sì, in un certo senso ne sono dipendenti, come dalle sigarette, come vuole dimostrare il primo processo contro le società proprietarie dei principali social network, tra cui Meta, YouTube e TikTok. L’accusa è che abbiano creato volontariamente dei prodotti che generano dipendenza, specialmente negli utenti più giovani, causando vari danni tra cui ansia, depressione e autolesionismo. Tra i testimoni c’è anche Mark Zuckerberg.
Quali sono i rischi di un uso non consapevole della Rete?
I rischi principali sono quasi tutti legati alla condivisione di informazioni private e di dati personali. Il riferimento è a quell’insieme di informazioni che disseminiamo in rete quando scarichiamo qualcosa o ci registriamo su siti e piattaforme. E-mail, numero di telefono, città di residenza, indirizzo, a cui si aggiungono le informazioni sulle nostre abitudini e preferenze, che diventano oggetto di indagini di mercato quando accettiamo più o meno consapevolmente qualcosa o quando sottoscriviamo abbonamenti. Questo meccanismo è amplificato nel caso dei giochi Free2Play, tutti quei giochi gratuiti che spesso hanno un minor grado di rigidità nel trattamento dati.
Dove finiscono i nostri dati?
Ci sono poi pericoli a lunga scadenza, a cui nessuno pensa…
Viviamo con l’idea che la memoria digitale sia eterna, continuando a gettare contenuti in supporti che non sappiamo neanche dove stiano e da chi vengano gestiti. Ci sarà un momento in cui a furia di gettare contenuti nei supporti, i server posti chissà dove e governati da chissà chi andranno in tilt. E perderemo tutto. A quel punto, ci sarà qualcuno che deciderà cosa tenere e cosa buttare. Ma in base a cosa? Con che criterio? Affidiamo ogni giorno tutti i nostri dati – sanitari, personali, legali, della Pubblica amministrazione – al web: ma siamo consapevoli di dove vanno a finire?
I nostri dati sono la nostra vita, e noi non sappiamo chi li gestisca. Da dove proviene questa nostra “indifferenza” alla nostra sorte?
Da tempo abbiamo perso l’orizzonte, abdicando a ricerca e tecnologia che abbiamo affidato a cinesi e israeliani. Non abbiamo capito in questi anni dove stavamo andando, con una classe politica compromessa, i nostri dati più sensibili – sanitari, giudiziari, catastali – conservati da chissà chi. Abbiamo appena scoperto un software infiltrato ovunque nel reperimento di dati, che vanno poi a finire su piattaforme gestite da Stati Uniti e Israele. Ma a noi pare non interessi.
Le fake news sono legate agli algoritmi
Che fare contro le fake news?
Nessuno oggi può garantire la verità delle notizie perché l’algoritmo con cui gira l’informazione non privilegia la veridicità della notizia, ma la sua capacità di generare click. Facebook, X, Instagram, TikTok e YouTube si sono trasformati nel principale megafono della propaganda, le notizie diventano virali grazie a inserzioni a pagamento, reti di pagine farlocche e account automatizzati. Tutto ciò non vuol dire che Zuckerberg e le sue piattaforme siano disinformatori di professione. Vuol dire semplicemente che hanno interesse che più gente possibile frequenti le piattaforme e che ci passi più tempo al fine di veicolare pubblicità e raccogliere dati.
Diventiamo cioè merce di scambio sul mercato. E questo dobbiamo saperlo. Poco importa se la raccolta avviene grazie anche ai post non veritieri, attraverso fake. Per questo occorre formazione fin dalla scuola primaria, imparare a decifrare le foto, a capirne la fonte. E questo riguarda anche le notizie. Quanti voti sono stati e saranno determinati dalla disinformazione che corre sui social? E qual è il reale grado di incidenza delle fake news sull’andamento delle nostre democrazie?
Consigli per i genitori
Il libro fa conoscere ai ragazzi i pericoli insiti nell’affidarsi a Chat GPT, nel condividere contenuti privati e nell’uso inconsapevole dei videogiochi. Che consigli può dare ai genitori?
La prima accortezza da adottare è il rispetto della PEGI (Pan European Game Information), cioè la classificazione per età e contenuto dei videogiochi che avvisa dell’eventuale presenza di linguaggio scurrile, violenza, riferimenti a droghe, sesso o discriminazione. È fondamentale poi attivare specifiche limitazioni, come disattivare la modalità multiplayer su alcuni tipi di videogiochi e bloccare chat e microfono. Impedire ai propri figli più giovani di interagire online su queste piattaforme abbatte notevolmente il rischio di finire vittima di episodi spiacevoli».