È possibile vivere con gli uomini? A quale prezzo? Se lo chiede la filosofa femminista Manon Garcia nel suo ultimo libro Vivere con gli uomini (Einaudi), che scrive dopo aver seguito per tre mesi il processo Pelicot. Ma ce lo chiediamo un po’ tutte noi dopo il caso del sito Phica.eu e del gruppo Facebook Mia moglie: come facciamo a essere sicure che i nostri compagni, mariti, non siano anche loro in quel sito, in quel gruppo? Basta pensare di conoscerli, per escluderlo? Come possiamo essere certe che non ci siano foto nel web di noi mentre dormiamo beate, gironzoliamo per casa in mutande o giochiamo in spiaggia con i bambini? Perché questo facevano: riprendevano le mogli in momenti di vita banali, anche con i figli, per poi pubblicare foto e video su Facebook, trasformando così tutte quante in onlyfancer inconsapevoli. Oppure, nel caso del sito Phica.eu, postavano video di donne negli spogliatoi, o in eventi pubblici, al mare, per poi commentare e scambiarsi foto e video come fossero figurine.

Il gruppo Facebook Mia moglie è stato chiuso

Tutto è partito quando una giovane infermiera ha visto comparire nel suo feed di Facebook foto di donne del gruppo in questione: l’algoritmo è talmente spudorato da presentarsi a chiunque, come la cosa più normale del mondo. Lei, incuriosita, è entrata nel gruppo, che tutti potevano visionare senza iscriversi. Lo ha segnalato a Facebook e poi, non ricevendo riscontri, ha contattato su Instagram la scrittrice Carolina Capria, che ha fatto esplodere il caso invitando tutti a segnalare il gruppo. E così Meta l’ha chiuso.

130mila gli iscritti al gruppo Facebook Mia moglie

Un caso che sta montando: al momento in cui scriviamo, sappiamo che gli iscritti non erano 32mila ma 130mila. Mariti e compagni che continuano il loro gioco violento, visto che a centinaia sono migrati su Telegram. Ma ciò di cui ancora non si parla sono le ricadute sociali di tutto questo: 2.800 sono finora le segnalazioni delle donne che sono riuscite a riconoscersi, facendo screenshot prima che la pagina chiudesse. Vuol dire che potrebbero denunciare i mariti, avviandosi verso una sicura separazione. E tutte le altre? Quelle che non hanno il coraggio di denunciare, o non possono farlo per motivi economici? O quelle che la certezza non ce l’hanno, ma solo un atroce dubbio?

Ma Meta collabora o no?

«Per legge gli autori di questi post possono essere perseguiti solo su querela. Sta quindi alle donne il compito di fare il primo passo. Mi auguro che la Polizia postale abbia cristallizzato la pagina, cioè ne abbia scaricato i dati in formato forense. Altrimenti, come avere la certezza di essere finite lì dentro? E se le Forze dell’ordine non hanno agito così, confido che abbiano chiesto i dati a Meta che, per la mia esperienza, proprio collaborativo non è» denuncia l’avvocata Marisa Marraffino, esperta in diritto informatico. «Meta è molto attivo quando si tratta di terrorismo internazionale, questioni di sicurezza nazionale o pedofilia, per il resto è silente. Anzi: poiché per legge nei casi di diffusione illecita di materiale pornografico e diffamazione aggravata (come potrebbero configurarsi molti dei post in questo gruppo), solo il pubblico ministero può chiedere i dati, sapete come risponde in genere Meta? “Hallo, non possiamo esaudire la tua richiesta”».

I possibili reati nei post con gli scatti rubati alle donne

Prosegue l’avvocata Marraffino: «Gli scatti che ritraggono una persona sono dati personali e non possono essere pubblicati senza il consenso dell’interessata. Se poi sono foto intime si profila anche il reato di revenge porn oppure anche di interferenze illecite nella vita privata, se le immagini sono riprese in casa all’insaputa della moglie. Se le mogli vengono offese, si aggiunge anche la diffamazione aggravata. Se le foto fossero vendute, ci potrebbero essere gli estremi per il reato di trattamento illecito dei dati perché le immagini possono contenere anche dati sensibili (come, ad esempio, la disabilità o la provenienza etnica). Si rischiano pene fino a 13 anni».

Le piattaforme non rispettano le norme

Eppure abbiamo il Digital Service Act, quel regolamento europeo entrato in vigore nel febbraio 2024 che impone alle piattaforme molte regole, tra cui la trasparenza. «Nella realtà, più dell’80 per cento dei casi di diffamazione online viene archiviato perché non si riesce a rintracciarne l’autore» prosegue l’avvocata. «Temo che accada così anche per questo gruppo, a meno che la polizia non avvii un’operazione di massa rintracciando uno per uno gli uomini autori dei post e comunicandoli alle loro compagne».

Come segnalare se sei finita nel gruppo anche tu

Una via su cui si sta muovendo Adriana Ventura, consigliera di parità della provincia di Rimini: è lei che fece esplodere nel 2017 il caso del catalogo online delle donne per uomini single. «In quel caso le donne agirono compatte e la Cassazione nel 2023 condannò i responsabili. L’Ufficio della Consigliera è a disposizione per raccogliere ogni segnalazione e invitare a denunciare alla Polizia ogni caso di cui si è a conoscenza. Se pensi, tu o anche tue amiche, di essere coinvolta nel gruppo Facebook che è stato chiuso, segnala il caso sul sito della polizia postale http://www.commissariatodips.it o denuncia tu stessa. Invito ognuna a dire basta alla tolleranza del sessismo e della violenza contro le donne sui social, altrimenti è complicità».

Cosa puoi fare se hai fatto sexting

La questione è relativamente più semplice se si possiedono foto intime nel proprio cellulare, usate per fare sexting. In questo caso, puoi bloccarne la possibile circolazione: fai login sul sito del garante per la privacy (garanteprivacy.it) e carica la foto. Il sito ne registra il codice e la blocca quando qualcuno cerca di caricarla sul web.

Stesso principio per il sito https://stopncii.org/, strumento gratuito a cui aderiscono molti partner (tra cui Facebook Instagram e TikTok).

La petizione su Change.org

Nel frattempo è stata aperta una petizione su Change.org, a cui al momento hanno aderito circa 40mila persone: si chiede “una procedura d’urgenza nazionale per chiudere gruppi e canali che diffondono immagini rubate, rimozione entro poche ore su segnalazione qualificata, ban degli amministratori recidivi, conservazione delle prove e supporto dedicato alle vittime”. I grandi player sono direttamente chiamati in causa, ma non sfugge a nessuno l’enorme distorsione insita nel modo in cui si regolamentano. Tutto è affidato alla mannaia dell’algoritmo, che non censura le donne in slip mentre dormono, ma il luglio scorso oscura la pagina della Fondazione Casa dei Tre Oci a Venezia per una modella nuda su una locandina di una mostra di Helmut Newton.

Occorre lavorare con gli uomini abusanti

Paradossi ormai insostenibili, come denuncia anche lo psichiatra e psicoanalista Leonardo Mendolicchio, autore del libro L’amore è un sintomo» (Solferino). «Devono esistere regole certe anche per vivere e parlare nelle città dei social. Non possiamo affidare alle piattaforme la regolamentazione di cosa è giusto e sbagliato dire: dev’essere la civiltà a stabilirlo. Penso a un sistema parallelo ai Centri Anti Violenza, che segua gli uomini responsabili di questi atti e organizzi gruppi di lavoro coi maschi abusanti: una macchina sociale che entri nella vita degli uomini e li aiuti a vomitare tutta la loro rabbia».

I Cav possono aiutarti anche con la violenza online

Una rabbia che cavalca libera nelle praterie del web, soprattutto in quelle italiane. L’ultima direttiva europea collegata alla Convenzione di Istanbul impone a tutti gli Stati membri di adeguarsi dal punto di vista culturale, educativo e normativo anche rispetto alla violenza online. «L’Italia è molto indietro, ma abbiamo tempo fino al 2027» dice Simona Ammerata, Consigliera di Di.Re. e socia fondatrice della Casa delle Donne Luce Y Siesta. «In questa partita per costruire gli strumenti teorici e pratici di lotta alla violenza cyber, ci devono essere anche i Cav. Noi collaboriamo con soggetti molto attivi su questo fronte: Stop NCII (Non Consensual Intimate Image Abuse), Permesso Negato e CHYAN Italia. Moltissime donne coinvolte nel gruppo Facebook ci stanno scrivendo e le stiamo aiutando».

La proposta di legge sul consenso

La politica c’entra, eccome, in quello che sta diventando un caso internazionale, visto che ne ha parlato anche il Financial Times. E non basta invocare lo stop ai nickname: molti degli uomini, in questo gruppo in particolare, appaiono con i loro nomi e cognomi, come se violare l’intimità delle mogli senza il loro consenso fosse la cosa più naturale del mondo. Questo invece è il punto: dove non c’è consenso, c’è violenza. Un assioma che si è incardinato anche nel dibattito politico, grazie a una proposta di legge, al momento ferma in Commissione Giustizia alla Camera. «Occorre far rispettare le norme europee, ma ogni Paese deve fare una riflessione su che futuro vogliamo per i nostri figli» ci dice l’onorevole Michela Di Biase, relatrice di minoranza. «Questi uomini in parte sono anche padri. È ai loro figli, ai figli di queste mogli violate e tradite che deve parlare la politica, crescendoli nel rispetto verso le donne: l’educazione all’affettività è più urgente che mai».