Io, l’ananas e la pubblicità di Pandora


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di

Annalisa Monfreda

La pubblicità natalizia della nota marca di gioielli ha sollevato la classica indignazione da tastiera. C'è chi urla all'epic fail. E se stessimo esagerando? E se tutto questo ribellarsi agli stereotipi svuotasse di senso la ribellione stessa?

Un'opinione di:
Direttrice di Donna Moderna e Starbene, moglie di un sociologo prestato alla consulenza digitale e...

Sabato sera. Cena in un ristorante messicano. È il momento del dolce e l’unico a ordinarlo è mio marito.

Il cameriere, mentre porta in tavola la gustosissima torta tres leches, intercetta lo sguardo incuriosito che io e una mia amica lanciamo al piatto e ci propone: «Ananas?».

O almeno così capisco io. Dopo aver vigorosamente detto di no, parto in quarta con una filippica sullo stereotipo per cui la donna che non prende il dolce è sicuramente a dieta e quindi le si propone l’ananas, drenante e poco calorica.

I miei amici mi guardano con occhi sbarrati. Poi uno di loro capisce il fraintendimento: «Ma quale ananas? Vi ha chiesto: uno màs? E cioè: ve ne porto un altro?».

La mia indignazione si scioglie così in una risata e in una meritata presa in giro per noi donne, ultimamente troppo suscettibili al tema sessismo.

Poche ore dopo questo episodio, esplode il caso Pandora. Ossia un sollevamento generale contro la pubblicità della nota marca di gioielli che recita: «Un ferro da stiro, un pigiama, un grembiule, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?».

Di fronte all’ennesimo moto di indignazione da tastiera, al quale normalmente non avrei neppure dedicato lo spazio di questi appunti, ho pensato a me e all’ananas. E al corto circuito comunicativo in cui siamo finiti. È bastato mettere in fila tre stereotipi relativi alla donna per urlare alla pubblicità sessista, quando l’intento, a un orecchio pulito e non prevenuto, era chiaramente l’opposto, ossia dire “non siate maschilisti nei regali”.

Certo, possiamo discutere sulla chiarezza del messaggio e sulla sua efficacia, in fondo anche io ho frainteso il cameriere perché ha parlato in una lingua a me ignota. Ma il fraintendimento presuppone sempre un errore da due parti. E da parte nostra forse comincia a esserci un po’ troppa suscettibilità.

Dobbiamo fare attenzione, perché anche l’indignazione per lo stereotipo può divenire stereotipo a sua volta e svuotare di senso le battaglie giuste da combattere. Occorre dosare le energie destinate alla ribellione. Che non è un valore in sè, ma in quanto inscindibilmente legata alla rilevanza di ciò a cui ci stiamo ribellando.

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