È sera. Sei sul divano col telefono in mano, un po’ stanca, un po’ curiosa. Hai una domanda che ti frulla in testa, magari banale o forse esistenziale, oppure solo la voglia di parlare senza parlare davvero. Invece di fare una ricerca su Google o chiamare un’amica, apri ChatGPT. Digiti una frase e lei è lì, che non sbuffa e non sbaglia i congiuntivi. Risponde con calma e spesso meglio di chiunque altro. Il nome del chatbot di OpenAI è diventato familiare quanto quello di un social e oggi è consultato oltre 1 miliardo di volte al giorno in tutto il mondo. Studenti, manager, scrittori, genitori, medici, giornalisti, curiosi: tutti pongono domande, anche intime, e si lasciano sorprendere dalle risposte. Ma quale moneta invisibile stanno pagando, mentre premono invio?

I numeri (straordinari) di ChatGPT

Per capire l’urgenza di questo interrogativo, partiamo da qualche dato. A marzo 2025 ChatGPT è diventata l’app più scaricata al mondo, superando Instagram e TikTok, con 46 milioni di nuovi download in un solo mese. E ad aprile il ceo di OpenAI Sam Altman ha parlato di 800 milioni di utenti settimanali. Secondo il nuovo report Trends – Artificial Intelligence dell’esperta di tecnologia Mary Meeker, quella dell’AI è una crescita che non ha precedenti nella storia. ChatGPT ha impiegato solo 2 mesi a superare i 100 milioni di utenti, Facebook ci aveva messo 4 anni e mezzo. E il boom è stato contemporaneo nella maggior parte del mondo.

Per cosa usiamo i chatbot basati sull’AI?

Le persone usano l’AI per qualunque cosa. Capire concetti complicati, trovare idee, scrivere lettere d’amore, tradurre testi, risolvere equazioni, organizzare viaggi, scegliere regali, trovare ricette di cucina, preparare il curriculum, migliorare il sonno, generare immagini per vedersi vecchie o bebè. C’è persino chi affida al chatbot paure profonde, come fosse un terapeuta da cui farsi risolvere problemi sentimentali, amicizie complicate e fratture familiari. Del resto ChatGPT ascolta, non giudica, non lascia dubbi. Anzi, ne previene di nuovi e futuri come un cartomante. Ma quali sono le conseguenze di un’AI interpellata miliardi di volte al giorno? Sapremo ancora farci domande? E darci risposte?

L’effetto psicologico delle risposte “perfette” dell’AI

«Negli ultimi anni, con il mio gruppo di ricerca, ci siamo concentrati sull’interazione tra esseri umani e AI conversazionali: ChatGPT, Gemini, Claude, ma anche i più noti assistenti vocali degli smartphone. La vera svolta non è solo nella loro capacità di rispondere rapidamente, ma nel fatto che lo fanno attraverso il linguaggio naturale, segno distintivo dell’intelligenza umana» spiega Mattia Della Rocca, docente di Psicologia degli Ambienti Digitali all’Università di Tor Vergata di Roma. «Questo ha innescato una serie di cortocircuiti cognitivi: non siamo biologicamente pronti a distinguere tra interazione umana e artificiale. Così finiamo per attribuire alle AI lo stesso statuto relazionale che riserviamo agli altri esseri umani, inclusa la fiducia».

ChatGPT sa tutto? No, ma lo dice benissimo

Una oggi, due domani, tre dopodomani… 99 in men che non si dica. Cosa succede nella nostra mente quando riceviamo la centesima risposta immediata, sempre disponibile e ben formulata da un’AI? Innanzitutto, può verificarsi una distorsione cognitiva chiamata “automation bias”. «Cioè ci fidiamo più delle decisioni di una macchina che delle nostre intuizioni o competenze, pur sapendo che può sbagliarsi» spiega Della Rocca. «Quando un interlocutore digitale appare sicuro, coerente e persuasivo, tendiamo a credergli a prescindere dalla qualità effettiva delle risposte. Col tempo questo meccanismo si rinforza, spesso a scapito della profondità e dell’originalità del pensiero». Quando riceviamo una risposta ben scritta da un’assistente virtuale come ChatGPT, potremmo pensarla più brava di quanto sia realmente. «Questi sistemi sembrano parlarci con autorevolezza: danno risposte ordinate, numeriche, “oggettive”. E noi siamo portati a credere che i meri dati non possano mentire. Ma dobbiamo ricordare che i dati non sono mai neutri: sono stati selezionati da esseri umani, con i loro pregiudizi, stereotipi, idiosincrasie».

ChatGPT sa tutto? No, ma lo dice benissimo

Si verifica poi una distorsione cognitiva che si chiama Automation Bias. «Si manifesta quando ci fidiamo più delle decisioni di una macchina che delle nostre intuizioni o competenze, anche se sappiamo che può sbagliare» spiega Della Rocca. Quando riceviamo una risposta ben scritta da un’assistente virtuale come ChatGPT, potremmo pensarla più brava di quanto non sia realmente. «Questi sistemi sembrano parlarci con autorevolezza: danno risposte ordinate, numeriche, “oggettive”. E noi siamo portati a crederci proprio perché crediamo che i meri dati, in qualche modo, non possano mentire. Ma dobbiamo ricordare che i dati non sono mai neutri, e sono stati selezionati da esseri umani, con i loro pregiudizi, i loro stereotipi, le loro idiosincrasie».

Dobbiamo ricordare anche che ChatGPT non risponde, unisce risposte. Non “sa” nel senso umano del termine, non accede a una memoria o a un’intelligenza cosciente, ma elabora linguaggio a partire da enormi quantità di dati e probabilità statistiche. Può sbagliare. E, soprattutto, può apparire sicura anche quando non lo è. Sembra sapere tutto: risposte fluide, toni convincenti, persino compiacenti.

Il costo invisibile della comodità artificiale

E noi, intanto, che fine facciamo? Il blocco dello scrittore ce lo siamo dimenticato, perché i fogli non sono più tutti bianchi. Quando cerchiamo qualcosa su Google, AI Overviews ci dà una risposta soddisfacente in poco tempo, risparmiandoci la fatica di scrollare per confrontare gli articoli e scegliere il più utile e autorevole. Su Amazon, per ciascun prodotto in vendita, l’AI genera una recensione che è risultato della sintesi di tutte le recensioni fornite dai clienti per quel prodotto: altra fatica risparmiata. Quante attività pratiche e mentali abbiamo già smesso di fare, delegandole all’AI? Riflettere in profondità, sviluppare un’idea da zero, tenere il dubbio aperto per un po’. Scrivere in modo spontaneo anche se non perfetto. Tollerare la fatica cognitiva, cercare le fonti e verificare, denudarsi nello sguardo di un amico. L’attrito, quella fatica di cercare, sbagliare, riprovare, è il prezzo invisibile del pensiero profondo.

Addio spaesamento: stiamo disimparando a pensare?

Ogni volta che ChatGPT lo toglie, ci fa un favore, ma anche un piccolo furto. Lo penso davanti a un post Instagram in cui una ragazza, fuori dal confessionale in attesa del prete, chiede a ChatGPT quali peccati ha commesso. Facciamo fatica persino a guardarci dentro o indietro, evitiamo il disagio di una riflessione personale. «Il rischio, già visibile, è una progressiva deresponsabilizzazione cognitiva: abituarsi a delegare all’AI anche funzioni che non le competono davvero. Pensiamo all’uso di ChatGPT come terapista o consigliere personale: per quanto possa offrire risposte articolate e rassicuranti, non può sostituire un vero contesto relazionale umano. L’abitudine a usarla sempre, per tutto, può portare a una forma di automatismo mentale che riduce lo spazio del dubbio, dell’errore, della riflessione, cioè esattamente lo spazio in cui si esercita il pensiero» aggiunge l’esperto.

Lo spazio del dubbio: perché le domande contano più delle risposte

Avere delle aree di dubbio permette anche di ascoltare gli altri, cambiare idea, approfondire. «Il filosofo e psicologo John Dewey parlava di “incertezza esistenziale”» riflette Della Rocca. «Non esiste crescita che non si basi sulla necessità dell’essere umano di andare oltre i propri limiti, i quali sono di volta in volta scoperti e identificati a partire da una situazione problematica, in cui è molto più importante sapersi porre le giuste domande che saper trovare rapidamente le risposte».

Quando l’AI pensa per noi: il rischio della delega eccessiva

Esposti all’ossigeno dell’AI, arrugginiremo? «Se la usiamo ogni giorno come fonte di indicazioni automaticamente vere, finiamo per delegare a un sistema algoritmico non solo la ricerca di informazioni, ma anche il lavoro critico che dovrebbe restare nostro» continua l’esperto. «È facile abituarsi all’apparente autorevolezza dell’AI, ma così rischiamo di smettere di confrontarci e riflettere. Il dubbio richiede tempo, sforzo, ambiguità, tutte cose che l’AI tende a neutralizzare. Detto questo, alcuni studi mostrano anche un uso positivo dei chatbot, ad esempio per “curarsi” dalle teorie del complotto, offrendo risposte più equilibrate rispetto a certi ecosistemi online. Tutto dipende da come si addestrano le AI e, soprattutto, dalla percezione che gli utenti ne hanno».

Usare l’AI per pensare meglio, non per pensare meno

Ma come si fa a non trasformare l’AI in una sorta di stampella automatica? Lo chiedo a Mattia Della Rocca. «Mi piace sempre ricordare una frase che di volta in volta viene attribuita ad Alan Turing o a John von Neumann, ma che probabilmente è solo la sintesi di un pensiero comune tra chi l’Intelligenza Artificiale l’ha resa possibile sin dalle origini: “Molti pensano che i computer siano macchine intelligenti per persone stupide, invece sono macchine stupide per persone intelligenti”. L’AI è uno strumento estremamente utile per chi voglia farne un uso intelligente e consapevole, dunque necessaria mente basato sul senso critico».

È sera. Sono sul divano col telefono in mano. Ho una domanda che mi frulla in testa, sembra banale ma forse è esistenziale. ChatGPT mi risponderebbe subito. Ma so che, per crescere, devo lasciare il dubbio in sospeso. O almeno girarlo a qualcuno che mi offra anche un caffè.