Non sempre è vero che, come recita il proverbio, “ogni naso sta bene alla faccia sua”. V. mi racconta che per una vita ha sognato di cambiare il suo perché lo trovava bruttissimo. «È stato il mio terzo incomodo a scuola, sul lavoro, nelle relazioni. La prima cosa che gli altri notavano di me. E appena ho avuto i soldi, l’ho rifatto. Non sai come mi sento più leggera, ora, quando in riunione mi alzo per fare una presentazione. Siamo portati a giudicare chi si corregge perché non accetta i propri difetti, ma la chirurgia estetica serve anche a stare bene con se stessi». V. ne è convinta, e anche la letteratura scientifica sembra darle ragione: più di uno studio mostra che interventi di questo tipo possono migliorare il grado di soddisfazione del proprio aspetto, e in certi casi l’autostima. Ora nuovi dati lasciano intendere che in determinate situazioni arrivano anche ad alleviare disagi più profondi.

I benefici psicologici degli interventi estetici

Damiano Tabasco, responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia Plastica dell’Ospedale San Carlo di Nancy di Roma ha coordinato uno studio appena pubblicato sul Plastic and reconstructive surgery journal, che mostra gli effetti della chirurgia plastica ed estetica sulla salute psichica. Nella ricerca è stato misurato l’impatto della lipoaddominoplastica, una tecnica che modella l’addome, sul benessere mentale di pazienti che soffrivano di depressione o disturbi d’ansia. Il “difetto” da correggere in questi casi era la diastasi del muscolo addominale, una condizione che provoca il cedimento della fascia di muscoli addominali e interessa fino al 30% delle donne dopo il parto. «Dopo l’intervento il ricorso a benzodiazepine è diminuito del 17%, dato mai registrato prima» spiega il dottor Tabasco, che su Real Time è protagonista de Il mio amico bisturi, programma in cui i pazienti raccontano come la chirurgia estetica e plastica abbia cambiato in meglio la loro vita. «Può succedere che dopo alcuni eventi, come una gravidanza, un forte dimagrimento, un periodo di stress, nonostante l’impegno e gli sforzi non si riesca a liberarsi da una condizione che provoca grandi disagi. E allora agire in questo senso può davvero dare un aiuto» spiega.

Come capire se il ritocco diventa un’ossessione?

Che non ci sia nulla da condannare nel voler ridurre la circonferenza delle cosce o del girovita, lo conferma anche Giuseppe Femia, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale: «La decisione può rientrare in un atteggiamento di cura e benessere verso di sé. Se una parte del mio corpo mi crea problemi e lo correggo, questo mi aiuta a processare meglio alcuni aspetti interiori, a migliorare il rapporto con la mia immagine, e ha un effetto positivo. Altre volte l’intervento può essere il completamento di un percorso, penso a una persona che dopo una dieta drastica si sottopone a un’operazione per restituire volume al seno. Si è curata, ha cambiato stile di vita e chiude il cerchio con il miglioramento estetico». Ma un ma esiste, un punto in cui il ricorso al chirurgo si trasforma in espressione di un malessere. Il discrimine, dice lo psicologo, è l’atteggiamento: «Il problema sorge quando un intervento ne chiama un altro, quando siamo in presenza di una compulsione che risponde a un’ossessione, o a un disturbo di altra natura, come il dismorfismo, che consiste nel trovarsi continuamente difetti, anche inesistenti, senza arrivare mai a mettere un punto. Una cosa è correggere, altra è ritoccare la propria esteriorità nel tentativo di fare pace con i propri demoni».

Chirurgia estetica: i rischi per la salute mentale

Non sappiamo cosa spinga il quasi mezzo milione di persone – dati del report internazionale Society of Aestetich Plastic Surgery – che nel nostro Paese, nel 2024, sono entrate in una sala operatoria per modificare la propria immagine. Certo è che in una società dove ovunque vengono imposti modelli di bellezza innaturali, la chirurgia è diventata quasi fenomeno di massa, e il rischio è di farsi travolgere, pagando un prezzo molto alto. «Se l’atteggiamento è poco consapevole, ci si lascia trascinare e si esagera, si arriva a interrompere quello che dovrebbe essere il processo della normale accettazione di chi e come siamo, e a perdere rispetto di sé e del proprio fisico» continua Femia. Non solo. «Entrare in questa spirale significa non essere più gli stessi. Pensare di avere potere sul corpo può essere distruttivo. E allora sì, serve uno stop, sapere fin dove si può arrivare e quando fermarsi. Altrimenti diventa come il disturbo alimentare: non so quale sia il peso ideale, semplicemente non voglio mangiare e ingrassare».

Il ruolo del chirurgo tra etica e responsabilità

Non sempre però il paziente può farcela da solo, specie se dietro la sua voglia di cambiare c’è dell’altro, e allora sta al medico mettere un freno. Roberto Bracaglia, presidente di Aicpe, Associazione italiana di chirurgia plastica ed estetica, ha visto entrare nel suo studio centinaia di persone, e di una cosa è certo: agli occhi di un medico esperto non è difficile riconoscere chi trae più vantaggio da un “no”, piuttosto che da un “sì”. «Chi ha riflettuto a lungo sulla decisione, arriva dal medico con le idee chiare, è risoluto ed è in grado di spiegare con esattezza quali sono i suoi bisogni. Se la decisione è frutto di altro, allora spesso i pazienti sono confusi, magari chiedono di cambiare tutto, dagli zigomi al naso, ma non sanno esattamente cosa vogliono. Mi è capitato diverse volte di dire no a persone spinte dal desiderio di compiacere qualcuno, magari il compagno. Ma ho detto no anche a persone ossessionate da un ideale di perfezione, che magari desiderano cambiare tutto, dagli zigomi al naso, anche se a uno sguardo medico oggettivo non mostrano alcuna necessità particolare».

Come capire se la chirurgia estetica è la scelta giusta

Quello che spesso ignoriamo, aggiunge lo specialista, è che nel momento in cui varchiamo la soglia dello studio di un chirurgo plastico dovremmo essere consapevoli che stiamo facendo una scelta impegnativa, che non è a “fatica” zero, e dalla quale tornare indietro è difficile. «Serve un confronto lungo e serio con il professionista che ti segue, altrimenti si rischia il fallimento. Io dico sempre che si entra in sala operatoria come si va all’altare: la coppia medico paziente deve essere in sintonia sulla strada che si sta per intraprendere». A dispetto di ciò che può apparire, sottolinea però il dottor Bracaglia, i dati della letteratura scientifica ci dicono che la stragrande maggioranza delle persone che si rivolgono a un chirurgo plastico ed estetico è ben orientata, hanno un sogno che è rimasto nel cassetto per anni, come V. «Hanno fatto un percorso in autonomia per arrivare a quella decisione. Non dimentichiamo che la chirurgia estetica è nata per dare un’opportunità in più, una soluzione a un problema che altrimenti non si potrebbe risolvere».

Chirurgia estetica nei giovani: cosa sapere prima di dire sì

Il trend tra le giovanissime? Un seno nuovo a 18 anni. Lo ha denunciato la Società italiana di medicina estetica, mentre proprio l’anno scorso il ministero della Salute ha diramato una circolare per ribadire che dal 2012 esiste il divieto di impiantare protesi al seno a minorenni per fini estetici. Aumentano anche interventi e ritocchini nella Gen Z: secondo un’indagine della stessa società, il 51,7% degli specialisti afferma che nel proprio studio si sono recati under 18: per acne e smagliature, sì, ma anche filler per labbra e zigomi, che li fanno sentire più “instagrammabili”. Gli interventi chirurgici estetici sono sconsigliati ai minori, con l’eccezione della correzione delle orecchie a sventola, ma la regola generale è sì alle correzioni, no alle trasformazioni. Secondo lo psicoterapeuta Giuseppe Femia, va analizzata la motivazione dietro la richiesta: una cosa è la necessità di cambiare qualcosa, altra è volersi diversi, e desiderare un’immagine all’altezza degli stereotipi imposti. Crescere ha le sue fatiche ma la scorciatoia del chirurgo si rivela un vicolo cieco.