Si parlava di giornali. Il solito vecchio discorso carta vs digitale. Dietro la cattedra io e una collega, davanti una platea di studenti che sognano di lavorare nella moda. Un dibattito aperto e stimolante, come sempre accade quando si mettono a confronto idee che partono da posizioni agli antipodi e lentamente convergono su un terreno comune. Finché se ne esce questa ragazza che, nel proporre spunti per un nuovo progetto editoriale, suggerisce di lanciare dei podcast in versione stringata, ché lei uno intero difficilmente riesce a seguirlo. In che senso, chiedo? «Troppo lungo». Mentre la classe continua a parlare, mi domando come possa essere stancante un’attività in cui non devi fare niente, solo stare a sentire. Eravamo partiti dalla lettura, che costringe a uno sforzo di attenzione a cui la Gen Z non è più abituata, e ci troviamo a scarnificare anche i media immateriali.

Come i social ci hanno fatto disimparare

Tutto ormai costa fatica. Scrivere, leggere, persino ascoltare. Che si tratti di un podcast o di un vocale. Realizzo che proprio quella mattina mi è arrivato un messaggio di oltre 2 minuti in versione accelerata. L’ho lasciato andare mentre salivo in macchina, ingranavo la marcia, accendevo la radio. Mai una sola cosa alla volta. Siamo nell’era dell’ottimizzazione. In cui si può fare ogni cosa di più e meglio. In una corsa quotidiana che impone presenza e velocità. E, mentre i device alzano l’asticella dell’offerta e della performance, sollevandoci da qualsiasi incombenza, semplificando i compiti, addirittura mettendosi al nostro posto, noi lentamente disimpariamo. Non solo a fare, ma anche a non fare. Sostare su una cosa, pazientare, resistere all’ansia di ingurgitare informazioni senza sosta sfruttando anche i tempi morti. Per navigare, scrollare, chattare. Perdendo il senso della rilevanza e della priorità. Come se tutto fosse urgente e necessario.

La galassia ibrida dell’Onlife

Nell’arco di pochi anni abbiamo cambiato radicalmente il nostro modo di pensare e di agire. Abbiamo azzerato i confini tra l’online e l’offline. Stando col corpo qui e con la mente altrove, nell’universo parallelo e virtuale, dove tutto accade. Per non sentirci “tagliati fuori” abbiamo imparato a popolare quella galassia ibrida che è stata ribattezzata Onlife. Vincolati a una clausola di ubiquità che richiede un investimento di presenza e costanza capace di sottrarci attenzione ed energie. Sfinendoci. «È colpa vostra se non siamo più in grado di affrontare un testo impegnativo, fosse anche un articolo, se ci stufiamo subito» mi dice un’altra allieva al primo banco. «Ci dovevate educare». Ha poco più di 20 anni e rinfaccia a me, in rappresentanza di tutti gli adulti che ha incontrato nel suo cammino, un dovere a cui abbiamo in buona parte abdicato. Per pigrizia, ignoranza, distrazione. La verità è che abbiamo sottovalutato il problema. Minimizzato il ruolo che i social avrebbero avuto nella crescita dei nostri figli, ignorato la velocità con cui si sarebbero intrufolati nella nostra quotidianità compromettendo le relazioni e le abilità, impigrendoci, isolandoci, portandoci senza accorgercene ad affidare saperi e bisogni agli algoritmi. Sono loro ormai che ci dicono cosa desideriamo, di quali fatti dobbiamo essere informati, persino da che parte stare.

L’impatto della rivoluzione digitale nella vita reale

È stato tutto troppo rapido e troppo comodo perché potessimo renderci conto di quanto fosse pericoloso delegare. Ricordi, competenze, relazioni. L’abbiamo chiamata semplicemente rivoluzione digitale, invece era molto di più. Uno tsunami che ha impattato sul lavoro, i consumi, la psiche, la percezione che abbiamo di noi, il rapporto con gli altri, i legami familiari. Noi che eravamo solo “immigrati” e non nativi digitali, dovevamo mantenere la giusta distanza, invece ci siamo finiti dentro fino al collo. Vittime come tutti della mania dei follower e dei like, dopati dalla logica perversa dei consensi, ammansiti dalla fobia del dissenso. Si educa con l’esempio, e il nostro è stato pessimo. Inutile negarlo.

La sfida: governare la tecnologia

E quindi? E quindi bisogna rimediare. È quello che stanno provando a fare molti Paesi limitando l’uso dei social prima di una certa età. Ma anche impegnandoci in prima persona, come genitori, insegnanti, comunità. Non possiamo, e non vogliamo, rinunciare alla tecnologia, ma dobbiamo porre un argine. Ponendo per esempio dei paletti orari, ascoltando senza fissare lo schermo del telefonino, rimpiazzando i consigli compiacenti di un amico virtuale col calore di una parola e di un abbraccio. Piccoli gesti, tutti i giorni. Il primo passo, ricordiamolo, tocca a noi.