Apro Instagram. Non per vedere cosa fanno i miei amici, ormai quello non succede più da anni. Scrollo e basta. Video di sconosciuti, l’ennesima pubblicità, post con commenti di gente che litiga. Chiudo l’app con un senso di nausea. C’è chi la chiama Instagram fatigue: quella stanchezza mentale da social media che, unita al timore di espormi in un ambiente così nevrotico, mi ha portata a ritirarmi. Meno foto, zero commenti, nessun pensiero espresso pubblicamente. È una sorta di quiet quitting, una “dimissione silenziosa” dai social: sono iscritta, ma non partecipo. Osservo soltanto.

Uso dei social oggi: meno connessione, più scrolling passivo

E non sono la sola. Mentre c’è chi abbandona del tutto, come ha appena fatto Laura Pausini, il tempo trascorso sui social, dopo aver raggiunto il picco nel 2022, è in calo secondo il Financial Times. Lo studio su 250.000 adulti in oltre 50 Paesi mostra che le persone di età pari o superiore a 16 anni ci passano quasi il 10% di tempo in meno. Il calo più significativo si osserva tra i giovani, che un tempo erano i più attivi. Ma non è solo una questione di minuti. I social hanno cambiato natura, da luoghi di connessione a luoghi di passività. Gli utenti che ci vanno per parlare con gli amici o conoscere nuove persone sono diminuiti di oltre il 25% in 10 anni. È aumentato, invece, lo scrolling inconsapevole: si apre l’app senza pensarci, per alleviare il vuoto o la noia.

C’era una volta Facebook

Ilaria, 40 anni, mi racconta un mondo diverso. «Ho aperto Facebook nel 2008 per tenermi in contatto con mia sorella che si trovava negli Usa. Era un luogo sincero, dove condividere il proprio stato d’animo». Un po’ la invidio. Per i Millennial i social erano social network, reti per unire le persone. Poi sono diventati social media, il contenuto ha preso il sopravvento sulla connessione. Creator, brand, pubblicità. L’algoritmo ha sostituito l’ordine cronologico: non vediamo più quello che fanno i nostri amici, ma quello che l’AI decide di mostrarci. Video raccomandati che ci tengono incollati allo schermo.

Enshittification: perché i social stanno tradendo gli utenti

Serena Mazzini, esperta di social media e autrice del libro Il lato oscuro dei social network, spiega questo processo con un termine coniato dal giornalista canadese Cory Doctorow: enshittification, “merdificazione”. Descrive come le piattaforme tradiscano la promessa iniziale. «Ti accolgono offrendoti servizi che altrove non troveresti, un luogo di espressione e connessione. Poi estraggono i tuoi dati e alla fine ti propongono solo contenuti che non hai scelto. Quando questo succede, gli utenti iniziano a ritirarsi». La fatica della performance che provo sui social è dovuta anche alla polarizzazione estrema. «Se scrivi “Stamattina sono andata a fare colazione”, nessuno risponde. Se scrivi “Anche da voi il prezzo del caffè è aumentato?”, parte il dibattito. La struttura stessa delle piattaforme è basata sulla creazione di divisioni».

Rage bait, relazioni parasociali e la frustrazione dei social

Non a caso rage bait, il contenuto-esca pensato appositamente per farci arrabbiare, è la parola del 2025 per l’Oxford English Dictionary. E Cambridge ha scelto parasocial: quelle relazioni unilaterali “finte” che le persone instaurano con celebrità, influencer e chatbot. Ilaria ha vissuto questo “tradimento”. «Nel 2015 sono diventata social media manager. Ho imparato a usare i social come strumento di marketing. Ogni volta mi chiedevo: come posso dirlo in modo originale? Lo storytelling era studiato, una forzatura per celebrare me stessa, raccogliere consensi. E non mi piaceva» racconta. Ora posta una volta all’anno. «I social mi creavano frustrazione: vedere gli altri più belli, più ricchi, più cool mi faceva sentire in difetto. Percepivo uno scollamento tra vita virtuale e vita reale. Se non avessi avuto una coscienza critica data dall’età, l’effetto dei social sul mio cervello sarebbe stato devastante». Io, nata nel 2001, sto nel mezzo. Ho conosciuto i social già maturi, ma li ricordo anche diversi. Ogni volta che penso di postare, mi fermo e mi chiedo se ne valga la pena. La risposta, sempre più spesso, è no.

Zero post, cento repost: i nuovi diari digitali dei più giovani

E le nuove generazioni? Non condividono quasi più nulla. Matilde ha 15 anni e un profilo Instagram vuoto. Zero post. Qualche storia che sparisce. Tanti repost: video di altri che ri-condivide. Come i diari che facevamo da piccoli, assemblando ritagli per dare forma ai pensieri. «È un modo di esprimersi più nascosto, indiretto. Non devo trovare le parole, qualcuno le ha già scritte. Se uno guarda i tuoi repost, trova un po’ della tua identità. Ma non tutta, non al 100% vera». Matilde usa i social per passare il tempo. «Alcune volte su TikTok trovo risposte alle mie domande, mi dà sollievo. Altre volte mi sento influenzata». Le chiedo se qualcosa la spaventi. «L’esposizione a tante persone» risponde. «Per questo non commenterei mai alcun post. E prima di pubblicare, ci penso mille volte». Come molti suoi coetanei, ha un secondo profilo, seguito solo da amici stretti. «È più sicuro, c’è meno giudizio». L’esperta conferma: «Lo noto anche andando nelle scuole, c’è ansia da prestazione. Se posto, quanti like riceverò? E come mi commenteranno? Il repost probabilmente è un modo per dire qualcosa di sé agli altri senza dirlo».

Intelligenza artificiale e social: video generati dall’AI e assedio cognitivo

A questo quadro già complesso si aggiunge l’Intelligenza artificiale. Meta e OpenAI hanno annunciato nuove piattaforme che saranno riempite da video generati dall’AI, contenuti ultra-processati progettati per massimizzare il rilascio di dopamina con un valore informativo minimo. Una specie di junk food per il cervello. «Siamo sotto assedio cognitivo» dice Mazzini. «SORA 2 è il modello di OpenAI che genera video così realistici da riscrivere la storia. Può creare un discorso inedito di Martin Luther King o mostrare una versione alternativa della caduta del muro di Berlino. Non capiamo più se i contenuti sono veri o falsi». Penso a Ilaria e alla spontaneità dei “tempi d’oro”, a me che osservo soltanto, a Matilde che si esprime nascondendosi. Tre generazioni intrappolate nello stesso loop. Troveremo la forza di andarcene davvero?