Con l’estate alle spalle – nonostante le temperature ancora sopra le medie – le giornate diventano più corte e diminuisce la voglia di uscire. Ma per qualcuno alzarsi dal letto diventa una missione impossibile, tanto che si parla di clinomania. È un termine che indica proprio il desiderio di “rifugiarsi” tra le lenzuola, anche quando il dovere chiama. Non è semplice pigrizia e può diventare un disturbo psicologico da non sottovalutare. A quanto pare sta aumentando.

Cos’è la clinomania

La clinomania (o clinofilia o dynastia) è un termine che indica la fatica nel lasciare il letto (dal greco kliné, “letto”, e manía, che indica un comportamento difficile da controllare). È quel desiderio irrefrenabile di non alzarsi, che però non capita solo nei giorni di liberi, come alla domenica, quando stare più tempo sotto le lenzuola o le coperte è una sensazione difficile da abbandonare. La clinomania, in realtà, è la tendenza a trascorrere troppo tempo a letto, anche senza dormire, a causa della difficoltà al pensiero di affrontare la giornata. Una condizione nella quale il letto diventa un vero rifugio nei confronti della realtà esterna, tanto da pensarci anche quando si è al lavoro o a scuola.

Aumenta la clinomania

Secondo alcuni esperti il fenomeno sta aumentando, anche se non ci sono dati specifici. La concomitanza con l’inizio dell’autunno, però, può influire. «Va chiarito che la clinomania non è una diagnosi ufficiale, nei manuali diagnostici non c’è. È un’etichetta che descrive bene un’esperienza, cioè il bisogno di restare a letto non per dormire, ma per sottrarsi alla giornata», precisa Alessandro Calderoni, psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, fondatore e direttore del centro clinico Psymind e del servizio di sollievo rapido Relief. Il disturbo, infatti, non è riconosciuto ufficialmente nel DSM-5-TR (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). Nella quotidianità, però, può arrivare ad essere limitante nella socialità e nel lavoro.

Chi è più a rischio

Il ritorno in ufficio o a scuola prima e le giornate che si accorciano poi sono fattori che possono aumentare la sofferenza o favorire la comparsa della clinomania, specie in alcuni soggetti. «In autunno i dati sulla sensibilità stagionale indicano soprattutto le donne e i giovani adulti, più o meno tra i 18 e i 30 anni. Sono loro a risentire di più del calo di luce. Poi c’è chi lavora a turni, soprattutto di notte, perché ha già il ritmo sonno-veglia sotto pressione e un rischio di depressione più alto della media. Dalla mia esperienza clinica aggiungo che è più a rischio chi lavora da casa e passa intere giornate senza luce naturale e senza muoversi, e chi a settembre è rientrato in un lavoro o in un percorso di studio che vive come un peso», dice Calderoni.

Non è semplice pigrizia

A chiunque capita di dire “Non ho voglia di fare niente”, “Vorrei solo dormire” o “Oggi rimango a letto!”. Ma se questo tipo di pensieri diventa frequente e persino così forte da spingere realmente a non abbandonare il letto, allora non si è più in presenza di una semplice giornata “No”, di stanchezza o a volte di pigrizia. «Va fatta una distinzione – chiarisce lo psicoterapeuta – La pigrizia è una scelta e di solito ce la godiamo. Resto a letto la domenica mattina e sto bene. Nella clinomania il letto non dà piacere, dà sollievo, ed è una cosa diversa».

Una vera e propria fuga

Come spiega ancora Calderoni, nel caso della clinomania si cerca «un rifugio da qualcosa. Spesso c’è senso di colpa, l’ansia arriva prima ancora che la giornata cominci, e alzarsi non migliora le cose. Un criterio semplice per valutare di cosa si tratta potrebbe essere una domanda: se arriva una proposta che ti piace davvero, ti alzi? Davanti a un buon motivo è evidente che in genere la pigrizia cede. Con la clinomania questo non avviene, per il semplice motivo che colpisce proprio la motivazione e la capacità di provare piacere».

I campanelli d’allarme

Le differenze stanno anche nella persistenza della condizione: «Il primo segnale è la durata. Nella letteratura clinica il riferimento per un episodio depressivo è di due settimane. Quindi se per quindici giorni, quasi ogni giorno, alzarsi è una fatica enorme, se ho perso interesse per quello che di solito mi piace, se dormo troppo o male e mi sento senza valore, è il momento di parlarne con un professionista», spiega Calderoni. «Il secondo segnale è il prezzo che si comincia a pagare: salto il lavoro, non rispondo al telefono, mi isolo. Se poi compaiono pensieri di morte o l’idea di farsi del male, meglio non aspettare e chiedere aiuto subito. Consiglio anche un passaggio dal medico».

Sintomi a cui prestare attenzione (e da non confondere)

Secondo Calderoni, infatti, andrebbero esclusi altri potenziali motivi di malessere: per esempio, «possibili problemi alla tiroide, un’anemia o apnee notturne possono dare, infatti, un quadro molto simile, quindi vanno presi in considerazione. Prima di arrivare a un consulto medico, però, si può provare a intervenire su alcune abitudini quotidiane che possono fare la differenza. Per esempio, lasciare entrare la luce naturale appena svegli, quando non si è proprio in pieno inverno e fuori è ancora buio; oppure rispettare orari regolari; anche un po’ di movimento con attività fisica giornaliera può aiutare, così come un’alimentazione con pochi zuccheri e senza alcol».

Gli altri sintomi della clinomania

Come ricordano gli esperti, tra gli altri sintomi più comuni ci sono la sensazione di sollievo che si prova quando ci si sdraia a letto (e solo in questa condizione), come se ci si trovasse nell’unico posto “sicuro”; l’ansia al solo pensiero di doversi alzare e affrontare persone, incontri, impegni lavorativi, ecc.; irritabilità e persino aggressività nei confronti di chi – magari parenti o amici – esorta a uscire di casa; sonnolenza che porta a desiderare di rimanere a letto, anche se poi non si dorme; infine, senso di colpa e vergogna per il fatto stesso di non far fronte ai propri doveri e impegni, preferendo il rifugio del letto. Si tratta di fattori che, però, possono innescare un circuito vizioso da un punto di vista psicologico, con ansia crescente e potenziale depressione, fisico (dolori articolari, mal di testa e aumento di peso, e sociale con un progressivo isolamento. Da qui l’invito a «non disdire gli impegni con gli altri», conclude Calderoni, mantenendo la necessaria socializzazione.