Se per alcuni adulti si parla di “adultescenza”, per moltissimi ragazzi ormai cresce la definizione di “maxi adolescenza”: indica un’estensione del classico periodo vissuto dai teenagers, a cavallo tra l’infanzia e l’età adulta. Quegli anni nei quali non si lavora ancora, ma si studia e ci si prepara all’ingresso in una nuova fase della vita. Oggi, invece, pare che i ragazzi non solo vivano un’adolescenza prolungata, ma che non abbiano neppure tanta voglia di crescere.

Cos’è la maxi adolescenza dei nostri ragazzi

Secondo uno studio recente, condotto su 8 milioni di giovani, gli adolescenti oggi lavorano meno rispetto al passato (basti pensare ai lavoretti per racimolare i soldi per le uscite con gli amici o per le piccole spese quotidiane), escono di meno (cresce l’isolamento sociale, complici i social e il mondo del gaming online) e guidano persino di meno. Soprattutto negli Stati Uniti, infatti, dove la patente si può ottenere già a 16 anni, aumentano il numero di ragazzi e ragazze che preferisce farsi ancora accompagnare dai genitori o…semplicemente ricorrere a Uber.

Dov’è finita la voglia di diventare adulti?

Secondo gli osservatori, infatti, se un tempo l’adolescenza terminava a ridosso dei 18 anni, oggi si arriva addirittura ai 25, l’età in cui fino a qualche tempo fa si era già laureati e, spesso, si lavorava già. I cambiamenti sociali sono indubbi: proprio la maggior precarietà lavorativa influisce sul fenomeno, ma è questa l’unica spiegazione? «In realtà c’è anche una motivazione biologica: la cosiddetta late adolescence, la durata dell’adolescenza, è data anche dal momento in cui il cervello raggiunge il proprio funzionamento ottimale, con lo sviluppo completo del maggior numero di neuroni», spiega Marco Pandolfi, medico pediatra adolescentologo, con specializzazione in Medicina e Psicologia dell’Adolescenza.

Adolescenti a 25 anni

«Oggi, quindi, la durata dell’adolescenza si è estesa fino ai 25 anni, in alcuni casi anche a causa del consumo di sostanze stupefacenti. Studi che hanno utilizzato risonanze magnetiche, ad esempio, hanno mostrato come le droghe non consentano lo sviluppo regolare dei neuroni e questo limiti il raggiungimento della fase di maturità del cervello», spiega ancora Pandolfi, già direttore della struttura semplice di Medicina dell’adolescenza presso la Casa pediatrica dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano. Ma non si tratta dell’unica spiegazione: ad essere chiamata in causa, infatti, è anche la tecnologia.

Il ruolo dei social

Secondo molti osservatori, i social riducono le interazioni personali in presenza, così come il gaming online. Le sfide a distanza, davanti a uno schermo, con una consolle davanti e la propria sedia “professionale”, hanno trasformato quella che un tempo era una forma di gioco in un’attività più immersiva. È come se il mondo dei videogames avesse sostituito i confronti reali, trasformandoli in una parte importante della vita quotidiana, in grado di fornire più gratificazione, anche grazie alla dopamina che sono in grado di alimentare.

Giovani più gratificati dalla vita online

Gli adolescenti, quindi, sembrano ricevere più gratificazioni dalla vita online che non da quella in presenza. Secondo alcuni studi, infatti, il sistema di ricompensa trae più vantaggio dagli stimoli intensi e immediati, come quelli del gaming che fornisce feedback pressocché istantaneo. Il lavoro o lo studio, invece, non rappresentano più un traguardo a cui ambire, perché richiedono un investimento sul lungo periodo. Contemporaneamente, le conversazioni in presenza appaiono troppo impegnative (o noiose). Qualcuno parla di pigrizia, ma c’è chi attribuisce questo comportamento a un cambio fisiologico: la riduzione della corteccia prefrontale.

Non è semplice pigrizia

Alcune ricerche, infatti, hanno indagato proprio i cambiamenti biologici, osservando come certe attività favoriscano l’amigdala – la parte più antica e istintiva del cervello – rispetto alla corteccia prefrontale, deputata al pensiero elaborato, alla pianificazione e al controllo degli impulsi, che si sviluppa proprio nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. «Molti studi lo confermano – sottolinea Pandolfi – Chi gioca ai videogiochi o compra i “gratta e vinci” in modo compulsivo compie azioni che modificano il cervello, che è cambiato nel tempo anche per stimoli un tempo inesistenti e meno veloci: dalla tv a internet», fino all’AI.

Cambiamenti tra generazioni

«Purtroppo gli effetti di questi cambiamenti sono evidenti soprattutto per chi lavora con gli adolescenti. Alcuni disturbi sono cresciuti: quando abbiamo aperto l’ambulatorio per gli adolescenti al Fatebenefratelli avevamo 6 posti letti e le liste di attesa erano di un paio di mesi: oggi si è arrivati a oltre un anno – spiega Pandolfi – Le richieste sono numerose anche in altre strutture riabilitative psichiatriche per adolescenti. Si pagano gli effetti del Covid, dell’isolamento sociale, ma anche di un diverso rapporto dei giovani con le famiglie, che tendono ad assecondare la richiesta di ricompense immediate dei figli».

Ripensare al proprio ruolo di genitori

La stimolazione a cui è sottoposto oggi il cervello, alla ricerca di gratificazioni rapide ma che si esauriscono altrettanto rapidamente, alimentando un’ansia nell’inseguimento di nuove sollecitazioni, porta all’incapacità di una visione di lungo periodo e alla voglia di soddisfare un piacere immediato. Che si tratti di un motorino o di un videogioco nuovo, un reel o una storia Ig, tutto scorre troppo velocemente: «L’ideale sarebbe recuperare i ruoli di madri (“abbastanza buone”, non perfette) e di padri che invece sembrano troppo assenti: a loro è affidato il compito di educare e controllare, non come padri-padroni di un tempo, ma certamente presenti anche con il loro esempio», conclude Pandolfi.