Dimenticate i Kramer, archiviate i Roses. Il mondo è cambiato e anche i divorzi non sono più quelli di una volta. Certo, le guerre ci sono ancora – e sempre sanguinarie, a sentire gli avvocati di famiglia – ma accanto a queste si fa strada una sceneggiatura alternativa. Non più marito e moglie, non più compagni o innamorati, ma in qualche modo ancora dalla stessa parte della barricata. Happily ever after. E non solo perché genitori dello stesso figlio.
Slegare i fili che tengono insieme due vite, infatti, è una faccenda complessa, e Domenico Starnone lo ha raccontato benissimo in Lacci (Einaudi): ad annodarli sono forze uguali e contrarie – l’amore, certo, e i figli, ma anche i ricordi, l’abitudine, il bisogno di essere accuditi, il rancore, la dipendenza, l’insicurezza, il denaro, perfino l’idea che avevamo di noi stessi e del futuro. E scioglierli non rende automaticamente felici. Perché quando lasciamo qualcuno, lasciamo molto più di una persona. E non sempre, a quel di più, siamo disposti a rinunciare.
Come insegnano Gwyneth e Chris
Così, per chi ci riesce, la soluzione diventa un’altra: continuare a essere qualcosa, salvando quello che ha funzionato. Non più un taglio netto che separa il prima dal dopo, ma una linea sfumata. Conscious uncoupling. I primi a dare un nome a quel “qualcosa” sono stati Gwyneth Paltrow e Chris Martin nel 2014, annunciando al mondo dalle pagine del sito di lei, Goop, la fine del loro matrimonio: il titolo era appunto Conscious uncoupling, letteralmente “separazione consapevole” (anche se la traduzione non rende).
Spiegata così: «Continuiamo ad amarci profondamente, ma vivremo separati». La loro, dice Gwyneth, non è una rottura ma un processo. Non un addio, ma una riorganizzazione. Restano famiglia, restano genitori, restano in qualche modo alleati. Che fosse una definizione un po’ paracula e molto hollywoodiana, buona per chi non deve litigare per gli alimenti, è stato il pensiero di molti. Loro, però, hanno dato seguito ai proclami con una certa coerenza: case vicine per condividere meglio i figli Apple e Moses, vacanze insieme, un modello di famiglia allargata che col tempo ha fatto spazio anche ai nuovi partner.
Non serve essere celebrità per poter restare uniti
Per quanto sia difficile negare che un’attrice e una rockstar possano riuscirci più facilmente – anche se non è scontato, visto come è finita tra Angelina Jolie e Brad Pitt – l’idea che ci si possa lasciare senza distruggere tutto non è solo una fantasia da copione. Succede nelle vite comuni, sotto gli occhi di tutti. Ex che continuano a frequentarsi, famiglie che si allargano invece di sciogliersi, legami che resistono anche quando l’amore di prima non basta più.
E a volte succede anche senza teorie, senza parole nuove. Come nel caso di Demi Moore e Bruce Willis, che dopo il divorzio hanno continuato a essere una famiglia, includendo nel tempo anche Emma Heming Willis, la nuova moglie di lui. Durante la malattia dell’attore, questa configurazione è diventata evidente: nessuna etichetta, nessun modello. Solo un legame che ha trovato da sé un altro modo di esistere. E i numeri raccontano che non si tratta di eccezioni. Secondo i dati più recenti dell’Istituto Nazionale di Statistica, in Italia oltre il 65% delle separazioni coinvolge figli minorenni e, nel tempo, è diventato prevalente l’affidamento condiviso, segno che la relazione genitoriale continua anche quando quella di coppia si interrompe.
Conscious uncoupling, gli esempi aumentano sempre di più
Non solo: nelle grandi città si diffondono forme di co-genitorialità attiva, con contatti frequenti tra ex partner, gestione comune dei figli, momenti condivisi che vanno oltre gli accordi legali. «Dopo una separazione ci sono molte coppie che rimangono unite, legate su un piano diverso» spiega Laura Pigozzi, psicologa e psicoanalista, autrice di diversi libri sul tema tra cui Amori Tossici e Troppa famiglia fa male (Rizzoli). «Perché nel legame non c’è solo l’amore: ci sono anche bisogno, dipendenza, abitudine all’altro». A volte, dice, ci si separa da una persona, ma non si riesce a separarsi dal posto che quella persona occupava dentro di noi.
Come Anna, separata da tre anni, che ha un nuovo compagno ma quando ha un problema di lavoro l’unico con cui parla è il suo ex marito, perché tra loro è andata sempre così. E come Marco, 49 anni, due figli, che vive a dieci minuti da casa dell’ex moglie: «Non facciamo più coppia, ma continuiamo a sentirci tutti i giorni. Se devo prendere una decisione importante, la prima persona che chiamo è lei. Non perché voglia tornare indietro, ma perché è l’unica che mi conosce davvero. Il problema è che questo spazio che occupa nella mia vita non so dove metterlo. Non è amore, ma non è neanche finita».
Lasciarsi senza perdersi può anche fare bene
«Se per me eri una fonte di sicurezza, anche identitaria, caratteriale, forse non sono del tutto disposta a rinunciare a questo aspetto del rapporto» continua a spiegare la dottoressa Pigozzi. Indipendentemente dai figli. Certo, i figli sono un elemento che tiene uniti, ma spesso funzionano anche da ponte per mantenere un altro vincolo, più profondo, che non si riesce a sciogliere. A volte sono un alibi per non chiudere davvero un legame. Così si resta genitori insieme, il che è una cosa positiva, ma, sotto traccia, si resta anche qualcos’altro». In fondo, che i legami non finiscano davvero non è una scoperta recente.
Molto prima che avessero un nome, esistevano già. La storia di Elizabeth Taylor e Richard Burton — due matrimoni, due divorzi, un legame mai del tutto chiuso — ne è forse la versione più celebre: non una famiglia allargata nel senso di oggi, ma l’esempio perfetto di un amore che non riesce a trasformarsi in distanza. La differenza è che allora quel legame restava senza definizione. Oggi, invece, ha trovato una grammatica nuova: si può lasciare la coppia senza lasciare tutto il resto.
L’importanza di mantenere un equilibrio sano
Tenere insieme tutto, però, richiede un equilibrio sottile, e soprattutto confini chiari. La narrazione della famiglia perfetta dopo la separazione sembra un modello evoluto che rassicura, ma nasconde un rischio: che questo nuovo modo di stare insieme diventi una zona ambigua. «Ci sono situazioni in cui la separazione non avviene mai davvero» aggiunge la psicoanalista. «Penso a coppie che si separano ma continuano a vivere in una prossimità costante, con spazi condivisi, giardini comuni, quotidianità intrecciate, feste comandate insieme che sono uno degli inganni peggiori che si possano fare ai figli. In questi casi diventa difficile costruire un’altra vita, perché si viene continuamente riassorbiti nella storia passata. In sintesi, ci sono coppie che si separano formal- mente, ma il loro legame resta quasi intatto».
Restare in famiglia, in questi casi, può diventare un modo per non affrontare davvero la separazione. E soprattutto può avere un effetto collaterale: non lasciare spazio ad altri legami, ad altre figure, ad altre possibilità di relazione, sia per gli adulti sia per i figli stessi. «Le nuove relazioni spesso stanno strette. Perché uno dei posti affettivi, ma anche simbolici, è già occupato. Il legame precedente è stato un luogo in cui due persone si sono riconosciute profondamente. Se quel legame non si scioglie, la nuova presenza non può entrare davvero. Resta il fatto che si è sempre in tre. E questo, nei diversi gradi, fa soffrire tutti».
Cosa siamo disposti a perdere, quando ci lasciamo?
Senza dimenticare i casi in cui si resta, anche dopo la separazione, una famiglia disfunzionale. Con i suoi rancori e i suoi dolori, anche a distanza di anni, quando magari esistono nuove vite ma, in qualche modo, si torna sempre lì. È successo, in forme diverse, anche a Romina Power e Al Bano o, più di recente, a Francesco Totti e Ilary Blasi: storie che non si chiudono davvero, ma cambiano tono, attraversando fasi diverse senza trovare una vera distanza.
«A volte capita anche che il legame si incisti e si trasformi in qualcosa di granitico, che non si sposta più» conclude Pigozzi. «L’altro può restare nella tua vita per anni, anche per decenni, come un pungolo. In certi casi come un sassolino nella scarpa, in altri come una pietra legata alla caviglia. Nelle situazioni più estreme, anche l’odio può legare più dell’amore». E allora forse la domanda non è più se ci si può lasciare bene. Ma che cosa, di quel legame, siamo davvero disposti a perdere. Perché queste famiglie che si trasformano e resistono alla separazione, sono forse la versione contemporanea di un vecchio giuramento: un “finché morte non ci separi” che non passa più dalla coppia, ma dal legame che resta.
La storia di Paola, 42 anni
«Quando io e Antonio diciamo che siamo “in buoni rapporti”, la gente pensa subito che tra noi si sia verificato una specie di miracolo. In realtà è più complicato di così. Io e il mio ex marito abbiamo tre figli, quindi uscire dalla vita dell’altro non era un’opzione. All’inizio abbiamo fatto tutto insieme: Natale, vacanze, persino qualche domenica a pranzo. Era una scelta consapevole, ci dicevamo. Poi mi sono resa conto che non era solamente per loro. Era anche perché non sapevo dove mettermi senza quell’abitudine lì: sentivo il vuoto. E invece così avevo solo il bello, senza tutta la tensione e le discussioni di prima. Poi un giorno mio figlio più grande mi ha detto: “Ma quindi siete ancora insieme o no?”. Non capiva. E neanche noi, a dire la verità. Così abbiamo deciso di rallentare. Adesso funziona meglio. Ci vediamo, parliamo, ci coordiniamo. Ma ognuno ha la sua vita. Non facciamo più la famiglia “in scena”. È meno rassicurante, ma forse più giusto».
La storia di Viviana, 38 anni
«Litigare con Gianluca era impossibile. Ma anche viverci insieme. Succube di sua madre, mai davvero indipendente: eravamo sempre in tre, anche quando eravamo solo noi due. E a un certo punto non ho più retto. Nonostante i bambini piccoli, ho chiuso la nostra storia. Poi, certo, so che posso contare su di lui. Economicamente e non solo. È un uomo paziente, un imprenditore capace, e adesso che sto cercando di aprire la mia agenzia di comunicazione, il primo a cui ho chiesto aiuto è stato lui. So che dovrei farcela da sola, ma non ci riesco. O forse non del tutto. Per il resto, ognuno ha la sua vita. Io ho provato a ricominciare e anche lui ha una relazione. So che è giusto, ma un po’ di fastidio lo provo. Quando hai passato dieci anni con un uomo, anche se è finita, qualcosa di lui resta tuo. Però cerco di non pensarci: sono contenta della mia vita di oggi, non tornerei indietro. Credo di avere tutto. E anche la versione migliore di lui. Finalmente senza sua madre».
La storia di Francesco, 67 anni
«Io e Luisa ci siamo lasciati tardi, dopo più di trent’anni insieme. Nostra figlia era già grande, quindi almeno quella parte lì era più semplice. Quello che non avevamo previsto è che non saremmo riusciti a separarci davvero. Non viviamo più insieme, ma siamo ancora molto presenti l’uno per l’altra. Se lei ha bisogno, io ci sono. Se sto male, lei è la prima a saperlo. Abbiamo passato troppo tempo insieme perché quella cosa sparisca da un giorno all’altro. A volte penso che siamo più “famiglia” adesso di quando eravamo sposati. Solo senza le aspettative, senza le discussioni. Io ho qualche relazione, lei credo di no. Esce con le amiche, viaggia spesso. Condividiamo ancora le case delle vacanze, alternandoci con nostra figlia. E facciamo i nonni per il nostro nipotino, qualche volta anche insieme. Anzi, quando il bambino è da lei, vado anche io. Pensavo che saremmo invecchiati uno accanto all’altro. E in un certo senso sta succedendo comunque. Solo in un modo che non avevo previsto».
La storia di Allegra, 50 anni
«Io e Guglielmo ci siamo separati dopo quindici anni di matrimonio e due figlie. Una ragione vera non c’è: semplicemente qualcosa si era esaurito. Lui aveva lavorato all’estero per un po’ e quando è tornato la sua presenza mi stava stretta. Non litigavamo nemmeno, ed è forse questo che mi ha fatto capire che era finita. Non ho mai smesso di volergli bene e di pensare che sia un papà meraviglioso. Quando ci siamo separati, ha cercato casa nella mia stessa strada. Per le ragazze è stato perfetto: vanno e vengono, non hanno mai davvero perso niente. Anche Natale, all’inizio, lo abbiamo festeggiato insieme. Io però nel frattempo mi sono rifatta una vita, ho un compagno che vive con me. Guglielmo no, almeno non ufficialmente. E a volte mi chiedo se non sia anche per questa vicinanza con noi. Vorrei che anche lui andasse avanti: mi piacerebbe che avesse una compagna e magari uscire a cena in quattro. O forse no. Dopotutto abbiamo trovato un equilibrio. E ho paura che cambiandolo si rompa qualcosa».