Il New York Times l’ha definita l’ultima frontiera dell’espressione digitale della coppia: è la scelta di geolocalizzarsi a vicenda. Esistono svariate soluzioni semplici e gratuite per centrare l’obiettivo tramite app. Ma se ti servono i dettagli tecnici, non sei nel posto giusto. Ti suggeriamo, piuttosto, di proporre il tema durante la prima cena tra amici che stenta a decollare: trattasi di argomento discretamente esplosivo.
Geolocalizzare il partner è come un superpotere
Per alcuni la geolocalizzazione tra partner è un’abitudine comoda, e stop. «Non abbiamo niente da nascondere» sostengono certe coppie. Per altre, è una violazione – dal fastidioso all’insopportabile – della propria sfera privata. «Poter seguire il nostro partner in ogni momento della sua giornata, ovunque vada, in tempo reale: è una specie di superpotere e, come tale, va utilizzato in modo responsabile» spiega Betty Sala, counselor sistemico relazionale.
E se fosse solo un aiuto nella vita quotidiana?
C’è chi considera la geolocalizzazione un gesto pratico tra i tanti finalizzati a prendersi cura dell’altro. «In questi casi la condivisione della posizione viene vissuta con serenità, come una premura da usare solo quando occorre» spiega Betty Sala. «Molti la attivano di rado, magari quando non sono riusciti a mettersi in contatto con il compagno con telefonate e messaggi, e iniziano a preoccuparsi. Altri la trovano comoda per gestire piccoli aspetti della vita quotidiana: sapere se il partner sta per rientrare per calcolare i tempi della cena, o assicurarsi che sia arrivato a destinazione, soprattutto di sera». Fondamentale, però, è che il controllo sia sempre reciproco e consapevole.
Quando geolocalizzare il partner diventa ossessione
La geolocalizzazione può trasformarsi in qualcosa di molto lontano da un gesto di cura. «Quando uno dei due monitora costantemente l’altro, siamo fuori dal terreno della fiducia e dentro quello del sospetto e delle dinamiche disfunzionali» osserva la counselor. Qui, la condivisione della posizione non rassicura, ma alimenta insicurezze, gelosie, meccanismi tossici. «Come spesso accade, non è lo strumento a essere sbagliato o pericoloso, ma lo scopo per cui viene usato: capita sporadicamente, per motivi pratici? O è un’abitudine frequente, dettata dal bisogno di controllo?». È ovvio che nel secondo caso c’è un problema di fondo da affrontare. «Personalmente non potrei mai stare con una persona che sente l’esigenza di tenermi d’occhio, e consiglio di evitare rapporti del genere». Rivendicando il sacrosanto diritto di proteggere la propria privacy, sempre.
Salvaguardare la privacy è sempre un tuo diritto
La tua è una coppia solida e felice? È comunque del tutto legittimo che tu non voglia condividere ogni pensiero e ogni aspetto della tua vita. Non per nascondere, ma per preservare te stessa e, al tempo stesso, la tenuta del rapporto. «Salvaguardare la propria autonomia non significa amare di meno. E decidere che non ci piace far conoscere in tempo reale la nostra posizione non è un segnale che deve allarmare l’altro, ma un nostro diritto» afferma Sala. C’è chi pensa che geolocalizzarsi a vicenda sia una prova del nove della forza del legame. «Ma davvero la serietà di una relazione si misura così? Essere una coppia non vuol dire fondersi e perdere i propri confini. Oggi vado a prendere un gelato da sola senza dirtelo: e allora? La fiducia non si costruisce sul sapere dove ti trovi e cosa fai in ogni istante, ma sul riconoscere che sei prima di tutto una persona autonoma, che sceglie liberamente di vivere un rapporto di coppia».
Geolocalizzare il partner non cancella la paura dell’ignoto
A volte l’abitudine a geolocalizzare il partner nasce da una forte ansia, simile a quella che porta alcuni genitori a controllare costantemente dove si trovano i figli. «La verità è che la vita dell’altro – che sia un adolescente o il proprio compagno – è comunque, inevitabilmente, fuori dal nostro controllo» osserva la counselor. «Nessuna app potrà mai cambiare questa realtà: può far paura, ma va accettata, non esistono alternative».
Mai confondere amore e controllo
Un recente sondaggio australiano ha rivelato che quasi un giovane su cinque, tra i 18 e i 24 anni, considera del tutto legittimo tracciare il partner. «E questo la dice lunga, più ancora che sulla geolocalizzazione, sull’idea di relazione che tende a circolare tra le nuove generazioni» dice Sala. «Non conosciamo nel dettaglio il livello di educazione affettiva in Australia, ma è chiaro che, se il controllo viene confuso con la cura, qualcosa non torna. L’amore inteso come “tu sei mio” ha a che fare con una visione patriarcale, a senso unico, più spesso imposta da lui e accettata da lei. Forse il punto prioritario non è tanto decidere se geolocalizzarsi o meno, quanto imparare, fin da giovani, che l’amore si fonda su libertà e reciprocità. E soprattutto sulla parola chiave “rispetto”».