C’è chi dice che gli anziani si sentano isole, lontani e staccati dalla terraferma dove stanno tutti gli altri. Ma a me sembrano atolli. Sono lì da vedere, difficili da abitare. Sono un’isola con un buco in mezzo, una laguna difficile da vivere, certo, ma tutta da scoprire. Un cerchio imperfetto, un puntino che parte storto ma non si perde come una tangente. Piuttosto si curva, si chiude lentamente come un abbraccio e ridefinisce uno spazio dentro il quale si forma e vive un altro ecosistema, più unico che raro.
Ogni genitore pensa di essere migliore di quello che ha avuto
Di quell’ecosistema faremo parte anche noi, presto. Noi che stiamo vedendo i nostri genitori invecchiare, noi che stiamo invecchiando pure noi. Noi che, tutti, abbiamo avuto una persona che ci ha tenuto in braccio nei nostri anni più dolci. Che a modo suo ci ha amato. Per come poteva, per gli strumenti che aveva, quelli che a sua volta aveva ricevuto dalla generazione precedente. E poi da quella prima. Un testimone passato di mano in mano, scontato ma a volte scottante.
Noi, che ci immaginiamo quali errori dei genitori evitare
Ma ciascuno, anche il peggior genitore, ha sempre pensato in cuor suo di essere il migliore e avrà affinato i suoi modi, i suoi approcci, magari solo le intenzioni, cercando di superare gli errori dei suoi, di genitori. E così via, in una catena del tutto naturale che si ripete all’infinito e che oggi vede noi, invecchiati, con i nostri genitori alla fine dei loro giorni, mentre cerchiamo di immaginarci come saremo al posto loro, quali errori vorremo evitare, quali comportamenti metteremo in campo.
La negazione dell’invecchiare
Ma che presunzione, la nostra, se oggi ci risulta difficile perfino solo pensarci, alla vecchiaia. Perché la negazione dell’invecchiare permea le esistenze di tutti noi e, nel grande inganno della longevità, sbandierata dal marketing, ci siamo bevuti l’illusione che noi no, non invecchieremo mai. E invece lo faremo, e anche peggio di loro, se non accetteremo di invecchiare. «Accettare il tempo che passa – dice la psicoterapeuta Ilaria Consolo – vuol dire assumersi una responsabilità verso se stessi, che porta a sviluppare uno sguardo più clemente e meno giudicante. Uno sguardo capace anche di riconoscere i cambiamenti, senza fingere che non stiano accadendo».
Negare l’invecchiamento vuol dire evitare ciò che lo rende evidente: la prevenzione, gli esami medici, l’ascolto del corpo. Tutte mancanze verso noi stessi che finirebbero inevitabilmente per ricadere su chi resta, i figli.
L’abbandono della mente
Il corpo ci chiama perché è il primo tra i segnali del tempo che passa. Impossibile ignorarlo. Solo che un tempo era solo quello: un corpo. Uno strumento che i nostri vecchi hanno bistrattato e trascurato, ma che per noi – ora lo sappiamo – rappresenta invece la porta d’accesso a un benessere globale, fisico e mentale. «Non solo fare movimento, ma anche tenere allenata la mente è importante per restare in ascolto di se stessi, per cogliere i segnali dei cambiamenti e affrontarli» dice la dottoressa. «Leggere, fare le parole crociate, camminare tutti i giorni, sono buone pratiche di salute che dal corpo passano alla mente, e viceversa».
La resistenza alla tecnologia
E poi c’è l’altra negazione: quella della tecnologia. Quella che ci frena oggi dall’impararare a usare l’AI, che è la stessa che ha bloccato i nostri genitori dall’usare lo smartphone. Da dove nasce? «Più che una semplice difficoltà pratica – spiega la psicoterapeuta – di fronte alle rivoluzioni repentine come quelle portate dalla tecnologia, c’è in gioco qualcosa di più profondo: la paura di sentirsi incompetenti, fuori dal mondo, non più al passo. Per una persona che invecchia, il rischio non è non saper usare la tecnologia, quanto piuttosto iniziare a ritrarsi rispetto a tutto ciò che è nuovo, evitando quello che mette in discussione il nostro senso di adeguatezza. Quindi la sfida non è restare aggiornati a tutti i costi ma mantenere una posizione interna di curiosità, il desiderio di apprendere anche quando ci sentiremo inevitabilmente un passo indietro».
Il restringimento degli orizzonti
E quand’è che ci sentiamo un passo indietro? Comincia tutto pian piano, sicuramente. Perché, quando pensiamo all’invecchiamento, spesso immaginiamo dei cambiamenti fisici evidenti, quelli indotti dalla forza di gravità che spinge tutto più in basso. In realtà, una parte fondamentale di questo processo riguarda aspetti molto più profondi, psicologici, che hanno a che fare col modo in cui ci relazioniamo al cambiamento, a noi stessi, agli altri. «Comincia con il restringimento degli orizzonti ma è un processo graduale, fatto di piccoli ritiri, meno scambi, meno occasioni» dice la dottoressa Consolo.
Lo vedo già adesso: aumenta la stanchezza, cala l’energia. La voglia. E questo porta a chiudersi. Quando è successo ai nostri genitori? Sicuramente con la morte di uno di loro. Il processo, però, è diverso se la vedovanza colpisce l’uomo o la donna. Molte vedove, come leggo da uno studio giapponese e da un altro dell’Università di Padova, superato un primo momento di grave infelicità, nel tempo recuperano. E conquistano un benessere perfino maggiore di prima, quando il marito c’era.
La fatica di presenziare
Noi donne dunque saremmo portate a coltivare relazioni e gioie anche una volta rimaste da sole. Una sorte di dote innata, naturale, che porterebbe tutte noi a nutrire anche in vecchiaia una rete di amicizie e affetti. Per alcune di noi, però, può essere una fatica e non per forza un piacere. «La sfida è restare aperti anche se non se ne ha voglia» dice la dottoressa. «Continuare a coltivare relazioni e interessi come forma di cura verso se stessi».
La rigidità mentale
Tutto ciò ha a che fare anche con la rigidità mentale: invecchiare vuol dire spesso alzare barriere, consolidare pregiudizi e chiudersi a ciò che è diverso, che finisce per sembrare sbagliato. Ma quando inizia ad accadere? Non c’è un momento in cui te ne accorgi: è già accaduto. La porta si è chiusa e tutto finisce per sembrarci un attacco al nostro microcosmo, l’ecosistema in cui ci siamo rinchiusi. «In realtà – ci conforta la dottoressa – con l’età aumenta il bisogno di controllo e quindi la difficoltà ad accogliere il cambiamento. Ma è solo una forma di difesa e l’espressione della paura verso un mondo che cambia rapidamente». Basterebbe capirlo adesso, sarebbe già tanto.
La difficoltà di farsi aiutare
E poi, di rigidità in rigidità, arriva il rifiuto a farsi aiutare, che è un altro modo per negare l’invecchiamento. «Chi invecchia cerca di preservare a tutti i costi la propria autonomia anche quando le condizioni fisiche o psicologiche non lo permettono più» dice la dottoressa Consolo. «Accettare il supporto dei figli o di altre figure in realtà non significa perdere valore o indipendenza ma riconoscere un limite e prendersi cura di sé in modo diverso. È anche questa è una forma di adattamento, e non una sconfitta».
Farsi aiutare dai figli?
Alcuni sostengono che i figli non devono nulla ai genitori perché, in fondo, non hanno chiesto loro di nascere. Ragionamento matematico, se non fosse che le nostre vite non sono un’equazione, ma un impasto spesso casuale di accidenti, sentimenti, traumi, incontri, come giustamente sottolinea la psicoterapeuta: «Questo assioma rischia di semplificare la complessità delle relazioni. I legami familiari non si fondano su debiti da saldare ma su una storia condivisa, un intreccio di affetti e di responsabilità emotive. Prendersi cura di un genitore non è un obbligo imposto ma una possibilità che proviene dalla relazione stessa. La cura è una scelta».