Noi guardavamo solo lo spogliarello di Kim Basinger, ma Nove settimane e mezzo ci mostrò quello che ai tempi non capivamo: una relazione tossica. Ce l’avevamo davanti agli occhi eppure a noi quella storia tra John Gray (Mickey Rourke) e la gallerista Elizabeth McGraw (Kim Basinger) sembrava una storia di passione travolgente, un inno alla liberazione sessuale e al desiderio. Per questo ne parlammo così tanto.

John Gray non è un uomo affascinante ma un manipolatore
Il film di Adrian Lyne uscì nel febbraio del 1986, quest’anno insomma ha compiuto 40 anni. E li dimostra tutti. Negli anni Ottanta John Gray, il classico yuppie, divenne un sex symbol mondiale, l’incarnazione dell’uomo misterioso e affascinante a cui era impossibile resistere. Oggi scapperemmo tutte a gambe levate (quelle di noi che si sono fatte un po’ di psicoterapia e hanno letto qualche libro), riconoscendo in lui solo un abile manipolatore, bravo nei giochini di potere.
L’ambientazione influenza le dinamiche di controllo
John sarà anche un amante appassionato, ma è un predatore psicologico che introduce un’ingenua e dolce Elizabeth (non a caso vestita di bombetta e munita di palloncini colorati come una bambina al parco) a una spirale di sottomissione.

La stessa scenografia del loft newyorkese del manager, oggi tanto apprezzata, diventa uno strumento narrativo per raccontare le dinamiche di attrazione e controllo. Sale minimali, superfici neutre e un particolare utilizzo della luce naturale, sono precise scelte di design visivo per raccontare l’attrazione e, soprattutto, il controllo psicologico che John esercita su Elizabeth. L’appartamento-fabbrica di pianoforti di John, con una spettacolare vista a 360 gradi sulla città, dissolve i confini tra l’intimità privata della coppia e l’ambiente esterno. Alla fine, si rivela per essere una prigione dorata dove la vulnerabilità e le gerarchie di potere tra i due vengono portate all’estremo.
Il libro da cui è tratto il fim
Il film è tratto da un testo di memorie semi-autobiografiche piene di dolore, pubblicato nel 1978 dalla scrittrice Ingeborg Day sotto lo pseudonimo di Elizabeth McNeill. Il romanzo è molto più cupo del film ma quella cupezza si riflette nella pellicola attraverso il racconto non di una storia d’amore, non di una passione romantica, ma di un rapporto in cui l’uomo introduce la donna a una spirale di manipolazione e tensione psicologica, sempre al limite tra seduzione, vulnerabilità emotiva e dinamiche di potere. Con una donna che cerca di essere se stessa, e un uomo che vuole plasmarla secondo il più classico dei cliché.

La tossicità dietro la macchina da presa
In un inquietante parallelismo tra realtà e finzione, l’elemento di sofferenza psicologica e sottomissione presente nel libro è stato riprodotto anche durante le riprese, nelle regole stesse del set, tollerate (e persino celebrate) nel nome della “ricerca artistica”. Per Kim Basinger l’esperienza fu letteralmente traumatica. Oggi un ambiente di lavoro del genere solleverebbe cause legali e polemiche indignate, ma nel 1986 le tattiche del regista Adrian Lyne erano viste come colpi di genio autoriale.
Lyne isolò di proposito i due attori fuori dal set per “incrinare psicologicamente” la Basinger, rendendola fragile in modo che la sua reale sofferenza venisse catturata dalla telecamera. La costrinse a girare scene esplicite senza che lei ne conoscesse la piega in anticipo e, nel momento forse più emblematico di questa tossicità reale e tangibile, ordinò a Mickey Rourke di schiaffeggiare realmente l’attrice durante una scena.
Una nuova lente per guardare il film
A quarant’anni di distanza, Nove settimane e mezzo può anche continuare a catturarci, ma la nostra chiave di lettura è maturata. Abbiamo smesso di sognare di essere Elizabeth. Abbiamo imparato a riconoscere i John Gray della vita reale. E, guardando indietro, ci rendiamo conto che il vero capolavoro di Adrian Lyne non fu tanto filmare il desiderio, ma documentare chirurgicamente l’ossessione, decenni prima che imparassimo a difenderci da essa.