Un gatto può cambiare la vita? E la sua morte può avere la stessa forza dirompente della perdita di un essere umano? Da queste domande nasce Bestiola, terzo romanzo di Jonathan Bazzi, scritto dopo la morte di Mirtilla, la gatta con cui ha condiviso 16 anni di vita. Ma definirlo un libro sugli animali sarebbe riduttivo.
Attraverso Mirtilla e il fratello Purè, Bazzi interroga le gerarchie degli affetti e delle specie, chiedendosi che cosa significhino famiglia, amore, cura. Intorno al nucleo centrale si allarga un racconto che attraversa corpo, paura della morte, neurodivergenza, precarietà e questione di classe, in una narrazione che procede “a cerchi concentrici” e cerca, per l’ennesima volta, una ragione per esistere. E resistere.
Jonathan Bazzi: il lutto per la gatta Mirtilla
Dopo quattro anni cosa ti ha riportato alla scrittura?
«Dopo i risultati eccezionali di Febbre, Corpi minori ha avuto una curva diversa. Il primo memoir aveva una componente autobiografica forte, parlavo della mia sieropositività, era entrato nel cuore dei lettori. Con il terzo libro sentivo di giocarmi tutto, e temporeggiavo. Poi è arrivato il lutto per Mirtilla e a quel punto rimettermi a scrivere è stata una reazione vitale alla sua morte».
Lo definisci “lutto clandestino”…
«Sul lutto c’è una tendenza a occultare la sofferenza, nel caso degli animali di più. Chi soffre è condizionato dal giudizio, teme di essere considerato strano. C’è una certa sensibilità quando articoli o video su animali maltrattati diventano virali, ma questa reazione non diventa una consapevolezza più ampia, politica. Per me collegare la perdita dei miei gatti all’antispecismo è stato un percorso personale profondo. Con loro si era creato un incastro affettivo che ha allargato la mia prospettiva sul rapporto tra umani e animali».

Scrivi che prenderti cura di loro ha cambiato le tue priorità.
«Sì, è stata una liberazione dalla prigione dell’io. Ero concentrato solo sul mio tentativo di entrare nel mondo culturale, cosa non semplice venendo da condizioni sociali ed economiche svantaggiate. Il rapporto con loro mi ha liberato dalle paranoie narcisistiche e mi ha portato a pensare profondamente ai problemi degli animali, ai quali può essere fatto di tutto, perché non possono difendersi. Quando li ho persi, ho sentito di essere chiamato a parlare anche degli esseri viventi che “sentono” come noi, ma non hanno voce».
Jonathan Bazzi: perchè gli animali sono famiglia
Dici che tu, Madalin (il tuo compagno Marius), Mirtilla e Purè eravate una famiglia. Bestiola è un libro politico?
«I libri sugli animali sono considerati opere “minori”, ma non mi riconosco in quest’idea. Nella famiglia che mi sono scelto il rapporto con loro è centrale, per questo Bestiola è un libro politico: nella centralità del mio rapporto con loro c’è la mia forma di militanza. Nel romanzo parlo poi della nostra impossibilità ad avere figli: siamo un Paese in cui il limite biologico delle coppie omogenitoriali sembra una sorta di garanzia morale. Io rivendico che ogni famiglia, umana o multispecie, abbia una dignità, reale e narrativa».
Quanto denaro e classe sociale decidono ancora cosa possiamo diventare?
«Il mio battesimo esistenziale è stato il rapporto tra ciò che desideravo e ciò che mi era possibile ottenere. Vengo dal più grande agglomerato di case popolari del Nord Italia, Rozzano, un contesto segnato da indigenza e marginalità. Ho capito presto che la scala dei valori è condizionata dalla classe sociale. Rispetto al mio desiderio di entrare nel mondo della cultura ha raggiunto obiettivi importanti, ma la sensazione è che quel salto dalla periferia al centro non sia mai riuscito a toccare veramente terra».
Jonathan Bazzi: tra invidia, yoga e fragilità, alla ricerca di sè
Confessi l’invidia per i successi altrui, il bisogno di conferme.
«Penso che una delle cause dell’invidia sociale sia la tossicità prodotta dall’esposizione quotidiana ai successi degli altri e il modo in cui si innesta sulle proprie tendenze narcisistiche. L’organizzazione narcisistica della personalità non è limitata al rapporto di coppia, le mie ferite riguardano soprattutto l’identità, prima a scuola e poi nel lavoro: il bisogno di validazione e stima, l’incapacità di mantenere fermo un sentimento di autostima. Nella società trasformata dai social molti sentimenti sono passati dall’indicibilità alla verbalizzazione, ma invidia, gelosia e competizione restano difficili da ammettere».
Nel libro il corpo sembra “sapere” prima della coscienza.
«È una consapevolezza acquisita anche in vent’anni di yoga. Mi ha permesso di capire che i nostri corpi sono pieni di segreti e ricordi: che certe esperienze non abbiano parole non significa che non siano determinanti e poi possano manifestarsi attraverso il corpo. Io vivo molto nella testa ma a volte il corpo prende il sopravvento: è l’irruzione di qualcosa che sta sotto, si accumula sul piano somatico e viscerale e viene fuori con una forza superiore alla razionalità».
Parli anche di neurodivergenza e diagnosi di ADHD.
«Il dubbio mi è venuto leggendo sui social sintomi e comportamenti del disturbo da deficit dell’attenzione, in cui mi sono riconosciuto. Ho ricevuto la diagnosi di ADHD solo quattro anni fa e da allora assumo un farmaco che ha migliorato diversi aspetti della quotidianità. È la prima volta che ne parlo, cerco di affrontare la questione con misura, evitando di alimentare la tendenza a etichettare o minimizzare. Anche il rapporto con la scrittura è cambiato: la struttura narrativa di Bestiola asseconda il mio “funzionamento”. Non è lineare, ma con una pluralità di temi e un pensiero “arborescente”, più nelle mie corde».
Jonathan Bazzi: la cura che cambia la vita
Scrivi che Mirtilla e Purè sono stati un contro-incantesimo
«Sì, mi hanno protetto da me stesso, dalla mia parte bisognosa di conferme continue. Attraverso il contatto e la cura, mi hanno permesso di non assecondare i diktat della società performante che mi circonda, e anche di scongelare una tenerezza che avevo dovuto mettere a tacere fin dall’infanzia. Mi domando sempre: perché non riconoscere il senso di profonda dignità di quelle che Anna Maria Ortese chiamava le “piccole persone”?».
Cos’altro hai scoperto di te?
«La mia insuperabile capacità di commuovermi quando parlo di loro. Sono stato costretto a rivedere l’idea di me come persona che si commuove difficilmente. Il timore di diventare patetico è stato uno dei motori del libro: sulla pagina posso parlare della mia “pelle esposta” senza sentirmi troppo esposto».
Cos’è cambiato nella relazione con Marius?
«Il paradigma dominante tende a minimizzare il ruolo degli animali, ma in realtà la loro perdita ha prodotto un cambiamento forte in famiglia. Mirtilla e Purè avevano personalità diverse, ciascuno occupava un ruolo nell’assetto domestico, condizionando la nostra vita – dai viaggi, alle loro abitudini alimentari, alle cure – quindi la casa si è spenta. Siamo rimasti uniti, ma è finito un ciclo. Per fortuna abbiamo trovato una nuova casa e abbiamo intenzione di accogliere altri animali nella nostra vita».