Sospetti da sempre che le donne soffrano fisicamente più degli uomini? Hai sempre avuto ragione: il cosiddetto gender pain gap esiste davvero e una nuova ricerca lo conferma. Si tratta della diversa intensità che noi proviamo soprattutto in presenza di alcuni dolori, come mal di testa, male all’addome e al viso. Il picco si registrerebbe nella popolazione femminile prima dei 55 anni. Proprio quando le donne, occupatissime nella cura della famiglia e nel lavoro, tendono spesso a trascurare i segnali del corpo.
Il gender pain gap è realtà
Secondo lo studio, condotto su oltre 6 milioni di persone in 118 Paesi, seguite per 35 anni, le donne soffrono di più a livello fisico. La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature Medicine, ha cercato di analizzare i livelli di dolore percepiti (dunque non misurabili oggettivamente) riferiti nello specifico a 11 zone del corpo: testa, volto, collo o spalle, piedi o caviglie, mani o polsi, gomito, petto, schiena, stomaco o pancia, ginocchia e anche. È emerso che le donne provano dolori più forti in tutte le aree considerate nello studio, ma soprattutto al viso (+83% rispetto agli uomini), alla testa (+74%) e all’addome (+60%).
Ogni età ha i suoi dolori
Un altro dato sottolineato dai ricercatori riguarda il fattore età. Si è soliti pensare che i dolori compaiano e crescano col passare degli anni. Eppure la ricerca in parte smentisce questa credenza. È vero che solo il 30% dei bambini di 5 anni riferisce di sentire male da qualche parte, contro il 70% degli over 70. Ma ci sono anche casi, come per il mal di testa, in cui la sofferenza maggiore si registra tra i giovani adulti, nello specifico a 34 anni. Il dolore all’addome, invece, è più diffuso intorno ai 23 anni, mentre le ginocchia e le anche diventano doloranti con la vecchiaia, così come la schiena.
Il divario comincia a 35 anni
«Lo studio è la conferma a ciò di cui ci siamo occupati anche noi come Fondazione ONDA con l’Osservatorio Nazionale sulla salute della donna e di genere. È indubbio che il dolore abbia una netta prevalenza tra la popolazione femminile», spiega Nicoletta Orthmann, Direttrice medico-scientifica della Fondazione ONDA ETS. Secondo i dati dell’ultimo Rapporto ISTISAN (Dolore cronico in Italia e suoi correlati psicosociali dall’Indagine europea sulla salute 2019), colpisce circa il 24,1% della popolazione adulta, pari a circa 10,5 milioni di persone, ma il divario tra maschi e femmine inizia già all’età di 35 anni.
Il 60% dei dolori cronici è donna
Il dolore cronico, infatti, ha una maggiore incidenza in età più avanzata. Riguarda l’8% della popolazione di 18-44 anni, con un aumento al 21,3% tra i 45 e i 54enni, al 35% tra i cosiddetti “giovani anziani” (65-74enni), fino a raggiungere il 50% negli ultra-ottantacinquenni. «Ma va ampliandosi a sfavore delle donne, con percentuali superiori di oltre 15 punti tra gli anziani. Nel complesso, il 60% delle persone adulte con dolore cronico in Italia è di sesso femminile», conferma Orthmann. «Significa che le donne sono numericamente più colpite, oltre a soffrire di patologie di genere che possono complicare il quadro. Non si tratta, quindi, solo di percezione, ma di una condizione specifica, dovuta a diversi fattori».
Gli ormoni fanno la differenza
Secondo i ricercatori, fumo, obesità e basso reddito insieme spiegherebbero circa il 18% del dolore che interessa tutti. Ma tra uomini e donne sarebbero gli ormoni a fare la differenza, in particolare estrogeni e progesterone: livelli maggiori proteggerebbero, mentre un calo ormonale amplificherebbe la sensibilità. Questo spiegherebbe anche le variazioni nella percezione durante il ciclo mestruale, l’ovulazione o la menopausa. Al contrario negli uomini il testosterone più abbondante avrebbe un effetto “antinocicettivo”, cioè di riduzione dell’intensità percepita.
Tra sensibilità e resistenza
Il rapporto tra ormoni e dolore, però, è complesso e non sempre univoco. «Senz’altro gli ormoni giocano un ruolo importante. Gli estrogeni influenzano anche il sistema nervoso, rendendolo più reattivo e sensibile agli stimoli, compresi quelli dolorosi. Si tratta di un meccanismo di autodifesa dell’organismo, ma va distinto il dolore-sintomo dal dolore cronico, quindi patologico», chiarisce Orthmann. «Gli studi dimostrano che le donne hanno sicuramente una soglia del dolore più bassa, ma resistono a livelli di dolore maggiore e sono soggette a episodi di maggiore intensità e durata. In più, essendo caregiver per eccellenza possono avere anche maggior coinvolgimento nel dolore altrui, che può essere proiettato su se stesse».
Il pregiudizio delle donne lamentose
Si tratta, però, prevalentemente di fattori biologici e non unicamente psicologici. In altre parole, che le donne si lamentino di più è uno stereotipo duro a morire. Lo sottolinea Andrew Horne, specialista in endometriosi e dolore pelvico: «Il dolore delle donne è troppo spesso sminuito, poco studiato e poco curato». Secondo l’esperto, intervistato dal Guardian, la ricerca rappresenta un lavoro «senza precedenti», che mostra come occorra concentrarsi sulla medicina di genere e contro i bias (pregiudizi che influenzano giudizi e decisioni). «Questo è il problema principale su cui occorre ancora intervenire con decisione, su più fronti», sottolinea la direttrice medico-scientifica di Fondazione ONDA.
Quando la sofferenza viene sminuita
«Sappiamo che le donne sono poco rappresentate nel mondo della ricerca scientifica, quindi le terapie non sono pensate per le pazienti, con specificità di genere», spiega Orthmann. «Ma c’è anche un problema di accesso alle cure. Gli studi mostrano come il ritardo diagnostico, che è una criticità generale, sia ancora maggiore per le donne. Si tende a normalizzarlo, sia da parte dei medici sia da parte delle stesse donne. I primi lo giustificano attribuendolo a una componente emotiva. Le donne tendono a sminuirlo per soddisfare le aspettative di ruolo, magari ricorrendo – in modo sbagliato ed eccessivo – ad analgesici da banco».
Dalla teoria alle cure su misura
Il fenomeno «è ancora più evidente in ambito ginecologico, ad esempio con i dolori mestruali. Ci si dice che sono normalissimi, ma non è affatto così. Occorre una maggiore formazione e sensibilità dei medici, anche nella distinzione tra dolore acuto e dolore cronico», sottolinea Orthmann. Qualche passo avanti, sul piano istituzionale, è stato fatto: in Italia esistono una legge e un piano per promuovere la medicina di genere, oltre a una rete di riferimento e a un osservatorio dedicato. C’è poi il Bollino Rosa, il riconoscimento assegnato da Fondazione ONDA agli ospedali che offrono servizi e percorsi di cura attenti alla salute femminile. Ma tutto questo deve tradursi in un cambiamento concreto nell’assistenza quotidiana. «La sfida è passare dalla teoria, dai dati, alla pratica clinica: bisogna realizzare percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali, che prevedano approcci differenti per genere e una medicina sempre più personalizzata», conclude Orthmann.