Non serve un amante per sentirsi traditi. A volte basta un telefono in mano, una notifica che interrompe una conversazione, uno scroll che dura troppo. Il partner parla, noi annuiamo. Tecnicamente siamo presenti. Emotivamente, chissà. «Forse è una forma contemporanea di trascuratezza, non necessariamente di tradimento», precisa Psicologa Cruda, psicologa e sessuologa.
Ma il problema non è lo schermo: è quello che succede alla relazione quando smettiamo di guardarci. Daniel Cox, sociologo, ha dato a questo fenomeno un nome: attention infidelity. Nel suo saggio lo definisce come l’intrusione della vita digitale nella relazione. Un’espressione che intercetta qualcosa di familiare a quasi tutti noi. Psicologa Cruda, però, invita a spostare lo sguardo dallo schermo alla relazione. Perché il problema non è così semplice da misurare. «Non è come avere in mano un panino o un fazzoletto: dentro a quel telefono può esserci l’universo», esordisce. Quando il partner tiene in mano uno smartphone, vediamo un varco che potrebbe aprirsi su qualsiasi cosa: dovrà andare da qualche parte? Starà aspettando una chiamata importante? «Il telefono va considerato una porta: ogni volta che lo apri, stai uscendo dalla situazione in cui ti trovi». Il problema non è aprire quella porta. È dimenticarsi di tornare.
Attention infidelity, il tradimento non è un altro ma un altrove
Se il partner è mentalmente impegnato altrove, quanto può farci male? Non esiste una risposta sola, spiega Psicologa Cruda. «Il peso non sta nei minuti passati al telefono, ma nel modo in cui lo vive la persona che ci sta accanto: è la sensazione di non essere la priorità che piano piano può deteriorare il rapporto» riflette. Ma sarebbe troppo facile attribuire ogni problema allo smartphone. «Il tempo e il modo in cui si sta al telefono si accodano ad altre situazioni e comportamenti che trasmettono lo stesso messaggio». Tradotto: se mi sento ignorata da mesi, il cellulare non è necessariamente l’origine del problema. Può essere la prova quotidiana che qualcosa non funziona. E può innescare una gara a chi si sente più trascurato: io guardo lo schermo perché tu non mi parli, tu guardi il tuo perché io guardo il mio. Alla fine, osserva Psicologa Cruda, «diventa un problema di punteggiatura». E puntualizza: «l’equilibrio sta nel mezzo: né pretendere un’attenzione totale, né far finta che non conti».
Sul divano, ognuno presente a modo suo
Può capitare di avere bisogno di una pausa, di cercare decompressione dopo una giornata difficile. «Una coppia che passa la serata sul divano, ciascuno piacevolmente nel suo telefono ma anche piacevolmente sullo stesso divano, può stare benissimo: se è il modo per staccare il cervello dopo una giornata, e a entrambi va bene così, non c’è niente di male». Il punto, aggiunge la psicologa, è come viene vissuta: «Ad entrambi va di farlo o uno dei due lo fa perché si sente escluso o ignorato?».
C’è un dettaglio che merita attenzione: il resto della vita di coppia. Se condividiamo esperienze, coltiviamo interessi comuni, una serata di distrazione individuale ci sta. «Le ricerche vanno in questa direzione: a tenere viva la relazione contano molto le esperienze fatte insieme». Se invece il divano, con i suoi due schermi luminosi, è l’intero programma della vita comune, il problema non è la tecnologia. «Segnali precisi, una soglia di ore o un numero oltre il quale scatta l’allarme, non esistono, e diffiderei di chi li dà. Quello che possiamo osservare è la funzione: a cosa serve il telefono in quel momento?».
Attention infidelity, lo scrolling costa meno
Ma perché è così difficile posare il telefono? Psicologa Cruda individua una differenza: il “costo”. «Lo scrolling è più economico. È immediato, non chiede niente in cambio, si può interrompere in qualsiasi momento senza che nessuno ci resti male. Mentre nella relazione ci si deve anche impegnare». Una relazione è un territorio meno prevedibile. «Anche il feedback è più chiaro: un cuore o un like sono un segnale netto, mentre in una relazione la reazione dell’altra persona è spesso più ambigua».
E poi c’è la possibilità, meravigliosa e faticosa, che l’altro ci sorprenda. Che ci costringa a rivedere un’opinione. Lo scrolling ci offre una successione di stimoli, la relazione ci chiede di sostare. «Ma quello che invece lo scrolling non ci dà è proprio ciò che sta nel costo di una relazione: conoscersi reciprocamente in modo profondo, riparare quando qualcosa va storto, sostenersi nella vita e nel tempo, costruire insieme e guardare al futuro» dice la psicologa.
A cosa serve la noia (e a cosa no)
Siamo diventati meno curiosi degli altri? «Non lo so: non ho dati su quanto fossero curiose le persone prima, quindi non posso dire che lo siano di meno», precisa Psicologa Cruda. Ma osserva una difficoltà più sottile: «Spesso, nel momento in cui ci troviamo con un’altra persona, siamo più concentrate su di noi che su di lei: sono abbastanza interessante? Sto dicendo la cosa giusta? E mentre ci guardiamo da fuori, ci perdiamo la persona che abbiamo davanti». Anche la noia, in questo scenario, può servire, ma dipende a cosa.
La psicologa distingue il vagare dei pensieri dal rimuginio. «Vagare vuol dire lasciare che i pensieri vadano dove vogliono, rimuginare significa girare sempre intorno allo stesso problema. Il primo potrebbe aiutare, il secondo no». Per le relazioni, invece, «non direi che serva annoiarsi. Chi ha paura della solitudine tende ad accontentarsi di più ed è ragionevole pensare che chi ha una vita piena si accontenti meno della prima persona che capita. Annoiarsi apposta per incontrare qualcuno sarebbe un’auto-trappola: le relazioni non nascono dal vuoto».
Il telefono come via di fuga, ecco l’attention infidelity
Ci sono momenti in cui rifugiarsi nello smartphone è un modo per evitare qualcosa che non sappiamo come affrontare. Una discussione, una tensione. Ma anche qui, mette in guardia Psicologa Cruda, è importante distinguere. «C’è la fuga da un momento difficile: c’è una conversazione che non voglio avere, un conflitto che sale». Allontanarsi non è sempre sbagliato. Quando siamo troppo attivati, una pausa può essere utile. La differenza sta nel modo in cui la prendiamo: «La pausa è concordata, ha una durata stabilita e un ritorno deciso. La fuga è il contrario». C’è poi un secondo tipo di allontanamento, meno evidente: quello che nasce da un’insoddisfazione più generale.
Non tutto ciò che conta arriva con una notifica
Il concetto di «infedeltà dell’attenzione» rischia di farci pensare che ogni distrazione sia una colpa e che amare significhi essere sempre disponibili. Non è così. Il punto è capire se stiamo lasciando alla relazione soltanto gli avanzi della nostra presenza. «La distanza emotiva e le richieste di attenzione mancate sono tra i motivi più frequenti per cui si inizia un percorso di coppia. Il telefono non inventa il fenomeno, ne moltiplica le occasioni».
Aggiunge la psicologa: «Spesso nel tradimento quello che si cerca altrove è proprio attenzione; nella trascuratezza è l’attenzione che viene tolta. Il continuo sottrarre attenzione è un problema diverso dal tradimento e molte volte è così graduale che non si sa quando sia cominciato». La buona notizia è che non dobbiamo rinunciare alla tecnologia, ma ricordarci che esiste una parte della vita che non si lascia notificare. Psicologa Cruda ricorda che quando le persone mettono via il telefono, durante una cena si divertono di più e sono meno distratte. Sedute in una sala d’attesa, sorridono di più e attaccano bottone con chi le circonda. Le notifiche segnalano solo una parte della vita, l’altra parte dipende da noi.