Sono andata da sola a Parigi per una settimana. Non lo avevo programmato. Mia mamma ha da alcuni decenni un monolocale in multiproprietà nel Quartiere Latino. Era il suo posto del cuore, il suo imperdibile appuntamento d’autunno. Ci veniva da sola, tornava con gli occhi che brillavano. Io non l’avevo mai accompagnata: il lavoro, i figli, una certa reciproca resistenza a condividere gli spazi.

Un monolocale da riempire

Ultimamente lei ha smesso di fare tante cose: leggere, cucinare, badare a se stessa, ricordare quello che è successo ieri o un’ora fa. Il tempo è diventato marmellata, i pensieri si sono ingarbugliati e Parigi non è più un’opzione. Il monolocale però è sempre lì ad aspettarla. «Se non viene nessuno rimane vuoto per una settimana. Pas de problème» mi hanno spiegato. Ho chiesto ai miei figli se volessero approfittarne. No. Ho chiesto a mio marito se volesse venire con me a fare il nomade digitale o almeno un weekend romantico. No.

Partire da sola, non succedeva da 30 anni

Così, in una sera di languore e intraprendenza, ho deciso che sarei partita comunque e ho comprato i biglietti. Non viaggio sola da trent’anni. Una famiglia numerosa allena alla tolleranza, alla soluzione dei problemi, alla gestione delle emergenze, ma non alla solitudine. Gli spazi vuoti mi sono divenuti estranei fino a farmi paura. In questo periodo poi sono particolarmente fragile: i miei ruoli di figlia, di madre e di moglie necessitano di revisioni continue e insidiose. Sono spesso disorientata o triste o impreparata. Ma il dado era tratto e, convinta che mi sarei sbriciolata sul suolo francese nella generale indifferenza della popolazione locale, sono partita. In fondo questo era un regalo della mia mamma.

Incubi tremendi e sogni bellissimi

Il monolocale è al quarto piano – un letto matrimoniale, un tavolo, due finestre, una cucina a vista, un gran silenzio e un minuscolo bagno senza bidet perché oltralpe non usa. Il primo giorno avevo la malinconia, il secondo l’ho curata con la bellezza e un paio di croissant, il terzo pioveva e ho fatto smart working. Dal quarto giorno ero finalmente dritta e felice di essere lì. Ho camminato lungo la Senna, invidiato la classe delle parigine sedute ai caffè, visitato musei. Sono stata produttiva e sfaccendata. Ho mangiato quando avevo fame, ubriaca di libero arbitrio. Ho fatto incubi tremendi e sogni bellissimi, ho preso la metropolitana all’ora di punta, ho guardato i pompieri fare jogging al parco e me ne sono un po’ innamorata.

Io sto bene con me

Quando ho preso coscienza che da sola stavo bene, ho scoperto con sgomento che, sola, non ero affatto. Già. Nel monolocale al quarto piano, con me, c’era un topo. La magia di Parigi è anche questo, prendere o lasciare. In quei sette giorni solitari sono diventata un po’ più grande e un po’ più saggia. Ho affrontato a testa alta un roditore e me ne sono sbarazzata accompagnandolo fuori con garbo («Mamma, ammazzalo a colpi di scopa» suggeriva mio figlio al telefono). Mi sono promessa di frequentarmi più spesso da sola.