Ci vuole un villaggio per crescere un bambino. Peccato che, quando il villaggio si presenta davvero alla porta di casa, “adulti di scorta” per l’educazione dei nostri figli, rischiamo di accoglierlo con la lista delle istruzioni: niente zuccheri, niente schermi, nanna alle 21.07 e, soprattutto, non fare niente che io non farei.

«Dentro la frase “ci vuole un villaggio” c’è una contraddizione molto contemporanea: abbiamo bisogno di una rete, ma facciamo fatica a tollerare che quella rete possa avere un modo diverso dal nostro di stare con i nostri figli», osserva Valentina Vicari, psicologa clinica della riabilitazione. Il problema, insomma, non è trovare degli adulti disposti ad aiutare. È accettare che quegli adulti siano, appunto, altri. Zii, nonni, allenatori, insegnanti, amici di famiglia. Vicari li definisce “adulti di scorta”. E possono offrire ai bambini qualcosa che a mamma e papà, presi nel vortice di responsabilità, può diventare difficile: la leggerezza.

Gli adulti di scorta, senza il libretto di istruzioni

«Assolutamente sì, leggerezza. E forse proprio perché non sono genitori» conferma Vicari. Il genitore, infatti, porta sulle spalle un piccolo ministero: scuola, salute, regole, futuro, orari e quella domanda che gira sotto come un tormento: starò facendo bene? «Uno zio, una nonna, un allenatore possono incontrare quel bambino in uno spazio emotivamente diverso. A volte possono offrire uno sguardo nuovo: vedere una capacità che noi non vediamo più perché siamo troppo vicini», suggerisce la psicologa. E per un bambino può essere una scoperta enorme. Ci sono altri adulti che lo vedono, fanno il tifo per lui, possono diventare punti di riferimento. Una cosa bellissima, dunque. E anche una piccola minaccia per il genitore, che spesso vorrebbe essere contemporaneamente madre, padre, pediatra, psicologo, pedagogista, tutor scolastico, allenatore, nutrizionista e probabilmente anche Google.

Mio figlio: responsabilità sì, proprietà no

Ma un conto è affidare un figlio agli altri, un altro è sentirsi derubati di qualcosa. «Credo che la differenza sia tra responsabilità e proprietà», dice Vicari. Essere genitori significa avere la responsabilità ultima delle decisioni. Ma non significa essere gli unici autorizzati a conoscere quel bambino. «Diventa più problematico quando “sono io il genitore” significa: solo io posso conoscerlo davvero, solo io so cosa è giusto per lui». Un bel peccato di presunzione. Perché «i figli non sono nostri. Sono affidati alle nostre cure, che è una cosa molto diversa», avverte. Uno dei compiti della genitorialità è proprio accompagnare progressivamente un figlio verso un mondo che, inevitabilmente, «diventerà sempre più grande di noi».

Delegare ad altri adulti non sminuisce, anzi

Poi c’è la questione della delega. Teoricamente semplice. Praticamente, per molti genitori, una specie di sport estremo. «È possibile, ma richiede fiducia. E la fiducia non significa assenza di confini» precisa la psicologa. Si possono stabilire alcuni punti non negoziabili – sicurezza, rispetto, regole fondamentali – e lasciare libertà sul resto. «Perché se ogni dettaglio deve essere eseguito secondo le mie istruzioni non sto davvero delegando: sto cercando di essere presente anche quando non ci sono», ammonisce Vicari. Una definizione perfetta del genitore moderno: assente fisicamente, presente grazie a WhatsApp.

E se racconta allo zio quello che non racconta a noi?

Colpo basso: nostro figlio racconta qualcosa allo zio. O all’allenatore. Qualcosa che a noi non ha detto. La prima reazione potrebbe essere: Perché a lui sì e a me no? Vicari suggerisce di superare quel piccolo morso di gelosia e arrivare a una conclusione più utile: «Meno male». Perché significa che quel bambino ha trovato «un altro adulto sicuro. Non raccontarci tutto non significa non fidarsi di noi» riflette. Il vero obiettivo, allora, non dovrebbe essere: voglio che mio figlio dica tutto a me. Piuttosto: «Voglio che, quando avrà bisogno di aiuto, sappia a quali adulti sicuri rivolgersi». Naturalmente esistono dei limiti alla riservatezza: se emerge qualcosa che riguarda la sicurezza del bambino o di qualcun altro, l’adulto deve sapere che è necessario coinvolgere chi può proteggerlo.

Il villaggio non è una democrazia diretta

Ma attenzione: avere una comunità intorno a un bambino non significa che tutti possano votare sulle regole di casa. Una comunità educativa sana ha ruoli e confini chiari: «Il genitore rimane il genitore, l’insegnante rimane l’insegnante», precisa la psicologa. Non serve che tutti dicano le stesse cose. Serve condividere alcuni valori di fondo: rispetto, sicurezza, dignità del bambino e possibilità di comunicare tra adulti quando emerge un problema. E poi, aggiunge Vicari, «i bambini imparano molto presto che esistono contesti diversi. A scuola funzionano alcune regole, a casa altre, dai nonni altre ancora. Che, tradotto, significa anche che il famoso “Ma la nonna me lo fa fare!” non rappresenta necessariamente l’inizio del collasso educativo».

“La nonna me lo lascia fare”, la condanna dell’adulto di scorta

È una delle frasi più temute dai genitori. Il bambino non sta necessariamente architettando un golpe familiare. Sta osservando il mondo e cercando di capire come funzionano le relazioni. «È, in un certo senso, intelligenza relazionale», osserva Vicari. La risposta può essere molto semplice: «Certo, dalla nonna funziona così. Qui invece facciamo diversamente». Non abbiamo bisogno di dimostrare al bambino che la nostra regola è quella giusta in assoluto. Possiamo insegnargli qualcosa di più utile: persone e contesti diversi possono avere confini diversi.

Il problema è che il villaggio, oggi, non è più lì che ci aspetta

Questa è la questione più profonda. La fatica non nasce soltanto dal nostro bisogno di controllo. Nasce anche dal fatto che molte famiglie sono davvero più sole. «Abbiamo trasformato la genitorialità in qualcosa di molto privato: spesso uno o due adulti devono rispondere a una quantità enorme di bisogni del bambino e contemporaneamente lavorare, occuparsi della casa, della coppia e (magari!) trovare uno spazio per sé. È tantissimo».

Nel frattempo le famiglie sono più disperse, i nonni possono vivere lontano o lavorare ancora, i rapporti di vicinato sono cambiati. E così può succedere una cosa paradossale: «A volte non è che non vogliamo delegare: semplicemente non sappiamo a chi delegare». Il villaggio, quindi, non è più un luogo già pronto. È qualcosa che bisogna costruire. Attraverso amicizie, famiglia allargata, scuola, sport, altre famiglie. E non deve nemmeno essere enorme. «Anche poche relazioni solide possono fare una grande differenza. Quando un figlio si affida o vuole bene a qualcun altro non perde un pezzo di noi, guadagna un altro posto nel mondo in cui sentirsi a casa».