«Lascia, faccio io». Ci sono tre parole che, dette da una mamma, possono significare moltissime cose. Efficienza, esasperazione, abitudine. A volte amore o stanchezza. E qualche volta il sospetto che, se lasciamo fare al papà, il bambino esca di casa senza le cure adeguate. Il problema è che magari quello stesso papà lo abbiamo pregato per anni di essere più presente: di occuparsi dei figli, di non dare semplicemente una mano, ma di fare il padre. E quando finalmente prende l’iniziativa, scopriamo che c’è un piccolo dettaglio: lo fa a modo suo. E la faccenda si complica. Perché la nuova parità genitoriale non consiste nel convincere gli uomini che la biancheria non si lava da sola e che il pediatra non è un ufficio informazioni per sole madri. Richiede anche alle donne di fare qualcosa di sorprendentemente difficile: lasciare spazio. E qui, nel passaggio da coppia e basta a coppia di genitori, può scattare il tilt.
Parità genitoriale: perché fare tutto ci fa sentire più sicure
«Più che un bisogno di sentirsi indispensabile», spiega Benedetta Maggioni, psicologa e psicoterapeuta «credo che a volte dietro quel “lascia, faccio io” possa esserci qualcosa di più profondo: il bisogno di sentirsi capaci e di valore attraverso ciò che si fa». Prendersi cura, occuparsi di tutto, anticipare i bisogni degli altri può diventare, nel tempo, «uno dei modi attraverso cui sentirsi adeguate come madri, come compagne e, più in generale, come donne». E allora mollare il controllo non è soltanto lasciare a qualcun altro la preparazione dello zaino. È una faccenda molto più intima.
Anche perché molte donne sono cresciute dentro un modello nel quale la maternità rappresentava uno dei pochi territori di potere loro riconosciuti. «Attraverso l’esempio delle nostre madri, siamo cresciute pensando che l’unico territorio che una donna può davvero difendere sia quello della genitorialità», osserva Maggioni.
Aiutami, però a modo mio
E allora può succedere di desiderare un compagno più partecipe e, nello stesso tempo, di vivere la sua partecipazione come una sottrazione. Una contraddizione scomoda da ammettere. Perché vorremmo essere moderne, emancipate. Ma poi arriva il papà che decide autonomamente cosa mettere nello zaino e improvvisamente scopriamo di avere opinioni molto precise sulla grammatura dei fazzoletti.
Il punto, però, è che anche dall’altra parte c’è un lavoro da fare. Perché esiste ancora il papà che davanti a una domanda del figlio cerca istintivamente la madre con lo sguardo. «Pesa molto l’idea che “mamma sa cosa fare” e credo sia importante guardare con attenzione anche l’altra parte della dinamica», dice Maggioni. Un padre può convincersi che la madre sappia fare certe cose meglio di lui. Il pensiero nascosto è: «Affidarmi a lei mi protegge dal rischio di sbagliare, ma mi permette anche di delegare una parte delle responsabilità e delle fatiche».
Il corto circuito tra coppia e coppia genitoriale
Il guaio è che così si crea un circolo perfetto. Lei fa perché lui non sa, lui non sa perché fa poco. Lei continua a fare perché lui fa poco e lui continua a fare poco perché, ogni volta che ci prova, lei gli spiega come avrebbe dovuto farlo. Nascono bronci da una parte e dall’altra, c’è difficoltà nel riconoscersi. La competenza genitoriale, però, non arriva magicamente insieme al bambino: «Si costruisce facendo esperienza». E fare esperienza significa anche sbagliare. «Se faccio meno esperienza, inevitabilmente continuerò a sentirmi meno competente e non a mio agio quando ci provo», riflette Maggioni.
Lasciamolo sbagliare: è così che nasce un papà
Forse anche per questo stanno nascendo spazi pensati specificamente per i padri. In un’Asl di Torino, per esempio, sono stati organizzati corsi post parto dedicati alla figura maschile, con l’obiettivo di creare uno spazio di ascolto per padri che troppo spesso, subito dopo la nascita, finiscono ai margini. Il progetto mette in comunicazione il gruppo dei papà con quello delle mamme, perché la nascita di un figlio cambia anche l’equilibrio della coppia. Al Policlinico di Milano, invece, è stato proposto un corso dedicato ai futuri padri e, tra i dubbi affrontati, c’è persino quello che molti uomini difficilmente confesserebbero a cena con gli amici: «Quando sarà nato il bambino, farò ancora sesso con mia moglie? Riusciremo a essere ancora una coppia come un tempo?».
Parità genitoriale e maschi 2.0
Insomma, non ci sono più soltanto i papà di una volta, quelli che lasciavano tutto a madri e suocere. Ci sono uomini che vogliono esserci, che vogliono occupare uno spazio diverso. Ma per farlo devono accettare una cosa poco romantica: all’inizio saranno probabilmente un po’ imbranati. E le donne devono accettarne un’altra: non necessariamente tutto ciò che viene fatto diversamente viene fatto male. Perché è proprio qui che il desiderio di “fare bene” può diventare controllo e le differenti esperienze familiari si scontrano. «Il rischio del controllo nasce quando non desidero più soltanto che una cosa venga fatta bene, ma fatico a vedere come valida qualsiasi alternativa al mio modo di farla», spiega la dottoressa Maggioni. Il risultato è paradossale: la madre si sovraccarica e, contemporaneamente, «squalifica i tentativi dell’altro genitore».
Quando sotto c’è un problema di fiducia
Spesso la discussione che sembra essere sul bambino è, in realtà, sulla coppia. Strike perfetto. «Dietro un “devo sempre pensarci io”, può esserci anche un “vorrei che riconoscessi la mia fatica”». E dietro un “tanto qualsiasi cosa faccia non va mai bene” può esserci un “vorrei sentire che ti fidi di me e che mi consideri un genitore capace”. Così una discussione sulle scarpe, sulla cena, sui compiti o sull’orario della nanna può diventare una trattativa molto più profonda: mi vedi? Ti fidi di me? Riconosci quello che faccio? Pensi che sia capace?
È per questo che, secondo Maggioni, la coppia deve imparare a riconoscersi non soltanto attraverso ciò che ciascuno fa. Se mi sento apprezzato e mi fido del mio partner, posso anche dire «sono stanca», «questa cosa non la so fare», «adesso tocca a te». Senza sentire di aver fallito. Qui forse sta il vero significato della parità. Non fare necessariamente le stesse cose e dividere la famiglia con il righello, non trasformare la casa in un campo di gara dove si contano pannolini, accompagnamenti e riunioni scolastiche.
Due genitori alla pari, senza dividere tutto col righello
«Parità non significa essere identici, né dividere ogni compito a metà, ma riconoscersi entrambi pienamente responsabili della vita familiare e potersi, quando necessario, sostituire l’uno all’altra». La vera parità, dunque, non è soltanto fare. È poter decidere. «Seguire la stessa direzione educativa non significa dover percorrere ogni passo nello stesso modo», sottolinea la psicologa. È questo il salto più difficile per entrambi: capire che un figlio ha bisogno di due adulti che si riconoscano reciprocamente come genitori. La vera rivoluzione domestica comincia il giorno in cui mamma lascia la borsa del bambino nelle mani di papà, papà la prepara come gli pare e, miracolosamente, il bambino arriva a scuola con tutti e due i calzini dello stesso colore. Oppure no. Ma magari va bene lo stesso.