Dopo la “cortisol face”, termine che indica un viso appesantito dallo stress, sui social spopola la “ferritin face”, nuova etichetta che associa la stanchezza del volto a bassi livelli di ferritina nel sangue. A contribuire alla sua diffusione, ancora una volta, è stato TikTok, dove caratteristiche fisiche e condizioni di salute vengono sempre più spesso tradotte in vere e proprie tendenze beauty.
Tra video esplicativi, testimonianze e consigli per “smascherare” i segnali che il corpo manderebbe attraverso la pelle, la piattaforma ha contribuito a rendere virale un termine che è già entrato a far parte del linguaggio della bellezza. Ma quanto c’è di vero, dal punto di vista medico, nella “ferritin face”? Abbiamo chiesto a un’esperta di aiutarci a fare chiarezza.
Ferritin face, tra social ed evidenze scientifiche
«“Ferritin face” non è un termine medico e non indica una condizione dermatologica riconosciuta», spiega Giulia Guglielmi, medico specialista in Dermatologia e Venereologia e Dirigente Medico presso l’A.O.U. San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. «È un’espressione diventata popolare online per descrivere alcune caratteristiche del viso che vengono attribuite a bassi livelli di ferritina, una proteina che riflette, pur con alcune limitazioni, le riserve di ferro nell’organismo».
La carenza di ferro, soprattutto quando è sufficientemente importante da determinare l’anemia, può effettivamente avere manifestazioni visibili a livello cutaneo. Ma questo non significa che bassi livelli di ferritina siano di per sé responsabili di un particolare aspetto del viso. «Inoltre, spesso parliamo di segnali estremamente aspecifici, che non consentono di stabilire con certezza la mancanza di ferro in una persona».
Carenza di ferro: i segnali più diffusi sul viso
Tra le manifestazioni che possono associarsi a una carenza di ferro, soprattutto quando significativa, rientrano il pallore, quello che spesso definiamo “incarnato spento”, la secchezza cutanea e la cheilite angolare, un’infiammazione che provoca piccoli tagli agli angoli della bocca. Questi sintomi, però, non sono sufficienti per poter parlare di “ferritin face”.
«Presi singolarmente sono segnali molto poco specifici», spiega la dottoressa Guglielmi. «Possono essere influenzati da caratteristiche costituzionali, qualità e quantità del sonno, esposizione solare, variazioni ormonali, alimentazione e stress. Non è corretto, quindi, utilizzarli come indicatori diagnostici di una carenza di ferro».
L’importanza di una corretta valutazione clinica
L’aspetto della pelle, quindi, può rappresentare un piccolo campanello d’allarme, ma per diagnosticare la carenza di ferro è necessaria una valutazione clinica e, quando indicato, degli esami del sangue. «Il sospetto può diventare più significativo quando eventuali manifestazioni cutanee si associano ad altri sintomi, tra cui stanchezza persistente, fiato corto, palpitazioni, cefalea o difficoltà di concentrazione. Oppure quando esistono condizioni che aumentano il rischio di deficit come perdite mestruali abbondanti, gravidanza, diete molto restrittive e problemi di assorbimento intestinale», precisa Guglielmi.
Esami e integratori: il fai da te è vietato
«Gli esami possono comprendere emocromo e parametri del metabolismo del ferro, tra cui saturazione della transferrina e ferritina. Anche questa, infatti, non va letta da sola, ma interpretata nel contesto clinico: può aumentare quando nell’organismo è presente un’infiammazione e, in alcuni casi, un valore nella norma non significa necessariamente che le riserve di ferro siano sufficienti», prosegue l’esperta.
Per quanto riguarda gli integratori di ferro, invece, la dermatologa sconsiglia di assumerli senza un’adeguata diagnosi medica, soprattutto se la decisione nasce da contenuti o consigli trovati sui social. «Il ferro non è un integratore cosmetico: quando esiste una carenza non è necessario soltanto correggerla, ma anche comprenderne la causa».
Quanto tempo occorre per tornare splendente
Chiarito che non esiste un vero e proprio “volto da ferritina”, resta però una domanda in sospeso: nel caso il medico invidui effettivamente un deficit di ferro, quanto ci mette la pelle a tornare al suo aspetto abituale? «Se le alterazioni osservate sono realmente conseguenza di una carenza di ferro, sono generalmente reversibili una volta corretta la causa e ripristinate adeguatamente le riserve nel sangue», spiega la dermatologa.
«Correggendo l’anemia, migliorano di conseguenza anche il pallore e i sintomi generali. È difficile, però, stabilire un tempo preciso per il recupero della cosiddetta “luminosità” dell’incarnato, perché non è un parametro clinico oggettivo. Il recupero complessivo dipende dall’entità della carenza, dalla causa che l’ha determinata, dalla risposta alla terapia e dalla presenza contemporanea di altre condizioni».