Quando ho deciso, verso gli otto anni, che mi sarei annoiata a fare la scrittrice e forse sarebbe stato più divertente fare la giornalista, avevo un’idea molto diversa della professione. Immaginavo reporter che si infiltrano a ogni tipo di conferenza per fare domande, di poter aver accesso alle storie di tutti, poter scrivere quanto volevo e come volevo. A volte penso che la piccola me, vedendomi fare tutti quei “sidejob” che non si sarebbe mai immaginata di dover (e soprattutto saper) fare, si vergognerebbe. Ma il più delle volte mi rispondo che persino lei si sarebbe divertita un sacco.
Per questo mi è piaciuta subito l’idea di Bridget Thoreson, ex giornalista, che invita a rivedere l’idea della scalata verso il successo a favore del “career river” (il fiume della carriera). Se il mondo è cambiato e il lavoro è diventato incerto, deve cambiare anche il nostro modo di approcciarci alla carriera. E no, non significa che non possiamo più sognare – ma, anzi, possiamo farlo ancora più in grande.
Career river, l’idea di Bridget Thoreson che rivoluziona il nostro approccio al lavoro
Potrebbe sembrare infatti l’ultimo termine nato in seno alla GenZ per parlare del lavoro, e invece l’idea di career river è arrivata a Thoreson quasi per caso. Ha avuto un’illuminazione e l’ha scritta su Twitter (oggi X), stilando una breve guida dei motivi per cui non avrebbe più voluto utilizzare la metafora della career ladder, la scalata verso il successo. «L’obiettivo ultimo della scalata è raggiungere la cima, mentre rilancio con l’idea che la carriera sia un fiume, e il successo l’Oceano», ha scritto come “primo punto”.
Al posto dell’identificazione del successo come un “lavoro dei sogni” o la posizione più alta all’interno dell’azienda, Thoreson propone uno spostamento di focus. «Ognuno di noi ha un’idea diversa di Oceano, per scoprire qual è quello che fa per noi dobbiamo chiederci: quale vogliamo che sia il nostro lascito?». Non più “che lavoro voglio fare”, quindi, ma “chi voglio essere”. Questa nuova idea di successo non è incompatibile con l’ambizione, ma anzi permette di trovare il modo di raggiungere obiettivi anche più lungimiranti.
Gli ostacoli non esistono, solo cambiamenti da abbracciare
La sua forza sta anche nella reinterpretazione degli ostacoli. Dai periodi di stallo al licenziamento, adottando l’approccio del career river i passi falsi non esistono più: «Quando si incontra un ostacolo sulla scala non resta che farlo a pezzi per poter andare avanti», scrive l’autrice. «Mentre il fiume abbraccia e costeggia massi e incidenti sul suo percorso, senza smettere di fluire».
Non è raro infatti che siano proprio i percorsi incidentati quelli che ci arricchiscono di più, e i momenti tradizionalmente visti come “bassi” quelli che ci insegnano a cambiare prospettiva, a crescere e a ritrovare l’entusiasmo.
Career river, il lavoro deve fare (e farci) anche bene
Proprio come un fiume, inoltre, la carriera non dovrebbe essere vista solo come un percorso solitario, fatto di “tappe” e obiettivi da raggiungere. Dovrebbe essere arricchente per chi la vive e per l’intero ecosistema, così da essere in equilibrio con il resto delle scelte della vita e con i propri valori.
E forse per questo mondo incerto, che – soprattutto per i giovani – è così difficile da esplorare, l’idea della carriera orizzontale e in continuo scorrimento è una vera liberazione. «La scala ha una sola direzione, mentre il fiume si dirama costantemente. Mentre sulla scala ci si può fermare, il fiume – per quanto lentamente – scorre sempre», continua Thoreson. «Se una scala cade, si rompe. Mentre un fiume che ‘cade’ è una cascata».