«Scompariranno gli uffici, non esisteranno più i colleghi». Quante volte l’abbiamo sentito dire? L’arrivo dello smart working, misura d’emergenza all’inizio e vera rivoluzione sociale un attimo dopo, è stato accolto come l’Apocalisse. La fine di un’era, con i GenZ – incapaci di socializzare, accettare critiche, trovare una work-life balance – alla guida del nuovo mondo. Eppure, a meno di due anni dal Neue Kurs, eccoci qui. Con schiere di ragazzi che rifiutano i lavori full remote, come prova la ricerca di Bupa, associazione di sanità privata inglese, su 8000 persone: il 45% degli intervistati GenZ cercherebbe infatti «interazioni sociali e lavoro in ufficio».

Un ritorno al passato? Non sembra, perché è vero che la GenZ torna negli uffici, ma lo fa per rivoluzionarli. Svuotandoli di quelle ansie, finte emergenze, competizioni tossiche e orari inutilmente prolungati con l’obiettivo di tornare a viverli come luoghi di scambio e di crescita.

Smart working, solitudine e malinconia da rientro

Se è vero che il lavoro da casa permette di autogestirsi con maggiore autonomia e prendersi cura di sé e della casa con agilità, ci si può però sentire molto soli. Specie se a cominciare una professione full remote sono i ragazzi, neolaureati o con poca esperienza. Molti si trovano a dover imparare una professione da zero senza poter chiedere aiuto a nessuno senza il tramite di uno schermo. O vivono da soli (o con coinquilini a loro volta impegnati in lezioni e altri lavori), e nelle ore a casa non hanno altro da fare se non qualche lavatrice, il pranzo e la cena.

Per questo non stupisce che la sensazione più comune per i ragazzi sia la solitudine. La citano 4 su 10 intervistati da Bupa, ma anche il 20% degli intervistati da Unobravo nella ricerca Impressioni di settembre sui risvolti psicologici del rientro tra i giovanissimi. Questa sensazione di isolamento può pesare moltissimo sulla salute mentale, così come sulla qualità del lavoro: non a caso è la GenZ la generazione che più sfocia in reazioni come il quiet quitting.

Il back to office della GenZ

Tornare in ufficio, almeno qualche giorno alla settimana, diventa così una priorità. Ma non perché si teme di non essere abbastanza produttivi da casa o di perdere il lavoro: si torna tra i colleghi per stare meglio. Ecco perché, come confermano le indagini di Gallup, i GenZ sono la generazione che meno ricerca il full remote, ma che non rinuncerebbe mai al lavoro ibrido.

I ragazzi cercano un equilibrio: le ore necessarie per non sentirsi soli, conoscere i colleghi e imparare, e quelle che servono per prendersi una pausa, non sentirsi controllati e occuparsi della casa.

Del lavoro in ufficio, non mancano certo gli orari da rispettare come Marines e le gerarchie ferree, ma gli scambi, le interazioni e i momenti (persino i conflitti) che permettono di crescere. Lo conferma anche una ricerca di Heineken, secondo cui i dipendenti dichiarano che il lato più bello del lavoro in presenza è la solidarietà, e che spesso per rendere un team di lavoro una vera e propria squadra l’età non conta. L’importante è unire le persone giuste (conferma il 91% degli intervistati), e l’85% ritiene che il mix generazionale sia una risorsa importante. Il 68,6% dichiara inoltre che a creare lo spirito di solidarietà spesso sono i momenti informali, come pause pranzo e caffè in compagnia.

Servono ufficio, scrivanie e colleghi, quindi, ma non solo. Quello che cerca davvero la GenZ è un ambiente eccitante e coinvolgente: come mostra sempre la ricerca di Heineken, il 68,1% degli intervistati dà il suo meglio in un ambiente aperto e con un clima di fiducia reciproca, il 46,1% ricerca attività di team building e il 40,6% apprezza molto i feedback costruttivi.

Il problema non è l’ufficio, è l’ansia

Insomma, altro che generazione che non sopporta le critiche e gli scambi intergenerazionali. Quello che la GenZ non tollera del lavoro è l’aria tossica che si respira in troppi ambienti. Intervistato per La Repubblica, lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia ha riflettuto sulle abitudini lavorative degli italiani in relazione al back to office, e con una sola frase ha colto nel segno: «Il problema non è mai davvero settembre, ma tutto ciò che lo precede».

Dopo un anno di stress, burnout e tensioni, durante le vacanze si abbandona il lavoro (o, più che altro, ci si prova), e si vivono le settimane di ferie convinti di poter recuperare tutta la serotonina a cui rinunciamo gli altri 350 giorni. «Le vacanze diventano così un mito irraggiungibile, un contenitore fragile che deve restituirci energia, felicità, leggerezza, intimità, perfino amore», scrive l’esperto. «È proprio questa sproporzione a generare frustrazione: chiediamo troppo alle vacanze e troppo poco a noi stessi nei giorni ordinari».

La GenZ torna in ufficio, «ma anche meno»

Tornando alla ricerca condotta da Unobravo sul ritorno alla routine, basta un’occhiata ai dati sui ragazzi per notare che – anche se il loro percorso lavorativo è iniziato da pochi anni – i rischi che corrono sono già preoccupanti. Degli intervistati tra i 20 e i 24 anni, quasi il 40% (39%) dichiara di soffrire al solo pensiero di settembre per il senso di ritardo rispetto ai propri obiettivi. Il 44% sente il peso della pressione a essere produttivo. Il rientro è (già a 20 anni) un momento carico di aspettative e tensioni interiori: il 65% dichiara addirittura di sentire il bisogno di «mettere in scena» un ritorno impeccabile apparendo riposato, produttivo, e positivo.

La sensazione sembra decrescere con l’età, ma la GenZ altri anni così non li vuole passare. Chi sceglie di cambiare lavoro e puntare sulla socialità, lo fa con un obiettivo ben chiaro: vivere con più serenità. Come confermano le ricerche di Forbes, i luoghi di lavoro più richiesti dai ragazzi non assicurano solo ore in presenza, ma aziende con valori chiari, impatto sociale e attenzione alla salute mentale dei dipendenti.

La GenZ torna in ufficio, quindi, ma lo vuole trovare diverso. E non ha paura di cambiare tutto, a partire dal colloquio. Oggi i ragazzi chiedono subito le ore da remoto, sì, ma anche le possibilità di carriera, i benefit e le assicurazioni. E anche l’atmosfera sul luogo di lavoro, la mission aziendale. In molti storceranno il naso, ma chi si impegna a offrire ai futuri dipendenti quello che chiedono otterrà dei ragazzi forse “acerbi” ma sicuramente proattivi e pieni di idee. Vere risorse che credono nel ritorno in ufficio, ma a patto che sia un ritorno al futuro.