Lavoro a orario fisso, addio. Dimentichiamoci le classiche 8 ore dalle 9 del mattino alle 5 del pomeriggio: ora è tempo di miscroshifting. È il termine con cui si indica una nuova forma di attività, più ibrida e interrotta. È reso possibile (anche) dallo smartworking, ma soprattutto implica una riorganizzazione professionale, del lavoro di casa e del tempo libero. Ecco come e con quali consigli da parte di Stefano Nicoletti, laureato in Economia, prima impiegato per grandi aziende del settore finanziario, poi diventato esperto di formazione e coaching.

Cos’è il microshifting

Letteralmente il microshifting si potrebbe tradurre nell’operazione di frazionare in piccole porzioni, attività o fasi della giornata. In pratica può diventare una vera trasformazione nell’organizzazione della propria vita. Vuol dire innanzitutto dimenticarsi del (caro?), vecchio orario di lavoro dalle 9 del mattino alle 5 del pomeriggio. Roba da impiegati da posto fisso di un’era geologica fa, in termini lavorativi. Perché i giovani lavoratori, ma anche i loro genitori coinvolti dai cambiamenti sociali e professionali, sono sempre più smartworker e “ibridi”. Tradotto: grazie anche alla tecnologia digitale, non occorre più andare in ufficio a timbrare il cartellino, ma basta una postazione per il pc o il portatile (ma anche tablet e smartphone) per riuscire a svolgere parte del lavoro da remoto, in orari anche più flessibili.

Riorganizzare la giornata: qualche esempio

Prendiamo qualche esempio: invece che entrare in ufficio, magari dopo una lunga coda per raggiungerlo e trovare parcheggio, ecco che la lettura delle email si può svolgere al mattino, da casa o da uno spazio qualunque dal quale collegarsi. Poi, impostato il lavoro e svolta la maggior parte, ci si può anche concedere “una pausa”, occupandosi delle mansioni domestiche o regalandosi un break dedicato al fitness (corsetta o palestra a cavallo della pausa pranzo?), per poi gestire il resto delle incombenze lavorative coniugandole con gli impegni familiari, come andare a prendere i figli all’uscita da scuola, fare la spesa o altre attività.

Microshifting, una piccola, grande rivoluzione

Insomma, si tratta di rimettere in gioco la suddivisione dei tempi della giornata: gli impegni non diminuiscono, ma forse con la possibilità di una maggiore elasticità oraria, si può godere di qualche beneficio in più in termini di equilibrio lavoro-casa-famiglia. «È una tendenza che sicuramente esisteva anche prima del Covid, ma che nel periodo forzato di lavoro a distanza si è molto rinforzata. Oggi è richiesta dai collaboratori, specie delle grandi aziende, ma è anche sempre più una necessità per poter gestire meglio le proprie energie, suddividendole in modo efficace tra lavoro e vita personale», spiega Stefano Nicoletti, coach ed esperto di formazione, lavoro e benessere.

L’esigenza di più flessibilità

D’altro canto la necessità di flessibilità è diventata una priorità per il 65% dei lavoratori, secondo le stime del State of Hybrid Work Report condotto da Owl Labs. Un’altra ricerca americana, Deputy’s The Big Shift: U.S. 2025, mostra come proprio il microshifting sia vincente nelle professioni che hanno a che fare con i lavori legati alla conoscenza e ai servizi, specie tra la Gen Z: per i giovani, è la formula che meglio riesce a offrire una balance tra i compiti di cura, la formazione e i lavori multipli (e contemporanei) tra i quali i più giovani devono barcamenarsi, anche per poter arrivare a garantirsi ingressi economici adeguati a fine mese.

Il microshifting piace anche a Millennials e Gen X

Seppure con qualche fatica, magari legata a qualche retaggio e rigidità del passato, il microshifting può comunque giovare anche a Millennials e Gen X. «Sì, perché il vecchio modello 9-17, nato nel mondo manufatturiero della catena di montaggio, oggi non è più adatto in una società in cui tutto accade simultaneamente, dove le esperienze non avvengono più una alla volta, ma tutte insieme», chiarisce Nicoletti, che aggiunge: «Siamo costantemente stimolati su più fronti, quindi è inevitabile perdere il vecchio concetto di linearità, costretti (o ormai abituati) come siamo, ad essere multitasking: abbiamo bisogno di nuovi modelli di gestione delle nostre energie e impegni».

Il microshifting aiuta le donne?

A giovare maggiormente di più flessibilità sono le donne, da sempre gravate anche dai compiti di cura e non solo per le mansioni quotidiane concrete, ma anche per una questione biologica: «Un aspetto interessante che la scienza ci ha dimostrato negli ultimi anni, è che le donne hanno una maggiore capacità di portare avanti più compiti insieme. Spesso a noi uomini rimproverano di saper fare una cosa alla volta: ebbene, è una verità scientifica perché il cervello femminile ha più materia bianca, che permette più connessioni tra le attività. Ovviamente questo può portare anche a un sovraccarico. Per questo una modalità di lavoro nuova può essere necessarie per il benessere delle donne, per lavorare meglio e stare meglio», chiarisce ancora l’esperto.

Meno rigidità giova anche alle aziende

A beneficiarne, però, sono anche i datori di lavoro: «In Italia ci sono realtà nelle quali ancora si insiste con il modello classico 9-17, senza una ragione di efficienza produttiva: è un mero esercizio del potere, perché sapere di trovare i dipendenti in ufficio permette di avere l’idea di controllo. Si ha l’impressione che con la frusta si ottengano più risultati rispetto all’autonomia e alla responsabilizzazione del personale. Invece è provato che la produttività non è legata a fattori di controllo, bensì alla motivazione, che a sua volta necessita di autonomia. La vecchia catena di montaggio di Henry Ford non la prevedeva, oggi invece è fondamentale», ricorda Nicoletti.

Dal lavoro intelligente all’intelligenza emotiva nel lavoro

Il lavoro “smart”, dunque, è diventato preponderante per le mansioni, laddove è possibile farvi ricorso. Ma a migliorare il benessere lavorativo può essere anche un’altra forma di intelligenza, quella emotiva, concetto centrale nell’attività di coaching di Nicoletto tramite #Playthenow: «In diverse aziende se ne parla, anche se non è sempre facile portarla avanti concretamente, cioè nella quotidianità, perché significa lavorare sulla crescita personale dei propri collaboratori e dipendenti. È ciò che aiuta a conoscersi e a conoscere le proprie risorse per poi utilizzarle nel miglior modo possibile, anche in un contesto lavorativo. La scienza ci ha detto ormai chiaramente che il principale motore decisionale non è la sola razionalità o logica, ma la sfera emotiva con le sue interferenze: sapere, quindi, come funzionano i sentimenti, il loro ruolo e saperli usare può essere una spinta fondamentale anche nel lavoro».