A quanto pare l’effetto pandemia è finito. Oggi non è più tempo di Great Resignation, cioè delle dimissioni di massa di chi, in epoca Covid, aveva deciso di dare le dimissioni per ridefinire carichi di lavoro e vita privata, magari ricorrendo allo smart working. Oggi il posto di lavoro, a maggior ragione se “fisso”, si tiene ben stretto, specie se si hanno una famiglia e magari un mutuo da pagare. Sono infatti soprattutto i “senior” a vivere il Quiet cracking, cioè la “resistenza” in ufficio, anche quando il proprio impiego è poco motivante, insoddisfacente o persino alienante. Il rischio, però, è di andare incontro a stress e burn out.
Dalle dimissioni alla “resistenza”
Altro che dimissioni, quindi: oggi la parola d’ordine che si fa largo tra i lavoratori della Gen X e tra qualche Millennials pare essere “resistenza”. Significa non farsi sedurre dall’idea di cambiare, magari con la speranza di trovare un impiego migliore, non tanto (o non solo) dal punto di vista economico, ma di qualità e di balance con le esigenze della vita privata. In una espressione, che come spesso accade deriva dal mondo anglosassone, si tratta del Quiet cracking. Come facilmente intuibile, però, questo atteggiamento di “resa silenziosa”, non è vissuto con distacco e senza effetti collaterali: al contrario, può portare a uno stato di malessere anche importante.
Quiet cracking vs Quiet quitting
Di fatto il Quiet cracking si traduce in una condizione di demotivazione, insoddisfazione, a volte apatia nei confronti del proprio lavoro, ma che può portare anche a esaurimento e burn out. Il disimpegno, quindi, non viene vissuto con una strategia per salvaguardare il proprio benessere e mettere distanza tra sé e il lavoro, come accade invece con il Quiet quitting. In questo caso l’atteggiamento del lavoratore è quello tipico di chi fa il minimo indispensabile per apparire come ligio ai propri doveri, ma senza investire grande energia nelle proprie attività. Nel Quiet cracking, invece, si rimane coinvolti emotivamente in ciò che si fa, salvo provare enorme frustrazione.
Il rischio burn out
Con il Quiet cracking, dunque, non si è in presenza di una “dimissione silenziosa”, bensì di una vera e propria “rottura”, come suggerisce il termine, tra ciò che ci si aspetterebbe dal lavoro e ciò che invece è concretamente. Una frattura che a lungo andare, se non gestita in modo adeguato, può portare a maggiore stress e burn out: «La disaffezione nei confronti del proprio lavoro è crescente. Si manifesta con minore entusiasmo ed è spesso legata ad attività ripetitive nel tempo, ma si traduce anche in minore produttività e nel rischio di contagio: può estendersi ai colleghi o può derivare da un atteggiamento di questo tipo da parte di coloro con i quali si divide l’ufficio», spiega Marco Vigini, vicepresidente dell’Associazione italiana Direzione del Personale (AIDP) e Direttore servizio welfare presso Orienta.
La condizione della “rana bollita”
«Le motivazioni possono essere varie, ma credo sino riconducibili principalmente a tre: la prima è sicuramente la paura di uscire dalla propria zona di comfort, anche se insoddisfacente, perché ogni cambiamento porta con sé incertezza. Questo è ancora più valido nel caso in cui si faccia lo stesso lavoro o ci si trovi nella stessa azienda da molto tempo. È la condizione della cosiddetta “rana bollita” – spiega Vigini – cioè la situazione di chi vive nel proprio tepore e non si rende conto di aver perso reattività e vitalità».
Perché si rimane nel limbo e frustrati
Gli altri motivi hanno a che fare con le condizioni economiche, oltreché psicologiche e sociali: «Esistono degli influenzatori sociali che non favoriscono il cambiamento, come per esempio l’idea di non essere adeguati ad altre mansioni o sfide: è un dubbio che può interessare anche un manager, specie se ha una professionalità radicata nel tempo e in uno stesso settore. Alcuni ambiti, inoltre, sono caratterizzati da una bassa mobilità, come la pubblica amministrazione o i blue collars, i classici impiegati», sottolinea l’esperto, che aggiunge: «È chiaro, poi, che cambiare lavoro è più facile quando si è più giovani e, soprattutto, non si hanno una famiglia o magari la rata di un mutuo da dover pagare ogni mese».
Chi vive il Quiet cracking: l’identikit
I più colpiti dal fenomeno sono certamente «gli over 45/50 anni, con una famiglia a carico e che vedono nel cambiamento un rischio troppo elevato. Spesso le condizioni economiche offerte dalle aziende per le quali lavorano non sono di per sé così svantaggiose, anzi: proprio i benefit, seppure limitati, possono contribuire a far rimanere in una gabbia dorata. È ciò che vivono, in particolare, molte donne che sono caregiver perché si occupano dei genitori anziani, ma anche madri e, essendo over 40, temono di non poter trovare un altro lavoro o che questo possa essere persino peggiore di quello che già hanno», osserva Vigini.
Il coraggio di cambiare
Il pericolo di rimanere in una condizione di frustrazione, però, è di acuire il malessere, diminuire la produttività e, quel che è peggio, trasferire la negatività anche nella sfera privata e famigliare. «Per chi è in queste condizioni sarebbe consigliabile, invece, pensare a un piano B, che inizia dal curare le relazioni dentro e fuori il posto di lavoro, perché spesso le opportunità di cambiamento possono arrivare da legami cosiddetti “a bassa intensità”, cioè non direttamente dalla ricerca di un nuovo lavoro, ma da contatti fortuiti – suggerisce Vigini – Io credo, poi, che sia fondamentale investire sempre nel reskilling e upskilling».
Investire sempre in reskilling e upskilling
«In un momento storico e sociale di grande rivoluzione digitale, è fondamentale rimettersi in gioco sempre, rinnovando le proprie competenze e ampliandole. È anche utile effettuare un periodo autocheck, un’analisi della propria condizione, mettendo a fuoco quali sono i propri punti di forza e quali invece quelli sui quali lavorare maggiormente per migliorarsi. Non dimenticherei, infine, i percorsi extra lavorativi: spesso attività come per esempio il volontariato possono far riscoprire risorse inaspettate. Cambiare si può, anzi a volte è un dovere, se non si vuole vivere una vita professionale e privata improntata alla negatività», conclude l’esperto di Orienta e vicepresidente dell’Associazione italiana Direzione del Personale.