Il mondo del lavoro è in continua trasformazione e questo è evidente da tempo. Ma l’impatto dell’intelligenza artificiale potrebbe essere così forte che qualcuno parla di “Apocalisse del lavoro” o, per dirla con un neologismo inglese, di Jobpocalypse. Le principali “vittime” dei cambiamenti portati dall’AI, già oggi, sono i giovani, la Gen Z, ma non senza qualche conseguenza anche sugli over 50. Per questo gli esperti corrono ai ripari, pensando a quali strategie mettere in atto per evitare che i lavoratori siano sostituiti dalle nuove tecnologie.
Più tecnologia, meno lavoro?
Il timore maggiore è che il crescente ricorso alle nuove tecnologie, soprattutto digitali, finisca con il soppiantare il “lavoro umano”, specie della Gen Z. Davvero i giovani rischiano di avere meno opportunità di ingresso nel mondo professionale e di formazione? Un recente studio di una grande società di elaborazione buste paga (ADP), condotto su lavoratori fra i 22 e i 25 anni ha mostrato un calo occupazionale del 13% in professioni ad alta esposizione all’IA (software developer, customer support, assistenza digitale).
Cos’è la Jobpocalypse
«La definizione può sembrare un po’ catastrofica, ma fotografa bene la percezione di un cambiamento profondo e inarrestabile. Come spesso accaduto nella storia, di fronte a rivoluzioni economiche e tecnologiche si sono sviluppate reazioni forti e talvolta difensive: basti pensare ai luddisti durante la Rivoluzione Industriale, ma anche ai movimenti No Global. Nel caso della Generazione Z, la Jobpocalypse rappresenta più una crisi di adattamento che una reale scomparsa del lavoro, ma il problema principale è l’ingresso nel mercato», osserva Luca Furfaro, segretario generale e coordinatore del CTS della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro di Torino, esperto di gestione di startup innovative e di realtà con vocazione internazionale per la gestione del personale.
Una generazione senza esperienza pratica
Come spiega ancora Furfaro, «Si tratta di una generazione che spesso non possiede ancora esperienza pratica, né può considerarsi “nativa” delle tecnologie legate all’AI, poiché l’esplosione dell’intelligenza artificiale è avvenuta proprio durante la loro formazione. A ciò si aggiunge la carenza di alcune competenze soft e il fatto che in diversi ambiti professionali, quelli che apparivano più attrattivi durante gli studi, come la comunicazione, il design o il marketing, l’AI è intervenuta prepotentemente, ridisegnando ruoli e opportunità. I posti di lavoro esistono, ma le competenze richieste cambiano rapidamente».
Anche gli over 50 sono a rischio
Il problema, però, riguarda anche gli over 50, per motivi diversi: «Se i giovani faticano a entrare, i lavoratori più maturi rischiano di rimanere indietro o di essere espulsi dal mercato per obsolescenza professionale». Rispetto ai giovani, però, i Gen X sono anche più numerosi: «Per questo è fondamentale investire su di loro, renderli attrattivi e produttivi attraverso programmi di formazione continua e aggiornamento digitale.
Non si tratta solo di “recuperarli”, ma di riconoscerne il valore: gli over 50 possono essere l’anima e l’etica dell’intelligenza artificiale, portando nei processi decisionali quella saggezza, esperienza e responsabilità sociale che le macchine non possiedono. Puntare su di loro significa dare un’anima umana al cambiamento tecnologico, ma anche trasmettere le competenze legate ad attività “tradizionali” (elettricisti, camerieri, assistenza alla persona) che non erano gli obiettivi dei giovani ma anche diverranno centrali per l’economia del paese», sottolinea Furfaro.
L’AI è solo una minaccia?
L’analisi di ADP, però, distingue anche tra gli ambiti nei quali l’AI può contribuire all’automazione dei compiti, sollevando quindi il lavoro da queste attività e sostituendolo, quelli nei quali è solo un supporto (la cosiddetta augmentation), quindi non toglie il lavoro al giovane, ma al contrario potrebbe valorizzarlo. «L’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie rappresentano al tempo stesso una minaccia e un’enorme opportunità. Possono diventare una scorciatoia per le aziende, un modo per saltare intere generazioni di lavoratori, automatizzando compiti e risparmiando notevolmente sui costi di formazione e assunzione», conferma l’esperto.
I lavori a rischio
«Nel marketing e nella comunicazione, per esempio, strumenti come ChatGPT o Midjourney riducono il bisogno di copywriter, grafici e social media manager junior, automatizzando gran parte del lavoro creativo. Nel settore bancario e assicurativo, i processi di automazione (RPA) e i sistemi di analisi predittiva stanno sostituendo molte attività di back-office e consulenza base. Nel legal tech, piattaforme di analisi contrattuale basate su AI stanno di fatto riducendo le mansioni tradizionali dei praticanti e dei giovani avvocati, velocizzando revisioni e ricerche giuridiche – spiega l’esperto.
«Tuttavia, come stabilito anche dall’AI Act europeo, nei processi ad alto impatto etico o con potenziali effetti sui diritti fondamentali è obbligatorio l’intervento umano. Questo significa che, se i giovani non vengono adeguatamente formati, in futuro mancheranno le competenze per comprendere, controllare e governare l’intelligenza artificiale. La vera minaccia, quindi, non è l’AI in sé, ma l’assenza di una cultura e di competenze umane capaci di guidarla in modo etico e consapevole».
Cosa accade all’estero
Se in Italia le imprese hanno dimensione medio-piccole, dunque l’adozione dell’AI non è sempre immediata e “apocalittica”, alcuni esempi delle conseguenze del sempre maggior ricorso a questo tipo di strumento è evidente. In alcuni Paesi del nord Europa e nei Paesi Bassi è già in corso una sperimentazione con l’idea di traghettare il mondo del lavoro in una nuova dimensione: per esempio, sono stati promossi corsi di retraining su AI, politiche attive di accompagnamento e incentivi all’adozione dell’intelligenza artificiale in modo inclusivo.
In Germania, dove sono numerose le aziende di manifattura dove l’automazione potrebbe cambiare radicalmente le modalità di lavoro, si stanno avviando progetti di “human + AI”, pensati appositamente perché i giovani siano affiancati e non sostituiti dalle nuove tecnologie. In Francia e in Italia, invece, aumentano i corsi universitari umanistici integrati con l’AI.
Sapersi adattare in fretta
«Come già profetizzato da tempo, il cambiamento è una costante della storia: è successo con la globalizzazione, poi con internet, e oggi con l’intelligenza artificiale. La differenza è che la velocità del cambiamento è diventata esponenziale, dando vita alle cosiddette organizzazioni esponenziali, capaci di crescere e adattarsi in tempi record – spiega ancora Furfaro – I giovani devono accettare questa accelerazione come un dato di fatto e imparare a reinventarsi più volte nel corso della carriera. Non basta più una laurea e quel percorso di studi non potrà definire cosa sono, ma sarà solamente la loro base».
Le parole chiave: flessibilità, curiosità, empatia e pensiero critico
«Servono flessibilità, curiosità e la capacità di coniugare competenze tecniche con empatia e pensiero critico. Anche le aziende, dal canto loro, devono saper cambiare, non fossilizzarsi su modelli organizzativi rigidi o su ruoli statici. Devono prepararsi al cambiamento addestrando i lavoratori a imparare costantemente. La formazione non deve essere vista come un costo, ma come un investimento strategico. Solo così si potrà creare un equilibrio dinamico tra tecnologia e umanità, tra efficienza e valore. C’è bisogno di un patto quindi tra aziende e dipendente, un accordo sui valori e sullo scopo dell’impresa più che sui compiti e sul percorso. In sintesi, il futuro del lavoro sarà nelle mani di chi saprà cambiare restando umano in un mondo automatizzato», conclude Furfaro.