Senza un lavoro e l’autonomia finanziaria non c’è libertà. L’Italia però, con il suo 52,5 per cento, registra un tasso di occupazione femminile fra i più bassi di tutta l’Unione Europea. Questo espone chi resta fuori dal mercato del lavoro alla dipendenza economica, un aspetto su cui le istituzioni, stimolate da leggi europee e da una sensibilità crescente, hanno iniziato a prendere misure, stanziando fondi, stringendo accordi con le associazioni di categoria e istituendo certificazioni: per esempio quelle relative alla parità di genere e alla D&I (Diversità & Inclusion), che consentono alle aziende di beneficiare di sgravi contributivi e di un punteggio aggiuntivo nelle gare d’appalto.

Misure per donne vittime di violenza: cosa fanno le aziende

Se da un lato le imprese sono incentivate ad adottare policy su questo tema, è vero anche che la loro responsabilità è cresciuta nel tempo, come spiega Barbara Falcomer, Direttrice Generale di Valore D, network di circa 400 aziende che insieme a Fondazione Una Nessuna Centomila ha messo a punto una serie di strumenti concreti a disposizione delle imprese per agire e fare rete. «Le aziende, se da una parte si configurano come microcosmi che riproducono la società e le dinamiche esistenti, dall’altra sono fortissimi generatori e acceleratori del cambiamento, spazi di crescita e decostruzione di pregiudizi e stereotipi». E così fioriscono progetti per sviluppare una cultura aziendale anti-violenza e discriminazioni tra workshop con CAV, servizi di helpline psicologico e assistenza legale, canali interni per segnalare abusi e violenze, fuori e dentro gli uffici.

Dalle policy anti violenza agli Ambassador

Fondazione Libellula, che offre percorsi di formazione e sensibilizzazione per le aziende, ha sviluppato il primo network di aziende, riconosciuto a livello europeo, che hanno scelto di unirsi nel contrasto alla violenza e discriminazione di genere. La Fondazione, grazie al network, impatta su circa 2 milioni di lavoratrici e lavoratori. «Solo lo scorso anno abbiamo formato più di 180 Ambassador, collaboratori e collaboratrici delle aziende formati come punti di riferimento per intercettare situazioni a rischio, ascoltare e orientare le persone, laddove necessario, verso canali di intervento e supporto mirato» spiega Debora Moretti, Fondatrice e Presidente di Fondazione Libellula. «Allo stesso tempo, molte delle aziende del network hanno creato con il nostro supporto policy anti molestie e inserito la figura della Consigliera di Fiducia, team di persone con competenze pedagogiche e legali, per orientare verso i percorsi attivabili all’interno dell’azienda (es: procedura delle policy esistenti) o all’esterno, attraverso una rete di relazioni sui territori (centri anti violenza, forze dell’ordine, centri assistenziali, etc…)».

Misure per donne vittime di violenza: il congedo

Non è lasciata alla sensibilità del datore di lavoro, ma è invece una norma di legge, quella che prevede il congedo fino a 90 giorni. È una misura ancora poco nota, ma che aiuta a mantenere il posto di lavoro, cosa non scontata sia perché il maltrattante sa dove si trova, sia perché spesso si è costrette a lasciare la propria città per ricostruirsi una vita. Cristina Carelli, operatrice del Cadmi, storico centro antiviolenza di Milano, spiega come funziona: «Riguarda tutte le lavoratrici dipendenti, quelle con contratto di collaborazione coordinata e continuativa e le autonome. Resta esclusa chi ha un impiego irregolare o sommerso, e questo è un limite».

I requisiti per usufruire del congedo

«Si deve aderire ad un progetto di protezione certificato dai servizi sociali, da un centro antiviolenza o da una casa rifugio e fare domanda all’Inps, avvertendo il datore di lavoro con una richiesta scritta e un preavviso di 7 giorni». Alcune aziende, grazie ad accordi interni, estendono il congedo: Findomestic fino a quattro mesi, includendo questo periodo nel computo dell’anzianità di servizio, ferie, tredicesima e TFR. Generali si spinge fino a sei mesi, a cui aggiunge 15 giorni di permesso retribuito per appuntamenti medici, procedimenti legali e altre attività relative ad abusi domestici. L’Oréal prevede disposizioni di sicurezza specifiche, come il trasferimento ad altra sede, la riassegnazione temporanea dei ruoli, la modifica del numero di telefono e dell’indirizzo email, il supporto nell’identificazione di un alloggio di emergenza e l’aiuto economico per lo stesso, pari a due mesi di affitto.

Misure per donne vittime di violenza: il part time

Sempre per legge, le donne vittime di violenza hanno diritto anche al part time, trasformabile in qualsiasi momento in contratto a tempo pieno, a patto che vi siano posti disponibili nell’organico.

Sgravi fiscali per le aziende

Sgravi fiscali sono previsti anche per chi assume donne vittime di violenza. Nell’ultima Legge di bilancio sono stati previsti speciali esoneri contributivi, molto attraenti soprattutto per le piccole aziende o le cooperative, sempre alla ricerca di forme di risparmio: «Una sorta di bonus di 12,5 milioni di euro, purtroppo non strutturale ma limitato al triennio 2024-2026» spiega Mariangela Zanni, consigliera nazionale della rete Di.Re. «È destinato a imprenditori, studi professionali, associazioni e fondazioni. Chi assume una donna vittima di violenza può beneficiare quindi di uno sgravio totale dai contributi previdenziali (esclusi i premi Inail) fino a 8mila euro all’anno». E la pensione? «La pensione non viene intaccata: lo sgravio contributivo è coperto dalla finanza pubblica» precisa Zanni.

I requisiti per beneficiare degli sgravi fiscali

«Possono essere assunte le donne seguite da un centro antiviolenza e che percepiscano il Reddito di libertà (400 euro al mese), introdotto nel 2020 con la pandemia e rifinanziato ogni anno». Misura però inadeguata, come denuncia Antonella Veltri, ex presidente D.i.Re. «Sono stati stanziati 10 milioni all’anno per il triennio 2024, 2025, 2026 ma i conti sono presto fatti: in media, poco più di 1600 donne all’anno possono accedere al contributo. Le sole associazioni della Rete D.i.Re, nei primi 10 mesi del 2024 hanno accolto 21.842 donne. Certo, non tutte avranno necessità di accedere al contributo, ma i numeri sono evidentemente ancora molto squilibrati».

Il Microcredito di libertà per ottenere un prestito

Spesso le donne che hanno vissuto una relazione violenta non riescono neppure a ottenere un prestito: i normali regolamenti bancari sono ostici e non tengono conto delle particolari condizioni psicologiche e sociali in alcuni casi perfino alcuni istituti chiedono una garanzia da parte proprio dei partner da cui vorrebbero scappare. Per questo è stato messo a punto il Microcredito di libertà, una misura recente che fa capo all’Ente nazionale per il Microcredito, ente pubblico non economico capofila del progetto promosso dal ministero delle Pari opportunità. Le donne seguite da uno dei centri antiviolenza accreditati presso le Regioni vengono aiutate a sviluppare un progetto imprenditoriale a partire dalle loro capacità: per esempio, una lavanderia a gettoni, un laboratorio di sartoria, un panificio. Tutto avviene tramite una piattaforma informatica dove i centri segnalano le donne adatte ad accedere al credito. Quindi intervengono le banche e solo alla fine si inserisce il codice fiscale della donna. La privacy è così garantita. Le donne sono seguite da un tutor in tutte le fasi: dalla richiesta del prestito – fino a 75.000 euro da restituire senza interessi – alla realizzazione del progetto vero e proprio.

Microcredito sociale: un prestito anche per l’affitto

Un bel cambiamento culturale da parte delle banche aderenti al progetto, disposte in questo caso a rinunciare ai loro profitti. Con questa misura si può chiedere anche un piccolo prestito, per esempio per dare la caparra di un affitto, prendere la patente o sostenere spese mediche per sé e i figli. Si tratta del microcredito sociale. Lo Stato presta fino a 10.000 euro, da restituire sempre senza interessi e con la garanzia del Fondo (Info: www.microcreditodiliberta.it.). «La prima fase del progetto si è chiusa a fine 2024 con una valutazione positiva da parte dei partner ben intenzionati a implementare questa seconda fase» spiega la capo progetto Daniela Brancati. «È importante sottolineare che non ci sono state sofferenze bancarie, ossia crediti non restituiti da parte delle donne che ne hanno usufruito, il che dimostra la linearità di tutto il processo: selezione, formazione e tutoraggio, che si svolge nella massima trasparenza e nel rispetto assoluto delle donne».