Molte donne non denunciano le violenza che subiscono in famiglia perché dipendono economicamente dal marito: non hanno un lavoro, spesso nemmeno un conto corrente. Per aiutarle, almeno per un certo periodo, esiste il Reddito di libertà: un contributo che ora sale a 530 euro al mese per un anno.
Il reddito di libertà aumenta
L’importo fino allo scorso anno era di 400 euro, ma l’lnps ha appena deciso per un aumento del contributo mensile: le donne vittime di violenza e in condizione di bisogno avranno diritto a 530 euro, per massimo 12 mensilità, nei limiti delle risorse disponibili. Il ritocco al rialzo era previsto (e atteso) fino dallo scorso settembre, quando a stabilire l’aumento della cifra era stato un decreto interministeriale. In una circolare ora l’ente di previdenza chiarisce che le domande accolte nel 2025 rientreranno tra quelle che hanno diritto all’integrazione dell’importo. Il contributo è riservato alle donne vittime di violenza in condizione di povertà, con o senza figli e seguite dai centri antiviolenza e dai servizi sociali.
Cos’è il Reddito di libertà
La misura era stata istituita nel 2021 e poi rifinanziata. I fondi statali nel 2023 si erano esauriti molto presto, ma alcune Regioni ne avevano messi a disposizione altri. «L’aspetto positivo è che il Reddito può essere richiesto insieme ad altre forme di sostegno, per esempio l’assegno di inclusione, e si può percepire anche se si lavora» spiega Mariangela Zanni, operatrice della rete D.i.Re. «Trattandosi di queste cifre, più che di un reddito vero e proprio, è un sostegno al reddito: in quale città puoi pagare un affitto con questa somma?».
I requisiti per il Reddito di libertà
Il requisito per ottenere il Reddito di libertà è essere seguita da un centro antiviolenza. «Rilascia una dichiarazione, che la donna deve consegnare ai servizi sociali del proprio Comune, e attesta anche la condizione di bisogno. Sarà l’Inps poi a erogare i soldi. Però il denaro non viene distribuito in modo uniforme: le regioni più “ricche” sono quelle con maggior popolazione femminile tra i 18 e i 67 anni». Cosa vuol dire? Che le regioni in cui vengono erogati più Redditi di libertà non coincidono con quelle in cui si registrano più casi di violenza. «Le differenze non riguardano solo la quantità di fondi a disposizione, ma anche il valore dell’assegno: la cifra ha un potere d’acquisto diverso in base alla città in cui si vive» chiarisce Zanni.
Il Reddito di libertà non richiede l’Isee
Positivo è il fatto che non si debba presentare l’Isee, certificazione che non fotografa la situazione attuale ma quella dei 2 anni precedenti. «Si evita così, per esempio, che una donna già separata si trovi costretta a chiedere documenti all’ex. O che il reddito risulti perfino alto, perché è quello dell’intero nucleo familiare, e la misura non possa essere richiesta».
Pochi fondi per tante donne
Certo, i fondi sono scarsi. «Nel triennio 2021-2023, su 5.039 domande inviate, ne sono state accolte solo 2.600: poco meno della metà. Tra le donne seguite nei centri della rete D.i.Re, nel 2021 ha ricevuto il Reddito meno del 12%, cioè 2.700 su 23.000» aveva chiarito Zanni prima del ritocco della cifra prevista per il 2026. Sarebbe auspicabile, però, che tutte le vittime di violenza potessero usufruire di questi soldi. Non tutte, infatti, scelgono di farsi seguire da un centro, perché magari vivono in una regione dove di centri ce ne sono molto pochi, o hanno un luogo in cui trasferirsi con i figli, o il compagno è stato arrestato in flagranza, o ancora non sono strutturate psicologicamente per affrontare un percorso simile.
Nuova opportunità per rientrare tra le beneficiarie
Ora l’Inps ricorda comunque che anche chi fosse rimasta esclusa dalle precedenti assegnazioni del 2025, potrebbe rientrare in una nuova finestra. Completata l’integrazione delle domande accolte nel 2025, l’Istituto di previdenza – si legge in una nota – procederà a disporre il pagamento delle domande presentate nel 2026, sempre nei limiti delle risorse a disposizione, dandone comunicazione alle interessate. Sempre l’Inps ricorda che le domande presentate entro il 31 dicembre 2025 e non accolte per insufficienza di risorse sono decadute, ma possono essere ripresentate dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 per accedere al contributo nel 2026. La domanda è trasmessa all’Inps esclusivamente tramite i Comuni.