reddito di libertà

Reddito di libertà: come funziona

Il Reddito di libertà è stato rifinanziato, ma 400 euro al mese non bastano per essere indipendenti economicamente. Ecco in cosa consiste questa misura che aiuta le donne vittima di violenza

Molte donne non denunciano le violenza che subiscono in famiglia perché dipendono economicamente dal marito: non hanno un lavoro, spesso nemmeno un conto corrente. Per aiutarle, almeno per un certo periodo, esiste il Reddito di libertà: un contributo di 400 euro al mese per 1 anno.

Cos’è il Reddito di libertà

La misura, istituita nel 2021, è stata rifinanziata dal governo con 10 milioni per ciascuno degli anni dal 2024 al 2026, che scenderanno a 6 dal 2027. I fondi statali nel 2023 si sono esauriti molto presto, ma alcune Regioni ne hanno messi a disposizione altri. «L’aspetto positivo è che il Reddito può essere richiesto insieme ad altre forme di sostegno, per esempio l’assegno di inclusione, e si può percepire anche se si lavora» spiega Mariangela Zanni, operatrice della rete D.i.Re. «Trattandosi di 400 euro al mese, più che di un reddito vero e proprio, è un sostegno al reddito: in quale città puoi pagare un affitto con questa cifra?».

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I requisiti per il Reddito di libertà

Il requisito per ottenere il Reddito di libertà è essere seguita da un centro antiviolenza. «Rilascia una dichiarazione, che la donna deve consegnare ai servizi sociali del proprio Comune, e attesta anche la condizione di bisogno. Sarà l’Inps poi a erogare i soldi. Però il denaro non viene distribuito in modo uniforme: le regioni più “ricche” sono quelle con maggior popolazione femminile tra i 18 e i 67 anni». Cosa vuol dire? Che le regioni in cui vengono erogati più Redditi di libertà non coincidono con quelle in cui si registrano più casi di violenza. «Le differenze non riguardano solo la quantità di fondi a disposizione, ma anche il valore dell’assegno: 400 euro hanno un potere d’acquisto diverso in base alla città in cui si vive» chiarisce Zanni.

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Il Reddito di libertà non richiede l’Isee

Positivo è il fatto che non si debba presentare l’Isee, certificazione che non fotografa la situazione attuale ma quella dei 2 anni precedenti. «Si evita così, per esempio, che una donna già separata si trovi costretta a chiedere documenti all’ex. O che il reddito risulti perfino alto, perché è quello dell’intero nucleo familiare, e la misura non possa essere richiesta».

Pochi fondi per tante donne

Certo, i fondi sono scarsi. «Nel triennio 2021-2023, su 5.039 domande inviate, ne sono state accolte solo 2.600: poco meno della metà. Tra le donne seguite nei centri della rete D.i.Re, nel 2021 ha ricevuto il Reddito meno del 12%, cioè 2.700 su 23.000» prosegue Zanni. Sarebbe auspicabile che tutte le vittime di violenza potessero usufruire di questi soldi. Non tutte, infatti, scelgono di farsi seguire da un centro, perché magari vivono in una regione dove di centri ce ne sono molto pochi, o hanno un luogo in cui trasferirsi con i figli, o il compagno è stato arrestato in flagranza, o ancora non sono strutturate psicologicamente per affrontare un percorso simile.

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