In Italia più che di “maternità e lavoro” bisogna parlare di “maternità o lavoro” perché i due elementi non sono vere opportunità ma alternative. La conferma, l’ennesima, viene dall’XI edizione del Rapporto “Le Equilibriste, la maternità in Italia” diffuso a pochi giorni dalla Festa della Mamma ed elaborato dal Polo Ricerche di Save the Children. I dati fotografano una situazione che si fa ogni anno più preoccupante in un Paese, il nostro, dove nascono sempre meno bambini e la popolazione invecchia. Quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio e, nel settore privato, il 25% delle madri under 35 esce dal mercato del lavoro nell’anno della nascita del primo figlio.

Save the Children denuncia la forte penalizzazione per le mamme lavoratrici

Ci sono poi differenze marcate tra aree geografiche: il tasso di occupazione arriva al 73,1% al Nord, 71% al Centro, mentre al Sud e isole scende al 45,7%. E tra le madri con figli minori il tasso di occupazione cresce in modo netto per le più istruite. Il quadro d’insieme è quello di una forte child penalty, ossia l’avere un figlio impatta sulla possibilità di lavorare, di avere uno stipendio adeguato e di fare carriera. «Per sostenere davvero la genitorialità è fondamentale adottare politiche strutturali, fondate su interventi integrati: occupazione stabile, servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, adeguati strumenti di sostegno economico e percorsi di autonomia abitativa per le giovani generazioni. Serve rafforzare un welfare coerente e coordinato lungo tutto l’arco della vita, insieme a un’organizzazione del lavoro compatibile con le responsabilità familiari» spiega Giorgia D’Errico, Direttrice Affari pubblici e Relazioni istituzionali di Save the Children.

Bisogna supportare le mamme con un welfare più efficiente

Le richieste delle mamme sono chiare. «A un convegno a cui ho partecipato un’imprenditrice ha spiegato che nella sua azienda il lavoro è organizzato in modo tale da permettere alle donne di uscire alle 15.30 perché possano andare a prendere i bambini a scuola o all’asilo. Il giorno dopo, mi ha poi rivelato, ha ricevuto centinaia di curriculum di mamme che le chiedevano di assumerle».

Le mamme che lavorano vogliono tempo per seguire i figli

Mentre lo racconta, Taryn di Ventura, consulente di carriera per il ricollocamento professionale post-maternità (@unlavoropermamma), ed esperta di work-life balance, osserva: «È un fatto emblematico, perché sintetizza il desiderio principale delle mamme che lavorano: avere il tempo per i figli. Vogliono portarli a scuola e alle visite mediche, assistere alle recite. E non sentirsi in colpa se arrivano 10 minuti dopo, che poi, tra l’altro, recuperano, perché il bambino una mattina fa storie e non vuole stare all’asilo. In sostanza, le mamme chiedono flessibilità.

Una forma di flessibilità è l’orario ridotto

Non intendo il part-time, molto penalizzante dal punto di vista economico e della carriera. Ma, per esempio, l’orario ridotto a 6 ore. A chi lo fa durante l’allattamento suggerisco di dimostrare al proprio capo che si riesce comunque a svolgere il proprio lavoro e di estendere la formula anche una volta finito il periodo di allattamento». Gli incastri tra professione e genitorialità sono una sfida così tosta che porta molte neomamme a lasciare l’impiego dopo la nascita del primo figlio.

Spesso la madre lavoratrice non conosce tutti i suoi diritti

«La dipendente è assalita da vari dubbi fin da quando scopre di essere incinta: quando comunicare la gravidanza al datore di lavoro, quali sono i diritti che può esercitare e come conciliare tutto una volta che il bambino è nato» spiega la consulente dal lavoro Valentina Filippini. «Uno strumento valido che la nostra normativa ci ha dato è il congedo parentale: 11 mesi complessivi per nucleo familiare, di cui 6 mesi per la mamma».

Può essere utile spezzettare il congedo parentale

La novità di quest’anno è che lo si può utilizzare non fino ai 12 ma fino ai 14 anni del bambino, anche se è vero che, per chi ha terminato il congedo di maternità o, in alternativa, di paternità successivamente al 31 dicembre del 2024, viene retribuito per 3 mesi all’80% e poi al 30%. La maggior parte delle persone lo aggancia subito tutto alla fine di quello obbligatorio. Il mio consiglio, invece, è di tenersene una parte da usare più avanti. Può essere preziosa, come piccolo cuscinetto oltre alle proprie ferie e permessi per gestire tante situazioni. È possibile anche sfruttarlo a singole giornate o a ore. Alcuni contratti collettivi di lavoro consentono, di prendere anche solo 2 ore di congedo al giorno».

Non tutte le aziende possono concedere orari flessibili

Ma le aziende come rispondono alla richiesta di maggiore flessibilità? «Premesso che ci sono impieghi, come quelli su turni o in alcuni settori, dove non è praticabile, se c’è una cosa che ho visto cambiare negli ultimi anni è proprio la disponibilità degli imprenditori su questo fronte» dice Taryn di Ventura.

Oggi la flessibilità conta più dell’aumento di stipendio

«Per due motivi: da un lato, perché in alcuni ambiti c’è carenza di personale, dall’altro, perché hanno capito che un dipendente che sta bene produce bene e non cerca un’altra azienda. Oggi nemmeno i soldi sono più una leva come un tempo. Magari viene dato un aumento, ma si rivela non essere la richiesta prioritaria delle dipendenti. Per questo è importante che le aziende cerchino di capire, magari con sondaggi anonimi, quali siano i bisogni e i desideri dei dipendenti».

L’attenzione alla persona trasmette una immagine positiva dell’azienda

Un approccio che piace anche a chi mamma non è. «Tra le persone che mi chiedono una consulenza c’è chi mi dice: “Io non ho figli, però, se un posto di lavoro si mostra tanto attento alle mamme, vuol dire che la cultura aziendale tiene in considerazione il benessere delle persone che lavorano lì”». Diverso il discorso per le lavoratrici autonome, universo che comprende molteplici declinazioni di oneri e guadagni.

Le regole per le lavoratrici autonome sono diverse

«La maternità obbligatoria per la dipendente prevede l’astensione totale dal lavoro, la lavoratrice autonoma invece percepisce un’indennità ma può continuare a lavorare» spiega Filippini. «Le indennità variano e dipendono dalla cassa professionale a cui si è iscritte. Io ho due figli e considero la mia Partita Iva il terzo, perché è come se fosse un altro bambino da curare sempre: non può essere abbandonato, perché staccare per tanti mesi significa perdere troppe opportunità lavorative, se non addirittura uscire dal mercato».

Aumenta il numero di padri che chiedono il congedo di paternità

Certo è che i servizi pubblici di supporto sono carenti e, fa notare Filippini, «a differenza del passato, oggi con l’avanzamento dell’età pensionabile molti nonni ancora lavorano e non possono occuparsi dei nipoti». Ma al fianco delle mamme lavoratrici iniziano a ricoprire il loro ruolo i padri lavoratori. «Una volta quei pochi che si azzardavano a chiedere il congedo venivano presi in giro, ora pian piano le cose stanno cambiando soprattutto grazie ai giovani» osserva Taryn di Ventura, tra gli esperti sul palco del Festival Nidi Fioriti il 23 maggio a Milano.

I padri vogliono essere più partecipi

Concorda Valentina Filippini: «Oggi nelle consulenze spesso mi chiedono la possibilità di partecipare come coppia, soprattutto se la mamma è Partita Iva e il papà dipendente. Sarebbe però bello che la divulgazione dei diritti legati alla genitorialità avvenisse già nei percorsi alla nascita. A Verona, grazie al progetto Aequitas finanziato dalla Regione Veneto con fondi europei insieme all’azienda Lavoro & Società, in scuole e Comuni do informazioni sui diritti dei genitori che lavorano».

A livello culturale c’è ancora tanto lavoro da fare

Costruire una nuova cultura è un processo laborioso in una società dove, ammette Filippini, «se si pone la domanda “Chi dei due rinuncia al lavoro per occuparsi del bambino?”, pare ancora scontato che quella resti una penalizzante prerogativa femminile».