Questo articolo è nato da una parentesi tonda, tipica punteggiatura depositaria di frecciatine. Io, nata nel 2001, in un consueto scambio di idee, ho scritto alla mia direttrice 50enne: «(Piccolo inciso: a noi Gen Z del potere interessa poco)». Lei è molto aperta al confronto. Così da queste 10 parole sono nate le 1.523 che stai leggendo. “Marta, perché non ci scrivi un pezzo?”. Ok, me la sono cercata.
Bisognosa di spunti, sono finita al numero 5 di Via San Vigilio, a Milano. Randstad Box, spazio di coworking gratuito dedicato ai giovani, proponeva un workshop sul dialogo tra generazioni. Non parte benissimo: esco Baby Boomer da un test costruito per capire se la mia testa viaggi alla stessa velocità della mia carta d’identità. Evidentemente sono ferma al Piaggio Ciao. Un po’ “cringiata”, mi domando: e se i confini generazionali fossero molto meno netti di quanto pensiamo? La risposta arriva con il laboratorio delle costellazioni, in cui ci chiedono di disegnare le nostre priorità: stelle grandi per ciò che conta davvero, piccole per il resto. Risultato incredibile. Indipendentemente dall’età, si assomigliano tutte: famiglia, amici, salute, felicità. Esco da lì un po’ più benevola nei confronti degli umani “vintage”, in fondo viviamo tutti la stessa vita. Peccato che quella benevolenza, neanche 24 ore dopo, si sia schiantata contro un: «Guarda che anche noi abbiamo fatto la gavetta e vissuto in casa con la nonna fino al matrimonio!».
Scontro generazionale: una guerra di valori o un problema di traduzione?
Eccolo, lo scontro. «Ne parliamo come se fosse qualcosa di nuovo. In realtà, come ha detto George Orwell, “ogni generazione si crede più intelligente di quella che è venuta prima e più saggia di quella che è venuta dopo”. Tendiamo spesso a sopravvalutare il nostro punto di vista e a sottovalutare il contesto degli altri». Rachele Focardi è esperta globale di diversità generazionale e autrice di Generazioni a confronto (Hoepli, 2024). Pensa che il conflitto non nasca da valori opposti, ma da contesti che non ci siamo mai presi la briga di conoscere. «Ogni generazione è una capsula del tempo. Il prodotto dell’epoca in cui è cresciuta, del tipo di educazione ricevuta, della tecnologia, dei modelli di leadership di quel periodo storico. Senza il contesto, rischiamo di interpretare come difetti quelle che in realtà sono differenze di vissuto e linguaggio».

Invece di aprire quella capsula, applichiamo etichette come fossimo scatole. I Gen Z descritti come fragili, pigri, troppo sensibili. I Millennial tacciati di essere indecisi, bamboccioni, eterni Peter Pan. Gen X liquidata come workaholic fuori tempo massimo. L’ageismo colpisce in tutte le direzioni, spesso in modo inconsapevole, e le definizioni anagrafiche diventano pericolose se usate nel modo sbagliato. «Gli stereotipi creano silos e alimentano le supposizioni, facendoci interpretare male le intenzioni degli altri». Focardi nota che la Gen Z può considerare certe strutture gerarchiche poco umane, mentre i senior possono leggere il bisogno di feedback continui come mancanza di resilienza. «Alla base, però, tutti vogliono sentirsi visti, ascoltati e rispettati. E credo che, sotto sotto, ci siano anche paure che raramente verbalizziamo. Gli adulti temono di diventare obsoleti, di perdere rilevanza in un mondo che cambia velocemente. I giovani temono di non essere presi sul serio, di essere ritenuti superficiali ancora prima di avere voce».
Ogni generazione si sente incompresa dalle altre
Solitudini che si voltano le spalle, convinte di avere ragione. Il libro di Focardi parte proprio da questa tesi. Pur avendo mentalità, aspettative e modi di comunicare differenti, Boomer, Gen X, Millennial e Gen Z hanno una caratteristica in comune: si sentono incompresi. In un team multigenerazionale, nota l’esperta, fino al 75% di ciò che una persona intende comunicare può essere interpretato in modo completamente diverso da chi ascolta: codifichiamo e decodifichiamo i messaggi attraverso filtri costruiti in epoche diverse. Il rispetto, per esempio: per i senior significava non mettere in discussione l’autorità e “tenere duro”; per molti giovani di oggi, invece, è bidirezionale e passa da ascolto reciproco, attenzione al benessere mentale, possibilità di contribuire anche da junior. «Non abbiamo un problema generazionale. Abbiamo un problema di traduzione tra generazioni» dice Focardi. «Il risultato è che si lavora “accanto” invece che “insieme”. E lo spreco, umano ma anche organizzativo e sociale, è enorme. Focardi fa un altro esempio concreto: «Il discorso sulla tecnologia è illuminante. Oggi critichiamo i giovani perché “isolati” dai telefoni, ma ogni generazione ha avuto strumenti che ne hanno trasformato il rapporto con il mondo. La mia, la Gen X, fu tra le prime a preoccupare sociologi e adulti perché con il walkman poteva finalmente isolarsi dal contesto esterno e chiudersi nel proprio mondo».
Famiglia, salute, felicità: le priorità che non cambiano con l’età
Se smettessimo di “tradurre” male e guardassimo più in profondità, troveremmo qualcosa di sorprendente. Nei suoi workshop Rachele Focardi fa sempre la stessa domanda a persone di qualsiasi età: «Avreste voluto più stabilità? Più gentilezza sul lavoro? Capi migliori? Più tempo con la famiglia?». Risposta: alzano tutti la mano, tutti. Anche la qui presente Baby Boomer in sella al suo Ciao. «Si cercano cose molto simili: una vita dignitosa, relazioni significative, sentirsi apprezzati, avere la possibilità di costruire qualcosa e di lasciare un’eredità positiva». Ma c’è un “ma”. «Cambiano enormemente le condizioni di partenza e il contesto in cui questi bisogni prendono forma».
Prendiamo il concetto di stabilità. «Per un Boomer significava trovare un posto fisso per decenni: il lavoro non doveva necessariamente piacere, era soprattutto sicurezza economica. I Millennial, cresciuti vedendo i propri genitori perdere quella sicurezza nella crisi del 2008 o sacrificare tutto per il lavoro, hanno cominciato a chiedere anche equilibrio e flessibilità». E sono stati loro, ricorda Focardi, a mettere in discussione l’idea che il burnout fosse un simbolo di successo. Per noi Gen Z, cresciuti in un mondo veloce e imprevedibile, la stabilità passa soprattutto dal sentirsi psicologicamente al sicuro. Il che, continua Focardi, «in culture che per decenni hanno normalizzato la sofferenza emotiva richiede un bel po’ di coraggio».
Casa, amore, lavoro: i sogni ci sono, ma le possibilità?
E poi c’è la casa, forse l’esempio più eloquente. L’Ipsos Generations Report 2026, studio annuale globale appena uscito, rileva che il 62% dei Gen Z si aspetta ancora di possederne una, un giorno, il 55% spera di sposarsi e il 50% di diventare genitore. I sogni ci sono ancora, sono gli stipendi e il mercato immobiliare che non hanno ricevuto il memo. E il 71% degli intervistati in 29 Paesi lo sa: anche lavorando sodo, per i giovani di oggi trovare una casa adeguata è diventato difficilissimo. Lo stesso sembra valere per l’amore. Secondo lo Human Connection Study di Match Group dello scorso gennaio, l’80% dei single Gen Z crede che troverà il vero amore, più di qualsiasi generazione precedente. Eppure il 75% dice di non avere fretta e il 45% di non essere ancora pronto: prima viene il lavoro su se stessi. Il desiderio è fortissimo, cambia il percorso per arrivarci.
Il problema è che quasi nessuno si ferma a scoprire i reciproci punti di partenza. Soprattutto al lavoro, l’ambiente in cui oggi si ritrovano a interagire quotidianamente fino a 5 generazioni diverse. «In uno dei nostri studi, circa il 90% delle persone ha dichiarato di sapere poco o nulla di ciò che ha plasmato i propri colleghi» dice Focardi. Non ne conosciamo l’educazione, il background, le lotte. Io, che me ne rendo conto ora mentre scrivo, non faccio eccezione. Eppure il Report Ipsos, che ha analizzato le risposte di oltre 3,6 milioni di lavoratori tra i 16 e i 66 anni, mostra che il ciclo lavorativo segue lo stesso schema: l’ottimismo iniziale lascia il posto al realismo, poi alla pressione, infine a un rapporto con il lavoro più concreto e selettivo. E ciò che unisce tutti, come la possibilità di essere se stessi e l’orgoglio per ciò che si fa, mostra pochissima variazione tra le fasce d’età.
Dialogare tra generazioni si può: basta smettere di presumere e iniziare a chiedere
Dunque, smettiamola di presumere. Bisogna conoscere e, per conoscere, bisogna chiedere. «Ripartiamo dalla curiosità umana. Invitate un giovane collega a pranzo e fate domande vere. Domandategli cosa lo tiene sveglio la notte, cosa sogna, cosa teme. E poi raccontate anche cosa ha formato voi». Una volta Focardi ha fatto questa proposta a un gruppo di bambini di 10 anni: «Quanti di voi hanno mai chiesto ai propri nonni com’era la loro vita da giovani?». Nessuno ha alzato la mano. «Queste conversazioni dovrebbero iniziare molto prima del lavoro, a casa». Il progresso generazionale, conclude, non è una gara. «È una staffetta: ognuno costruisce su qualcosa che qualcun altro ha creato, sfidato o migliorato prima. Ogni generazione giovane viene vista come problematica o destabilizzante, eppure spesso è proprio quella tensione a mettere in discussione sistemi che non funzionano più».
Non so se la mia direttrice si aspettasse un articolo così. Magari mi voleva più combattiva, s’immaginava una filippica contro il potere alla Miranda Priestley, prevedeva un duello del tipo: «Alla vostra età si lavorava, non si chiedeva lo smart working!», «E alla vostra la casa costava 3 stipendi, mica 30!». Mentre ci rinfacciamo disagi e privilegi a vicenda, l’unica vera arroganza è pensare di poter capire il dolore degli altri solo perché abbiamo vissuto il nostro. Rachele Focardi ha ragione quando dice che «oggi parliamo tantissimo “di” generazioni, ma troppo poco “tra” generazioni». Quindi, direttrice, una promessa: proverò a mettere meno parentesi e più punti di domanda nei nostri prossimi scambi di idee.
Mini glossario: come capire a quale generazione appartieni
Ecco una guida essenziale per distinguere le varie generazioni. Non solo per data di nascita.
BABY BOOMER (1946-1964) Cresciuti durante il boom economico del Dopoguerra, hanno vissuto gli anni delle grandi trasformazioni sociali e delle battaglie per i diritti civili. Il lavoro era spesso associato a stabilità e identità.
GEN X (1965-1980) Hanno attraversato la fine della Guerra Fredda e l’arrivo della rivoluzione digitale, dal walkman ai primi computer, fino a Internet. Sono la generazione “ponte” tra mondo analogico e digitale.
MILLENNIAL O GEN Y (1981-1996) Cresciuti con Internet e i primi social, sono entrati nel mondo del lavoro durante o dopo la crisi del 2008. Hanno iniziato a mettere in discussione “il lavoro prima di tutto”.
GEN Z (1997-2012) È la prima generazione cresciuta completamente online, con una pressione sociale costante. Ha vissuto pandemia, instabilità geopolitica, ansia climatica e contribuito a rendere più aperto il dibattito sulla salute mentale.
GEN ALPHA (dal 2013) Cresciuti con tablet, A.I. e assistenti vocali, vivono un rapporto con il digitale ancora più naturale rispetto alle generazioni precedenti.