«Siamo un caso di rimozione collettiva. I Boomer ci bullizzano perché non siamo stati capaci di diventare ricchi quanto loro e i più giovani ci considerano cringe». L’insegnante e blogger Galatea Vaglio, classe 1972, incasella così sui social la Generazione X. L’incognita di un’equazione di cui si parla poco e che non suscita l’interesse nemmeno delle dirette interessate, indaffarate tra le crescenti sfide sul lavoro, i genitori (quelli che hanno spianato una strada dove poi si sono aperte tante buche) e i figli (quelli a cui la strada la si dovrebbe aprire, ma ai quali non sta bene la direzione indicata). Il vittimismo, tuttavia, non è adatto a raccontare il complesso mondo Gen X, che ha tanti motivi di orgoglio.

L’attitudine al pragmatismo

«Quando si parla di questa generazione, ci si riferisce ai nati tra la metà degli anni ’60 e il 1980. Si tratta in realtà di due coorti demografiche distinte, perché entrate nella vita adulta in fasi storiche diverse» avverte la sociologa e filosofa Chiara Saraceno, professoressa emerita dell’Università di Torino e del Berlin Social Science Center e autrice di La famiglia naturale non esiste (Laterza).

«La prima coorte è stata protagonista della riduzione e poi della chiusura del gap di genere nell’istruzione. A livello di coppia, si è delineata una maggiore simmetria di età e di livello di istruzione tra i coniugi. Questa generazione è diventata adulta mentre veniva modificato il diritto di famiglia e venivano garantiti il diritto al divorzio, all’aborto, alla contraccezione legale.

La seconda coorte è diventata adulta dando per scontata l’uguaglianza nel mercato del lavoro, in politica, in famiglia, salvo scoprire che era ancora difficilmente praticata. Per quanto riguarda il femminismo, le donne della seconda coorte sono state meno militanti delle loro madri, beneficiando delle conquiste per le quali queste avevano lottato, ma dovendo fare i conti con meccanismi di discriminazione ed esclusione meno trasparenti, sui quali perciò era più difficile mobilitarsi».

Tra crisi storiche e nascita dei pionieri digitali

La storia ha preso poi una piega poco favorevole: sono arrivate le crisi petrolifere, l’inflazione, la disoccupazione, il terrorismo… «Se i Baby Boomer hanno costruito, i Gen X hanno dovuto imparare presto a muoversi tra le macerie economiche e sociali di una prosperità in declino. Il loro pragmatismo deriva dalla precoce consapevolezza che quello che era stato promesso non era affatto scontato. Pensiamo anche, per esempio, a quanto il disastro di Chernobyl nel 1986 abbia fatto vacillare la fiducia verso il progresso» sottolinea la sociologa Isabella Pierantoni, fondatrice di Generation Mover™ e autrice di Il secolo delle generazioni (Il Mulino).

«I Gen X hanno dovuto adattarsi e muoversi in fretta. Anche se non li si associa alla tecnologia, ricordiamo che nel 1984 nasce il primo Macintosh Apple, l’informatica entra nelle case e nelle scuole, gli adolescenti X sono i primi a familiarizzare con i computer». Insomma, più che di “immigrati digitali”, sarebbe meglio parlare di pionieri digitali, che hanno anche aperto confini partecipando ai primi progetti Erasmus.

collage di foto di persone Gen X
Foto Stocksy

Il valore sul lavoro

E sul lavoro come si muovono gli Xers, che oggi sono circa 9 sui 24 milioni di occupati in Italia? «Un tempo la vita era strutturata in modo trifasico: studi, lavori, vai in pensione. La Gen X è cresciuta con questa impostazione, che ha dovuto in parte rivedere per strada, perché per i più giovani, a partire dai Millennials, cambiano le priorità, i luoghi di lavoro e anche le professionalità» dice Giulio Beronia, Age Intelligence & Workforce Strategist e autore del podcast That’s Y. Che aggiunge: «Sono soprattutto persone di questa generazione a occupare oggi i posti importanti a livello economico e culturale».

Allora quanto è fondata l’accusa di carrierismo rivolta, oltre che ai Boomer, agli Xers? «Credo che sia indirizzata più agli uomini e al modello maschile di potere che alle donne» sostiene Saraceno. «Peraltro i giovani uomini ora dicono spesso quello che le donne hanno sempre detto, ovvero che il lavoro non può mangiarsi tutta la nostra energia e tutto il nostro tempo».

Il ruolo della Gen X tra esperienza, adattamento e nuove sfide

Isabella Pierantoni sottolinea che i 50-60enni svolgono un ruolo di collante e sprone in azienda: «In un team non devono mancare, perché hanno capacità di pianificazione e adattamento, sono allenati a elaborare varie soluzioni alternative di fronte a un problema e vedono “più lontano”. Non a caso, sono stati i primi “bambini con le chiavi al collo”: i loro genitori non erano a casa quando tornavano da scuola, per cui hanno imparato presto anche a prendersi cura di sé». Del fatto che la Gen X sia composta da validi “project manager della carriera”, oltre che delle questioni familiari e personali, è convinto Beronia che, però, mette in luce una sfida cogente: l’upskilling.

«Il timore di diventare obsoleti è forte e fare formazione continua è uno strumento imprescindibile. La pensione, infatti, si allontana e occorre capire come restare competitivi. Per alcuni, poi, si affaccia la prospettiva di considerare una seconda vita professionale». Ma questa generazione ha anche iniziato a rivedere il rapporto con il posto di lavoro. «I frequenti licenziamenti e le ristrutturazioni aziendali che hanno colpito i loro genitori Boomer hanno reso gli Xers più scettici e consapevoli che la fedeltà al capo o all’azienda non garantisce più la sicurezza professionale» dice Pierantoni.

Il talento dell’equilibrio

A differenza delle Boomer, combattive ed idealiste, le donne Gen X «sono più realiste. Sanno che le opportunità esistono ma sono limitate e che l’impegno non basta a raggiungere il successo» continua Pierantoni. Tra le soft skills affinate presto c’è il sapersi barcamenare tra richieste divaricanti, tanto che Pierantoni, parlando delle donne Xers, le definisce “equilibriste” che cercano di tenere insieme lavoro e famiglia in una società ancora sbilanciata nella suddivisione dei carichi di cura tra i generi.

Molte si trovano in una fase di vita che le fa sentire come in un sandwich, schiacciate tra le richieste dei figli e quelle dei genitori. «Le più giovani tra loro sono nate quando in Italia è iniziato il declino del tasso di fertilità, quindi non hanno fratelli e sorelle, o ne hanno pochi, e devono gestire da sole genitori con una lunga aspettativa di vita ma per questo anche esposti al rischio di fragilità» nota Saraceno.

Anche il rapporto con i figli è sfidante. «Non è facile capire come essere autorevoli senza essere autoritari, presenti evitando però di fare gli amici dei propri figli, dare regole in un contesto in cui queste sono diventate incerte, competere con soggetti – i media, i social, ChatGpt – cui non si è stati preparate e che sono largamente fuori dal propio controllo».

La responsabilità verso i giovani

Ci sono poi campi di battaglia in cui le Xers devono ingegnarsi. «Le donne nate negli anni ’70 in Italia hanno un’aspettativa di vita record, superiore agli 85 anni, anche con sfide legate alla salute in età avanzata» riflette Pierantoni. «La scarsa educazione finanziaria è un problema per molte, che si trovano all’alba del pensionamento con poche risorse». Questa difficoltà porta con sé una responsabilità verso le più giovani: aprire loro la strada su temi come l’importanza delle competenze economiche. «Siamo le prime donne che da bambine hanno beneficiato della scolarizzazione di massa e, seppur da adulte, hanno avuto accesso alle informazioni in maniera più veloce» conclude Pierantoni. «Una delle armi che abbiamo, come donne della Gen X, è quella di informarci, studiare, prepararci al futuro. E spronare le nostre figlie a farlo».

Tutti i nomi della generazione invisibile

Ci si riferisce alla Gen X in vari modi. Eccone tre spiegati da Isabella Pierantoni in Il secolo delle generazioni (Il Mulino).

Generazione X

Il termine (abbreviato anche a Gen X o Xers), usato in ambito accademico già negli anni ’60, si diffonde con il romanzo di Douglas Coupland Generation X. Tales of an accelerated culture del 1991.

Immigrati digitali

Contrapposti ai nativi digitali (nati quando computer e Internet erano già presenti), incontrano le tecnologie da adolescenti o più avanti.

Bambini con la chiave al collo

Molti ragazzini negli anni ’70 e ’80 tornavano da scuola avendo con sé le chiavi di casa perché i genitori lavoravano. I cambiamenti nel sistema familiare ed educativo di allora li hanno resi più autonomi, ma anche esposti a una maggiore solitudine e a un carico precoce di responsabilità.