La fuga di cervelli – per quanto questa definizione non piaccia a molti – è in corso da tempo, ma ora sembra parlare in prevalenza al femminile: sono soprattutto le donne, ormai, a lasciare l’Italia per cercare opportunità di lavoro (e di vita!) migliori oltreconfine e spesso oltreoceano. Secondo l’ultimo report del CNEL, infatti, pressoché la metà fa le valigie, spesso per non tornare.
Sempre più donne in fuga all’estero
I numeri parlano chiaro: nel Nord Ovest, dunque Piemonte e Lombardia soprattutto, il 49,3% delle donne è pronta a cercare lavoro fuori dall’Italia. Nel Nord Est, dunque in Veneto, Friuli, ma anche Trentino e Alto Adige, si arriva alla cifra tonda del 50%. Un fenomeno non nuovo, ma in continuo aumento, se si pensa che nel 2011 il dato si fermava al 43,6%. A decidere di provare a trovare lavoro, ma soprattutto riconoscimenti adeguati alle proprie professionalità e condizioni di vita migliori sono soprattutto donne giovani e con un titolo di studio elevato, cioè almeno una laurea.
Chi parte per un lavoro e una vita migliori
La fotografia scattata dalla ricerca del CNEL, intitolata “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati“, indica alcune tendenze sempre più marcate. Nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, solo 45 donne su 100 lavorano, contro il 59% dei coetanei uomini. Ma non si tratta solo di volontà: a frenare le lavoratrici qualificate, infatti, sono prospettive di impiego che non le valorizzano o stipendi troppo bassi, che fanno optare per la “scelta” della famiglia. Se la retta di asilo nido, infatti, costa quanto la remunerazione di un part-time, ecco che molte donne rinunciano al lavoro.
Donne senza un orizzonte di speranza
«Anch’io andrei via, se non fosse che qui mi sento a casa e ho due figli ancora adolescenti. E temo che la ragione “di secondo livello” sia la stessa per me e per loro: la mancanza di speranza». Non usa mezzi termini per commentare i dati Riccarda Zezza, CEO e fondatrice di Lifeed, già premiata da Fortune Italia come Most Influential and Innovative Woman, autrice anche di libri come Cuore business. Per una nuova storia d’amore tra persone e lavoro. «Questo Paese è sazio e fermo: le cose non cambiano perché “niente va abbastanza male” da spingere chi decide a prendersi il rischio di un cambiamento vero. Un esempio? La fatica di arrivare a dirci che i figli sono di entrambi i genitori».
Le radici del problema
Le radici del problema, dunque, non sono soltanto limitate ai dati su stipendi e possibilità di crescita: «Paesi come la Spagna hanno fatto passi da gigante sulla condivisione genitoriale, mentre qui siamo ancora a tante chiacchiere e qualche bonus bebè. Vogliamo parlare della parità di genere? Anche qui tante chiacchiere, ma l’Italia è ancora all’85° posto su 148 paesi nella classifica del World Economic Forum e addirittura al 117° per quanto riguarda la partecipazione economica delle donne. Questo dato traduce una situazione di fatto che non cambia e che dovrebbe farci vergognare – ma soprattutto agire in modo drastico e determinato. Ed è proprio la scarsa possibilità di partecipare alla società e all’economia la ragione di “primo livello” per cui secondo me le donne guardano, sospirando, fuori di qui», osserva Zezza.
Carriere bloccate e soffitto di cristallo: perché
Se poi una donna decide comunque di non voler rinunciare al proprio lavoro, ecco che deve fare i conti con le difficoltà nell’affermarsi in ambienti ancora troppo spesso dominati da leadership maschili. Insomma, quel soffitto di cristallo ormai ben noto non è ancora sparito, nonostante se ne parli tanto: «Manca solo la volontà per sfondarlo. “Solo” si fa per dire. Dieci anni fa, un think tank del Governo Renzi mi chiese di fare, insieme ad Alessandro Rosina, un paper sulla natalità in Italia. Nel fare ricerche rimasi a bocca aperta: le soluzioni erano tutte note, era inutile cercarne delle altre, quel che mancava era l’orizzonte temporale, la visione, per metterle in campo», spiega Zezza.
Aperture troppo timide: occorre cambiare modello
Per Zezza, però, rimangono troppi ostacoli: «Le aperture sono situazioni in cui le donne sono riuscite a conformarsi abbastanza da passare per quell’ingresso, ma questa non è parità. Essere pari non è essere uguali: l’uguaglianza implica un modello di riferimento (uguali a cosa?), mentre la parità fa spazio alla diversità e la ricchezza sta nella diversità. Serve a poco che si permetta alle donne di sedersi a tavoli di cui non si cambiano le regole: il valore della presenza femminile sta proprio nella prospettiva di un cambiamento, di un progresso, che solo voci nuove possono avviare».
Servirebbe “un’esplosione”
Occorre, quindi, un cambio di mentalità, magari tramite la transilienza a cui Zezza ha dedicato un sito (transilienza.com): la capacità di trasferire le competenze tra i diversi ruoli che si ricoprono, come quello di lavoratrici, madri, amiche, ecc. «Ultimamente si è levata una timida voce da parte di alcuni giovani uomini che, nemmeno loro, si riconoscono nel modello dominante. Il soffitto è in realtà un muro in cui non basta aprire porte: va buttato giù, anche se può far paura. Se inclusione significa far entrare qualcosa di nuovo dentro a un sistema che però si preserva, a noi in realtà servirebbe accettare una specie di esplosione: un’apertura del sistema alla possibilità di essere diverso. Ma non “per le donne”: per il bene di tutti».
La perdita di cervelli preziosi
Veder partire molte giovani donne istruite e decise a volersi affermare può essere un segnale positivo, di volontà di crescita, ambizione e desiderio di gratificazione. Ma è inevitabile pensare anche alla perdita per il Paese: secondo il CNEL oltre il 38% di chi emigra è laureata, contro il 32,1% degli uomini: si tratta di ben 74.500 donne con un titolo di studio accademico, cioè un numero maggiore rispetto a quello degli uomini laureati, che peraltro hanno voti meno alti, come conferma AlmaLaurea. Secondo gli economisti tutto ciò si trasmette anche in una perdita economica per il Pil italiano (pari al 7,7%), in termini di mancata contribuzione alla crescita del Paese, quantificabile in 159,5 miliardi di euro.
Voglia di lavoro, ma anche di vita privata
A spingere molte donne alla decisione di tentare di costruirsi una carriera in altri Paesi europei o negli Stati Uniti (ma ormai i confini si sono estesi anche a est), è anche la ricerca di una migliore balance tra vita professionale e privata, dal momento che in Italia – come noto – non basta più neppure fare le equilibriste tra casa e lavoro. Proprio l’equilibrismo «è semplicemente il modello che abbiamo interiorizzato da millenni e che potremmo sì cambiare, ma non in modo facile. La nostra società è sempre più complessa», spiega Zezza che nel libro di prossima uscita (Il potere della transilienza, FrancoAngeli), aggiunge: «L’iper semplificazione ci spinge a viverci “a pezzi”, e questi pezzi si trovano spesso isolati o in conflitto tra di loro, quando invece riconoscere che viviamo tutti questa complessità ci farebbe incontrare su un territorio molto più ampio e ricco».
Il muro tra le donne e il progresso
Mentre si parla sempre più spesso di motherood penalty (o, paradossalmente, anche di non motherood penalty) per Zezza «c’è un grande muro tra le donne e il progresso: è fatto dalle soluzioni attuali che, per quanto imperfette, parziali e basate sul loro “sacrificio”, tengono in piedi un sistema che, in modo naturale, resiste al cambiamento. Il problema principale, purtroppo, sta nel fatto che questa resistenza non è intenzionale: le persone pensano, in buona fede, che non vi sia discriminazione. Ma è un dato di fatto che c’è un modello dominante a cui occorre adeguarsi, e non corrisponde alla natura femminile – che invece avrebbe tanto da dare alla società!».